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Tutti indicano il partito dell’astensione come il grande vincitore delle elezioni amministrative del 26 e 27 maggio. E giù considerazioni a ruota libera, soprattutto tra gli apparenti sconfitti impegnati a dimostrare che non hanno poi perso così tanto, anzi forse hanno quasi vinto, o comunque possono vincere.

Forse qualche numero può diradare la cortina fumogena e aiutare a capire come siano andate le cose.

Prendiamo Roma: Marino ha avuto 512mila voti, 27.000 in meno di quanto la coalizione che lo sostiene aveva avuto alle politiche di febbraio. Piccolo calo anche per Alemanno, che con i suoi 364mila consensi è appena sotto i 375mila di febbraio. Alle politiche poi c’erano le oltre 150.000 preferenze per Monti, che non era presente alle comunali, dove però c’era Marchini, che sembrerebbe aver intercettato buona parte dell’elettorato centrista. Insomma, non è che ci siano stati questi grandi spostamenti, anche Casa Pound ha avuto gli stessi consensi, perdendo un centinaio di voti.

Ma allora, il crollo dell’affluenza? L’affluenza, numeri alla mano, è crollata in un buco nero a cinque stelle. Il movimento di Beppe Grillo, infatti, ha messo insieme 130mila voti di lista e meno di 150mila al suo candidato sindaco, mentre a febbraio, sempre nel comune di Roma, era stato premiato da quasi 450.000 consensi.

Cioè, Grillo a Roma in tre mesi ha perso 300mila voti. 2 su 3. Poi, può prendersela con chi vuole, con i giornalisti, con i partiti, con la casta, con l’apriscatole che non funziona, con le lobby, con la Gabanelli, con il Montepaschi, con Topolino o con la Morte Nera. Ma il dato di fatto, incontrovertibile, è che su tre persone che lo avevano votato appena poche settimane fa, due – dopo aver visto i suoi all’opera – non lo hanno votato più.

Il buco nero di Grillo

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