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Grazie all’autorizzazione dell’editore e dell’autore, pubblichiamo il commento di Gianfranco Morra apparso sul quotidiano Italia Oggi diretto da Pierluigi Magnaschi.

Una rassegna sommaria dei papi del Novecento consente una tipologia, ovviamente approssimativa, di tre diversi modelli. Il primo (Pio X, Benedetto XV, Pio XI e Pio XII) è quello dell’antimoderno (contro protestantesimo, laicismo, pluralismo teologico, modernismo, filosofia da Cartesio a Croce).

Tutti papi, in diversa misura, tradizionalisti, disposti a correre i pericoli impliciti nella fedeltà al passato e nella chiusura al presente.

Il secondo modello della apertura al moderno, con tutte gli inevitabili rischi di dissoluzione della fede, fu incarnato con entusiasmo da Giovanni XXIII e, con perplessità, da Paolo VI, i papi che hanno aperto e chiuso il Concilio. Con loro, la Chiesa «si fa mondo», si confronta con le conquiste della modernità: aggiornamento, apertura, dialogo, ecumenismo, pluralismo.

Seguirono poi tre papi del recupero della tradizione (Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI). Bene l’eredità del Concilio, ma non lo spirito «postconciliare», che non fu tanto conciliazione tra cristiani, ma confusione con tutto ciò che cristiano non può essere (la secolarizzazione, il comunismo, il liberismo selvaggio, la dissoluzione della famiglia, l’aborto, le manipolazioni genetiche).

Francesco I, che appartiene al Duemila, fu eletto sei mesi or sono, il 13 marzo. Sufficienti per capire il salto qualitativo da lui compiuto rispetto alle tre precedenti posizioni, che non vengono da lui mai indicate nei loro limiti, ma neppure espressamente riprese e sviluppate. Un salto anche nel nome scelto. Da più di un millennio i papi riprendevano il nome (o due nomi con Luciani e Wojtyla) dai papi precedenti, cambiando solo il numero (l’ultimo con nome nuovo fu Landone, 913). Bergoglio ha voluto un nome diverso, tutto suo.

Ciò ch’egli enuncia è una teologia della prassi, ossia una forma di pastorale che, sempre in nome della «contemporaneità» con Gesù Cristo, accoglie e assimila tutto quanto di positivo le altre religioni e il laicismo moderno hanno proposto. Un tempo, la Chiesa rifiutava il «secolo», il nuovo papa cerca di coglierne la validità in nome della liberazione dell’uomo, della pace e della solidarietà tra i popoli.

Francesco I non è tradizionalista, ma neanche modernista: egli enuncia un modello postmoderno. La sua intelligenza ha capito quale sia lo «spirito del tempo» che domina l’Occidente, «la prima civiltà nella storia che ha preteso di fare a meno di Dio» (Eliade). Oggi non più negandolo, come faceva la modernità, ma trasformandolo e assorbendolo come semplice «intenzione» dell’uomo: soggettiva, privata, episodica, sostituibile. Ecco perché neppure l’a-teismo è più possibile: quel «theós», che segue l’alfa privativa, non può essere né affermato, né negato, ma solo voluto. Dato che non c’è, Dio può sempre esserci, dipende dall’uomo.

Ma Bergoglio sa anche che la postmodernità ha seppellito i miti dell’epoca moderna. La modernità, anticristiana, era stata il tentativo di dissolvere i valori cristiani e di sostituirli con miti secolarizzati (Soggetto, Storia, Ottimismo, Scienza, Progresso, Lavoro, etc.).

La postmodernità, postcristiana, ha condotto a compimento e insieme capovolto questo processo. Del moderno ha dissolto le «Grandi Narrazioni» (Lyotard) ed ha mostrato la carenza di valori dell’Occidente, la sua cultura del vuoto, che rischia di concludersi nell’indifferentismo nichilista e nella quotidianità effimera. Una civiltà che non ha più molto da proporre, essa non va ostracizzata o combattuta, ma riempita con una religione della solidarietà. Occorre custodire nell’intimità la tradizione senza esibirla e attendere il ritorno di ciò che non è ancora perduto, ma si è solo eclissato.

Il moderno diceva: «Non credo in Dio, perché non ho bisogno di questa ipotesi» (Laplace). Il postmoderno è più giocoso e scanzonato, non è ateo ma politeista: Dio, anzi gli Dei (Marquart) esistono solo nella volontà dell’uomo che li produce. E quale e quanto sia il bisogno di Dio in Occidente lo mostrano il fascino delle religioni orientali e ancor più i milioni che si recano ai raduni del Papa, sempre più affollati per la gradevolezza dei suoi discorsi.

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