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Mentre sul Libano il ministro della Difesa Guido Crosetto ieri in occasione della sua audizione alla Camera ha messo l’accento su due passaggi nevralgici (i binari su cui deve procedere la strategia italiana da un lato e l’obiettivo che si prefiggeva l’Onu circa la missione Unifil dall’altro), nell’area meridionale del Paese dove opera la missione Unifil la tensione non si abbassa, anzi il rischio più probabile è che, in attesa della reazione iraniana, si possa concretizzare lo scenario che tutti rifiutavano: l’allargamento a macchia d’olio del conflitto.

Le parole di Crosetto

Sul primo aspetto il ministro della Difesa ha sottolineato che è necessario rafforzare le forze armate libanesi per mettere in condizioni di operare efficacemente e costituire un’alternativa ad Hezbollah, oltre a “sensibilizzare le Nazioni Unite affinché ci sia la piena applicazione della risoluzione 1701 anche rafforzando il contingente Unifil; ed infine garantire la sicurezza del contingente italiano impiegato in Unifil”. Ha aggiunto che la sicurezza dei militari italiani non è più a rischio rispetto ai mesi scorsi, “non sono un target diretto e abbiamo un ottimo apparato di intelligence, tuttavia potrebbero essere coinvolti incidentalmente negli scontri tra le parti”.

Sul secondo aspetto ha messo in evidenza che l’Italia continua a considerare il Medio Oriente di primaria importanza, ritenendo il Libano un elemento chiave per la sua stabilità. “Sono convinto che la nostra presenza con Unifil sia l’unico elemento che può portare stabilità ad evitare ulteriori escalation. La presenza di 10mila soldati che appartengono all’Onu in quella zona può essere uno degli elementi che consente che non ci sia uno scontro diretto: è un elemento di pacificazione”. Inoltre ha chiesto di prendere atto che la missione Unifil non ha raggiunto l’obiettivo che si prefiggeva l’Onu, anzi si è incrementata la presenza di Hezbollah.

Il commento del generale Torres

“L’Italia manterrà fede all’impegno preso con l’Onu e rimarrà sicuramente in Libano a fare da presidio fra il sud del Paese e il nord di Israele. Si tratta di un presidio che, con le regole di ingaggio attuali, semplicemente mira a non far passare da una parte all’altra le varie forze. Un’azione difficile e complicata”, spiega a Formiche.net il generale Michele Torres, già rappresentante personale del presidente dell’Osce per gli accordi di pace di Dayton in Bosnia-Erzegovina, impegnato nella missione militare di pace Nato a Sarajevo, in Polonia, Ungheria e Kossovo, poi al Cairo come addetto militare presso l’ambasciata d’Italia con competenza anche in Khartoum (Sudan) e ‘Ndjamena (Ciad) e missioni operative in Siria, Israele e Giordania. Nel 2006 ha ricoperto l’incarico di vicecomandante della divisione britannica in Bassora (Iraq), nell’ambito della missione Antica Babilonia. Attualmente è docente di geopolitica alle Università di Vienna e Bari. Pluriesperto di scenari altamente complessi come quello jugoslavo, libanese e mediorientale prova a spiegare la contromossa europea nel conflitto a Gaza, con la certezza che “nel contesto diplomatico attuale manca un Kissinger”.

Osserva che si potranno tenere sotto controllo i lanci dei missili da parte di Hezbollah qualora questi dovessero farlo su input dell’Iran, “che chiaramente reagirà dopo ciò che è avvenuto nei giorni scorsi nel suo territorio, se poi veramente l’attacco è avvenuto attraverso una bomba posizionata già da tempo, significa che ci sono anche delle fonti di informazioni locali e quindi sospetto che l’Iran abbia una forte opposizione interna che non viene alla luce, perché il regime ha sotto controllo tutto con sistemi che ricordano la Germania dell’Est”.

Il ruolo turco

Dunque, sarebbe utile tenere aperto un canale di dialogo con la Repubblica islamica per impedire il peggio. Ma chi potrebbe avviarlo? “Vedo difficile che in questo momento possano farlo Stati Uniti e Unione europea, sarebbe molto più facile che lo facessero Paesi terzi, come la Cina che ha grossi interessi con l’Iran, ma anche la Turchia stessa che, anche se membro della Nato, molto spesso fa il doppio gioco e dichiara un ruolo molto più grande di quello che realmente ha nell’ambito del contesto internazionale. Però sicuramente Erdogan è un maestro nella diplomazia e conosce bene il Medio Oriente”.

Il riferimento è anche alle minacce rivolte ad Israele di entrare militarmente a Gaza, parole che mai erano state pronunciate in precedenza: “Per fare una dichiarazione di questo genere – aggiunge il generale – vuol dire che ha le spalle forti e coperte. Certo, le tigri anatoliche hanno un potere immenso dal punto di vista economico e sociale nell’ambito del Medio Oriente, tema che noi abbiamo sempre sottovalutato. Basta ricordare cosa la Turchia sta facendo nei Balcani con una eccellente capacità di penetrazione in Kosovo e soprattutto in Montenegro, per non parlare della Bosnia che ormai è completamente ad appannaggio della Turchia stessa. La Turchia, inoltre, ha adesso il comando anche della Kfor. Quindi la dinamicità della Turchia in tutto il Medio Oriente, in tutto il Nord Africa e tutto il Corno d’Africa è molto spesso sottovalutata da parte dell’occidente”.

Gli errori del passato

Un quadro a cui va sommata la conversazione telefonica intercorsa tra papa Francesco e il presidente turco, in cui secondo il generale Torres hanno discusso di come poter abbassare i toni per cercare di calmierare la situazione, dal momento che nel sud del Libano la presenza di Hezbollah è determinante, senza dimenticare un altro elemento del passato. “La caduta del regime di Saddam Hussein e l’apertura agli sciiti nell’ambito dell’Iraq sono stati grossi errori: Saddam era un bastione sunnita contro l’espansione sciita. Dalla sua morte in poi gli sciiti sono entrati in Iraq, poi fino in Siria e dalla Siria nel Libano fino alla Striscia di Gaza. Da lì nasce tutto: nel mezzo c’è stata un po’ di miopia geopolitica”.

Il rischio al momento è quello di un allargamento a macchia d’olio del conflitto che sembra ormai un dato irreversibile. “Fare delle previsioni adesso è abbastanza difficile, qualsiasi cosa detta può essere smentita appena chiudiamo il telefono. Ma alcuni punti fermi possiamo metterli. Chiaramente l’Iran non lascerà che la cosa possa rimanere impunita, perché è avvenuto qualcosa di grosso nell’ambito della propria zona super controllata. Ma un allargamento del conflitto, pur dietro l’angolo, non porterebbe alcun vantaggio ai soggetti in campo. Hezbollah ha in scacco tutto il Libano e la sua presenza è molto forte militarmente e politicamente. Se intervenisse sul Libano ci sarebbero veramente dei grossi problemi perché già gli israeliani sono stati colti di sorpresa nel passato. Colpa di un’attività di intelligence non approfondita e di un non controllo dei confini”.

Lo scenario più probabile, conclude, è quello di una possibile ritorsione, dal momento che il regime degli Ayatollah sta perdendo credibilità all’interno del Paese, ma “non va dimenticato il ruolo che potranno svolgere Cina e Russia, con uno sguardo anche al caso Taiwan: gli inglesi hanno preannunciato che dobbiamo prepararci una guerra mondiale nel 2027, ma spero sempre che il buon senso prevalga”.

Libano, non solo Unifil. La chiave è la diplomazia contro gli errori del passato. Parla il generale Torres

“L’Italia manterrà fede all’impegno preso con l’Onu, ma nel passato l’occidente ha peccato di miopia geopolitica. La dinamicità della Turchia in tutto il Medio Oriente, in tutto il Nord Africa e tutto il Corno d’Africa è molto spesso sottovalutata. Nel contesto diplomatico attuale manca un Kissinger”. Conversazione con il pluriesperto di scenari altamente complessi come quello jugoslavo, libanese e mediorientale che prova a spiegare la contromossa europea nel conflitto a Gaza

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