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I berlusconiani invocano di fatto la grazia per Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione. Ma come funziona la grazia? E quali sono gli ostacoli per il leader del Pdl? Ecco una breve mappa per capirne di più.

La Costituzione
Il potere di grazia è sancito dall’articolo 87 della Costituzione. L’undicesimo comma prevede che il presidente della Repubblica, con proprio decreto, conceda la grazia e commuti le pene. La domanda è diretta al capo dello Stato e va presentata al ministro della Giustizia. La domanda è sottoscritta dal condannato, da un suo parente, dal convivente, dal tutore o curatore, oppure da un avvocato.

Domanda o no
La grazia può essere concessa anche in assenza di domanda o proposta. Acquisiti i pareri, il ministro trasmette la domanda o la proposta al capo dello Stato, accompagnandola con il proprio “avviso”, favorevole o contrario. La decisione finale, comunque, spetta solo al presidente della Repubblica.

Il precedente Sofri
In una lettera indirizzata nell’ottobre 1997 ai presidenti di Camera e Senato, l’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, indicò tra le ragioni per cui ritenne di non poter concedere un atto di clemenza sollecitatogli da più parti anche l’eccessiva vicinanza al verdetto dei giudici. Scalfaro parlava del cosiddetto “caso Sofri” e la sentenza definitiva contro i responsabili del delitto Calabresi risaliva a dieci mesi prima.

Altri ostacoli
Scrive Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera di oggi: “Anche la pendenza di altri procedimenti penali non è un ostacolo insuperabile alla firma del provvedimento di clemenza, ma non tenere conto della posizione processuale complessiva dell’interessato sarebbe inusuale”. E il leader del Pdl è ancora imputato e indagato davanti a diversi giudici e Procure della Repubblica. “Difficile quindi immaginare un provvedimento di grazia in questa situazione”, ha spiegato l’ex presidente della Corte costituzionale, Cesare Mirabelli.

L’interdizione dei pubblici uffici
L’ipotetica grazia al momento potrebbe riferirsi solo ai quattro anni di carcere (o a una parte, magari l’anno escluso dall’indulto), e non invece all’interdizione dai pubblici uffici annullata dalla Cassazione che ha rispedito il fascicolo alla Corte d’appello di Milano perché ne ridetermini la durata.

Il precedente Ciampi
Ricorrendo alla Consulta contro il ministro della Giustizia dell’epoca, Roberto Castelli, che non intendeva aderire a una richiesta di grazia (sempre in relazione al delitto Calabresi), l’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, sostenne che “appare naturale che la sua concessione esuli del tutto da valutazioni di natura politica”.

Le parole di De Siervo
Sono tre i fattori che hanno sorpreso l’ex presidente della Consulta, Ugo De Siervo, sul dibattito relativo alla grazia per Berlusconi, come emerge da una intervista di De Siervo al quotidiano Repubblica. Primo: “Che si possa concedere una grazia sull’asserto che la Cassazione, assieme a tanti altri magistrati, perseguiterebbe il condannato. Questo non può che turbare profondamente il presidente della Repubblica, che è anche al vertice del Csm”. Secondo: “Si chiede un vero e proprio privilegio per i capi politici che, in quanto tali, non potrebbero essere condannati. Ma ciò urta contro il sano e antico principio che tutti sono uguali davanti alla legge”. Terzo motivo di sorpresa secondo De Siervo: “L’interessato, appena condannato in via definitiva, ha un’altra condanna in primo grado ed è oggetto di indagini penali per pesanti reati come la corruzione di parlamentari o di persone chiamate a testimoniare”.

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