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Pare stia per giungere una nouvelle vague – nuova ondata – di privatizzazioni. Ne arrivano già spifferi e sussurri dai palazzi del governo, unitamente a qualche grido da quella parte dell’opposizione che ha sempre considerato de-nazionalizzare un sinonimo di svendere.

Da dodici anni ho il compito di scrivere il capitolo sulle privatizzazioni del rapporto annuale dell’associazione Società Libera. Nella prima puntata, è stato necessario ricostruire le vicende degli Anni Ottanta e Novanta in questa materia. Nell’ultima, si sono esaminate le privatizzazioni “parlate” ossia solo “cincischiate” nel 2012. Non è stata neanche pubblicata la Relazione annuale sulle privatizzazioni del Ministero dell’economia e delle finanze (Mef) al Parlamento, un atto amministrativo dovuto; l’ultima risale al settembre 2011. Occorre dire che il Parlamento non se ne è preoccupato più di tanto: non si registra una sola interrogazione in materia.

Secondo informazioni di stampa, nell’anno e mezzo in cui l’Italia ha avuto un governo “tecnico”, che pur ha proposto un programma di dismissione graduale del patrimonio immobiliare pubblico, una sola privatizzazione è stata “decretata”: quella dell’Unione nazionale degli ufficiali in congedo d’Italia (Unici) con 35mila iscritti ed una manciata di dipendenti (che si occupano principalmente di attività turistiche e sportive dei soci del sodalizio).

Tuttavia, il pertinente decreto non è stato convertito in legge in quanto giunto in Parlamento il 21 gennaio, a Camere ormai sciolte. Sempre secondo la stampa, ci sarebbero stati ritardi perché non sarebbe stato facile collocare nelle pubbliche amministrazioni tre dei quindici dipendenti dell’ente, ed avere, quindi, l’assenso dei sindacati. Quindi, si è aggiunta anche la beffa e la “privatizzata” Unici è rimasta tale e quale come era prima della denazionalizzazione; basta consultarne il sito per essere edotti sulle sue attività, principalmente ludiche.

Se nel 2013 si vuole effettuare un svolta e riprendere il percorso delle privatizzazioni, occorre rispondere a tre domande:

Perché privatizzare?
Ossia qual è l’obiettivo o meglio la “funzione obiettivo” (il peso dei vari obiettivi) nella politica delle privatizzazioni: fare cassa per ridurre disavanzo e debito pubblico? Migliorare l’efficienza del comparto o di alcune maggiori imprese? Ridurre il perimetro del settore pubblico in modo che governo e Parlamento concentrino meglio le loro energie su alcune specifiche materie di interesse collettivo? Scorrendo a ritroso gli ultimi venticinque anni, ci si accorge che a queste domande ed ad altre dello stesso tenore solamente nel Documento di Programmazione Economica e Finanziaria del 2004, alle pagine 37-39, si tenta di dare una, pur incompleta, risposta. Da allora, pare che nessuno, a livello di governo dell’economia, si sia più posto la domanda.
Se nel contesto attuale, semplifichiamo all’osso la “funzione obiettivo” sostenendo che l’unico scopo delle privatizzazioni è ridurre di qualche punto lo stock di debito pubblico, basta prendere l’e-book sul sito Cnel dal giugno 2012 o il rapporto della Fondazione Astrid di qualche settimana dopo per trovare un menu contenutistico e procedurale.

Cosa privatizzare?
Paradossalmente, sotto il controllo della pubblica amministrazione centrale, è rimasto ben poco che possa essere privatizzato in tempi brevi. Sempre che non ci si rivolga a settori sino ad ora ritenuti “strategici” (energia, armi, ferrovie, poste) controllati dallo Stato. Se si rimuove questa obiezione, occorre riflettere accuratamente sull’interessante modello “tripolare” suggerito da Alberto Quadrio Curzio (Ministero dell’Economia e delle Finanze, Cassa Depositi e Prestiti, mercato) che sta dando prova in attività come il “fondo strategico italiano”.
La vera polpa non è nell’immenso patrimonio immobiliare dello Stato: a titolo di esempio, si pensi che da dieci anni (ossia da prima dell’inizio della crisi del settore immobiliare), il Maggio Musicale Fiorentino (sull’orlo del fallimento) sta tentando di vedere il Teatro Comunale nel centralissimo Corso Italia, ma non trova acquirenti né per farne un albergo né per ricavarne appartamenti a ragione – pare – di un vincolo “artistico” sulla facciata (che personalmente considero abbastanza brutta). La “ciccia” è nel “capitalismo municipale” che ho analizzato alcuni anni fa in un saggio pubblicato sul quadrimestrale Amministrazione Civile. Ma si tratta di campo precluso, in via costituzionale, alle attività dello Stato centrale.

Come privatizzare?
Negli Anni Novanta il confronto era tra due “scuole”: quella della public company, ad azionariato diffuso, e quella del nocciolo duro, ossia puntando su “patti di sindacato”. Oggi siamo in piena confusione delle lingue. Il modello “tripolare” può essere utile per il “come”. In numerosi casi (specialmente per immobili) sarebbe preferibile ricorrere ad “aste”, ma pochi (anche alla Consip) sembrano avere dimestichezza con “le aste alla Vickrey” (dal nome del premio Nobel che le ha teorizzate), le uniche a garantire efficienza (ed evitare) inghippi.

Nel primo atto de Il Flauto Magico di Mozart, una volta liberato dalla mordacchia postagli dalle “tre donne” perché parlava troppo, Papageno pone tre domande (a se stesso ed agli altri): chi sono?, cosa faccio?, dove vado?

Sono in un certo senso quelle che devono porsi coloro che non vogliono solo parlare di “privatizzazioni” al caffè. Sono anche quelle che ogni mattina dovrebbe porsi ciascuno di noi.

Privatizzazioni, tre domande al confuso governo Letta

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