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Nella Prima Repubblica, con quadro politico stabilissimo, al di là delle scosse frequenti, dopo ogni voto si faceva una profonda discussione ed esame di coscienza. Questi frequenti esami e la “panchina lunga” della Dc, dei partiti di coalizione e opposizione permettevano costanti aggiustamenti per mantenere il partito al potere e consentire lo sviluppo del Paese.

Questa è la cassa armonica dove fanno eco i richiami di Alessandro De Angelis che martedì si chiedeva dove era l’esame di coscienza del premier Giorgia Meloni nella sconfitta nel referendum per la magistratura. Per ripartire il governo dovrebbe cominciare da questo. Senza un esame a un’autocritica tutto è più a rischio.

Dall’esterno il problema sembra strutturale. Non si può fare una riforma costituzionale senza un’intesa con almeno una parte dell’opposizione né una riforma sul sistema giudiziario osteggiata dai magistrati. Le democrazie sono meccanismi complicati dove il capo del governo ha strumenti di comando ma soprattutto mezzi per costruire un consenso.

Del resto, il consenso è necessario anche in organizzazioni autoritarie. Un comandante militare sa che gli ordini e la disciplina non bastano, occorre motivare gli uomini, altrimenti non andranno al fronte o, peggio, spareranno il capitano alle spalle.

Se ciò vale in un esercito tanto più è vero in un sistema democratico. Meloni deve cospargersi il capo di cenere, non cercare capri espiatori, e spiegare a sé, ai suoi e all’Italia cosa ha sbagliato e cosa intende fare d’ora in poi.
Il tempo potrebbe non essere infinito. L’opposizione sta facendo rullare i motori. Lunedì Paolo Mieli ha spiegato che il prossimo candidato premier per la sinistra deve essere il capo del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte e il segretario del Pd Elly Schlein dovrebbe farsi da parte.

Conte ha in effetti un rapporto con il presidente americano Donald Trump, da cui ricevette un tweet di sostegno alla vigilia del Conte 2, quello del celebre “Giuseppi”. Viceversa, il rapporto di Schlein con Trump potrebbe essere più complicato. Lei è cittadina anche americana e ha nel curriculum un volontariato nella campagna presidenziale di Obama.

Conte poi sembra si stia preparando. Un paio di giorni fa ha dichiarato: “Sul conflitto russo ucraino abbiamo sensibilità diverse, ma sono stato promotore di una risoluzione comune, riconoscendo su questo punto che l’aggressione russa va sanzionata. Non dobbiamo acquistare gas russo finché non ci sarà un trattato di pace… Difendiamo con le unghie e con i denti il popolo ucraino”. È una giravolta rispetto alle posizioni filo russe ostentante fino a pochi giorni prima.

La prova del nove della sua candidabilità Nato verrà nelle prossime ore, se parlerà anche sostegno della guerra americana in Iran.

È possibile che a Washington siano infastiditi perché Meloni, finora sostenuta da Trump più di ogni latro leader europeo, al dunque dell’Iran si sia tirata indietro e faccia oggi il pesce in barile. In questo non aiuta la notizia che Sigonella sia stata in parte negata all’uso di aerei americani diretti in Iran. Come spesso è accaduto in Italia, non è chiaro chi ha fatto trapelare la notizia e per quali scopi. Né è chiaro quanta verità ci sia, visto che si tratterebbe di un divieto molto parziale.

Il pallino però scivola anche su Conte. Conte saprà alzare la mano e sostenere Trump dove Meloni è mancata? Saprà sostenere l’America dove oggi Meloni è più timida? Meloni dal canto suo saprà esprimere un parere articolato che trovi eco anche in America, e non sia un semplice assenso o diniego?

Un termometro importante delle cose potrebbe venire dalla posizione di tutta la galassia pacifista che guarda a Conte come proprio interprete. Conte saprà cavalcare e guidare questa difficile tigre verso posizioni più ragionevoli o ne sarà disarcionato e divorato? O peggio si farà lui stesso cavalcare dalla tigre “pacifista”? Sarebbe ingenuo sottovalutare l’ex premier, che ha provato di essere inossidabile a molti rovesci.

Per questo, se Meloni vuole continuare a governare sul serio dovrebbe darsi sul serio da fare.

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