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Questa sera si è tenuto a Berlino un incontro per parlare dell’Europa, presso la sede dell’SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands) assieme ad Axel Schäfer, vice-capogruppo dell’SPD al Bundestag ha presentato e introdotto il dibattito tra  Laura Garavini,  deputata eletta nella Circoscrizione Estero per il PD,  Günter Gloser, deputato al Bundestag dell’ SPD ed ex sottosegretario agli Affari Europei al Ministero degli Esteri tedesco e Pierre-Yves Le Borgn’, deputato all’Assemblea Nazionale francese, rappresentante del Partito Socialista Francese, eletto nella Circoscrizione Europa Centrale e Orientale.

L’incontro è stato davvero molto interessante. Il dibattito ha messo in luce una certa idea di Europa. Un’Europa che deve ancora formarsi, basata sulla tutela dei diritti di tutti i cittadini, al di là, come ha detto Laura Garavini durante il suo intervento, delle questioni di cittadinanza, in vista della costituzione di un’Europa Unita, gli “Stati Uniti d’Europa”.

Gli ospiti si sono interrogati sul “come” realizzare questo progetto e sulla sua “fattibilità”. Gloser e Garavini hanno parlato a lungo del grave problema dei giovani e della disoccupazione e hanno dunque evidenziato la necessità che la Politica si occupi in primo luogo proprio dei giovani. Creare occupazione per i giovani è il primo “compito” della Politica. Ma quale Politica? Si chiede l’esponente francese.  Le Borgn’ è molto chiaro: occorre una base comune, un’idea comune d’Europa sociale, dove gli interessi della gente vengano messi al primo posto nelle decisioni istituzionali. Si chiede Le Borg’: in che modo si può creare fiducia nell’idea e nel progetto di un’Europa federata se le decisioni prese a Bruxelles o a Strasburgo riguardano solo marginalmente le persone e i loro veri problemi? Quale credibilità può avere il progetto “Europa” se ogni decisione presa nei luoghi delle istituzioni europee non ha alcun effetto sulle problematiche del lavoro, che sono appunto il primo vero problema da risolvere?

L’Europa Federata e Unita è ancora un sogno, un progetto molto ambizioso. Non si può creare un’Europa unita se mancano basi valoriali comuni, se manca la solidarietà tra gli Stati Membri e sopratutto se permangono divergenze legislative, sociali ed economiche ampie tra le Nazioni che compongono la Comunità Europea. La crisi economica e finanziaria ha messo un freno a questo processo di integrazione? In casi come questo, si avverte la mancanza di una vera Unione Europa, di una vera federazione europea. Oggi, più che mai, è indispensabile, a mio avviso, un percorso di riedificazione del progetto di una Unione Europea integrata socialmente, culturalmente e politicamente.

Un’Europa Socialdemocratica, che condivida un’idea elevata della dignità della persona, dei diritti e dell’importanza del lavoro, mi piace molto. Questa idea si avvicina molto a quello che intendo per Europa, ma credo che non possa crearsi una vera Unità tra i vari Paesi se manca la consapevolezza, da parte dei cittadini europei, di essere parte di qualche cosa di più grande. Non si può più ragionare con le etichette solite: “italiani”, “francesi” o “tedeschi”.

Il tema non è nuovo. Romano Prodi in occasione di un incontro avvenuto presso l’Università Bicocca, nel 2010 parlò dell’Europa e delle tante difficoltà di considerarla “unita”. Colsi l’opportunità, e con tanto imbarazzo posi una domanda al Presidente: come può esistere un’Europa Unita se ci definiamo ancora in base alle nostre proprie esperienze, come francesi, italiani o tedeschi? E’ possibile superare i particolarismi dei singoli Stati e spingere per un cambiamento di prosettiva: dal locale al globale? Romano Prodi disse che questo era lo sforzo più grande da compiere, un cambiamento culturale, un passaggio dall’essere “museo” ad essere “cambiamento” affinché all’integrazione economica seguisse una integrazione sociale, politica e culturale. Era, in effetti una domanda quasi banale, formulata in modo incerto, ma che a distanza di anni mantiene la sua validità: ci definiamo forse europei oggi?

Ebbene, oggi molto più di ieri, sono convinto che questo sforzo possa tradursi in un risultato positivo solo con una maggiore capacità di confronto, di solidarietà e di comprensione reciproca. Da qui, l’importanza dell’attenzione da dare ai giovani, allo studio e allo scambio interculturale. Mi ha fatto piacere quindi, sentire tutti e tre gli esponenti dedicare molto spazio a queste questioni, sottolineando la necessità di intensificare i sostegni ai progetti erasmus, per esempio, di facilitare la mobilità e dunque di creare maggiore “conoscenza reciproca” tra cittadini e cittadine dei diversi Stati, affinché sentano l’Europa come una nuova casa. E forse, un giorno,  arriveremo a definirci cittadini d’Europa e ci sentiremo veramente europei.

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