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La rivalità tra Washington e Pechino si estende ormai ben oltre la Terra. Dallo Spazio profondo alle orbite basse, la nuova corsa tecnologica tra le due potenze non riguarda più soltanto il prestigio scientifico o il primato politico, ma anche il controllo delle future infrastrutture strategiche orbitali. In questo nuovo teatro di competizione, sono due i dossier attualmente più caldi: la difesa e l’esplorazione. Mentre il venturo Golden Dome di Donald Trump si candida ad essere il primo sistema bellico spaziale ibrido (a metà tra il sistema di difesa e la rete di armamenti orbitali), la seconda corsa alla Luna, rispetto a quella con l’Unione Sovietica, stavolta non risponde a logiche propagandistiche, ma a chiari calcoli strategici sui futuri equilibri di potenza oltre l’atmosfera.

Come procede il Golden Dome

Il progetto Golden Dome mira a creare un sistema di difesa antimissile orbitale basato su una costellazione di satelliti capaci di identificare e intercettare le minacce in volo prima dell’impatto. Per realizzarlo, il Pentagono ha mobilitato una nuova generazione di aziende tecnologiche. In testa c’è SpaceX, che si prepara a ricevere un contratto da 2 miliardi di dollari per sviluppare la rete satellitare principale del progetto, che dovrebbe consistere in una costellazione di circa 600 satelliti dedicati all’identificazione e al tracciamento dei missili. SpaceX, forte dell’esperienza maturata con i lanci di Starlink e delle collaborazioni già in corso con la Nasa e la Nro, sarà un attore centrale per la costruzione del Golden Dome, ma persino Elon Musk non può fare tutto da solo. Accanto a SpaceX e ai colossi tradizionali come Lockheed Martin e Northrop Grumman si è fatta strada Anduril, la startup fondata da Palmer Luckey. Anduril si distingue per l’uso intensivo di intelligenza artificiale e sistemi autonomi nei suoi prodotti, dal controllo di frontiera ai droni militari di nuova generazione. Ora punta allo spazio, proponendo tecnologie di sorveglianza orbitale integrate con sensori terrestri. Il Golden Dome rimane ad oggi forse il più ambizioso progetto di sviluppo militare degli Stati Uniti, ma la segretezza intorno ai suoi appalti e alle sue commesse è massima.

La seconda corsa alla Luna

Il secondo pilastro della competizione spaziale tra le due potenze è l’esplorazione dell’outer space, e in questo contesto la posta in gioco è la Luna. Gli Stati Uniti guidano il programma internazionale Artemis (cui partecipa anche l’Italia), che punta a riportare gli astronauti sul suolo lunare e a creare una presenza permanente, sostenuta da alleati e partner commerciali.  La Cina, invece, procede con un piano più centralizzato. L’Agenzia spaziale cinese (Cnsa) lavora a un grande razzo vettore, il Long March 10, e sta preparando la costruzione di una base lunare internazionale insieme alla Russia. Pechino ha già dimostrato la propria capacità di operare sul lato nascosto della Luna con la missione Chang’e 4, e ora punta a una presenza stabile sul satellite entro il 2030. Mentre Artemis è un programma aperto e multilaterale, la strategia cinese è inclusiva ma gerarchica, orientata a consolidare un ecosistema di cooperazione sotto l’egida di Pechino. Dietro la corsa alla Luna, questa volta, si gioca più di un primato simbolico. Le future reti di comunicazione, navigazione e osservazione passeranno dalle orbite lunari, e chi ne controllerà le infrastrutture deterrà un vantaggio economico e strategico enorme. Inoltre, chi per primo arriverà sulla Luna avrà un indubbio vantaggio nel garantire presenza e controllo dello spazio cis-lunare, che in futuro rappresenterà un teatro strategico spaziale fondamentale.

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