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Viviamo in tempi di psicodramma per il bel Belpaese o, se preferite, di sociodramma. In questo processo terapeutico è difficile dire se il paziente, accertati i disturbi della psiche, sia rappresentato dal popolo o dai suoi delegati a governarlo.
Il principio di causa/effetto dovrebbe valere soprattutto in un regime democratico, dove il popolo è sovrano , quindi, si presume, è libero di scegliere chi li rappresenta e spingerebbe pertanto a ritenere valida la prima opzione. In altre parole, se il popolo è malato non potrà che produrre parlamentari tormentati da conflitti personali che vengono poi rappresentati e rielaborati nelle situazione di confronto interpersonale per eccellenza, ovvero in Parlamento.

Ciò premesso, per quella innata predisposizione che spinge ognuno di noi ad essere indulgente con se stesso, quasi un istinto di sopravvivenza, mi piace pensare o credere che così non sia, ovvero esista una sorta di malattia psichiatrica acuta che sopraggiunge anche nei soggetti più sani.
L’elemento scatenante è da individuare nel primo varco della soglia del Palazzo, o meglio, dei palazzi romani noti come Montecitorio e Madama. Il paziente parlamentare aggrava la sua patologia con i successivi passaggi, essendo poi attratto morbosamente dagli scranni e dalla favorevole condizione di “eletto” in cui si e ritrovato.
Ne gode a tal punto che non può più fare a meno del piacere che tutto ciò gli procura e – malato – viene assalito da brividi di terrore al solo pensiero che, un giorno, potrebbe perderlo. Quindi dimentica le precedenti nobili motivazioni e si affanna nel tentativo che tutto ciò non possa mai accadere, per essere poi pronto all’occorrenza qualora si presenti.
E non è raro, in un Paese volubile come il nostro, che l’evenienza poi accada: basta guardare la durata media delle precedenti sedici legislature per rendersene conto, meglio ancora quella dei governi che – ahimè – non supera l’anno.
Di solito accade che le turbolenze o le crisi, con immediati aumenti dei disturbi patologici del malato parlamentare, siano legate alla vera o presunta fine politica del suo leader di partito, specie se quest’ultimo manifesta segni di cedimento nel consenso popolare, paventi un suo legittimo ritiro dalla vita politica attiva o sia costretto (diciamo per fattori esterni) a riparare all’estero.

Se questa malattia che affligge i Parlamentari, suggerita solo dalla fantasia perversa di chi scrive, avesse tuttavia nella realtà anche un minimo presupposto scientifico, potremmo contestualizzarla ai tempi dell’approvazione della legge Severino. Avremmo probabilmente chiaro il motivo, oggi ancora incomprensibile, per il quale è stata votata ed approvata, in particolare da quei parlamentari del Pdl che, così facendo, hanno messo il loro leader in un cul de sac ed il Paese a temporeggiare in una situazione paradossale di paralisi, intrecci ed accordicchi improduttivi. Non solo, ma con le riforme apportate nel 1993 all’ istituto dell’immunità parlamentare, di fatto hanno consegnato un potere dello Stato, quello legislativo, nella mani di un ordine, la magistratura, lasciandole campo libero in ogni eventuale futura situazione che vedesse come attori principali un giudice ed un parlamentare in conflitto tra loro.

Onde evitare che chiunque ci rappresenti o ci abbia rappresentato in passato possa sentirsi vittima, giova ribadire che quella descritta è una malattia immaginaria, inventata solo per il piacere di scrivere qualche riga. Tuttavia, chiedo a chi ha la bontà di leggerle, se è lecito avere il sospetto di vivere una sorta di psicodramma collettivo, vista la necessità di avere un soggetto al quale è stato affidato dai parlamentari il compito di psicoterapeuta?
E’ un anziano ma arzillo direttore del gioco con lo studio esclusivo al Colle che di fatto governa il Paese. Allora, assodato che tutti abbiamo bisogno del primario, cittadini e parlamentari, magari in futuro sarebbe il caso che i primi possano sceglierlo direttamente, o no?

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