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Nella corsa alle materie prime critiche, la questione del controllo dei depositi più promettenti per la filiera delle rinnovabili (e non solo) sta emergendo sempre più come tema politico e che chiama in causa la volontà di proteggere i propri asset dall’influenza straniera, specialmente se si tratta di entità cinesi.

È il caso, più recente ma non il primo, della società mineraria australiana Northern Minerals. Fondata nel 2006, l’azienda si occupa di esplorazione, valutazione e sviluppo di giacimenti minerari, con un particolare focus sulle terre rare e nello specifico su alcuni dei metalli (le ‘terre rare’ pesanti, tra le più rare nella famiglia dei lantanidi) più ricercati: disprosio, lutezio e terbio. Il suo portafoglio progetti comprende i depositi di Browns Range, John Galt e Boulder Ridge e ha sede a Perth, in Australia. Si tratta di metalli essenziali per la fabbricazione di magneti permanenti al neodimio, tra i più performanti sul mercato e impiegati nei motori sincroni delle auto elettriche, nelle turbine eoliche, nell’elettronica avanzata e anche in dispositivi militari.

Attualmente, la Cina controlla circa il 70% dell’estrazione primaria dei concentrati che contengono terre rare, oltre a dominare il 80-90% della processazione e raffinazione, fino alla trasformazione in leghe e metalli da impiegare in questi settori downstream. Pechino allo stato attuale controlla il 99% della raffinazione del disprosio che ha toccato i $273 al chilogrammo (nella sua forma di ossido come è scambiato sui mercati) a marzo di quest’anno, oltre a dominare l’84% dell’offerta globale di ossidi di neodimio-praseodimio, input fondamentale per le leghe impiegate nella produzione di magneti.

Proprio per questa rilevanza, l’azienda australiana punta a diventare il primo produttore al di fuori della Cina di disprosio, al fine di diversificare le forniture. Sulle capacità e depositi australiani, il Pentagono ha scommesso nel 2021 per rafforzare a base industriale con i finanziamenti garantiti a Lynas Corporation, l’unica azienda che estrae e processa parte del suo output minerario al di fuori del mercato cinese, insieme al Giappone che rimane l’unico vero e alternativo mercato con le sue industrie.

Un tentativo, quello di ridurre l’esposizione sulla Cina, guidata essenzialmente dall’intervento statale, in un contesto di prezzi che attualmente non attira l’interesse di investitori privati. Infatti, solo nel primo trimestre di quest’anno l’81% degli investimenti in progetti di terre rare fuori dalla Cina proveniva da governi occidentali. A marzo il governo australiano ha accettato di fornire $533 milioni di finanziamento (con debito garantito su 15 anni) ad Arafura Rare Earths, altra società che sta sviluppando il progetto nel deposito di Nolans nell’Australia occidentale per produrre materiale al neodimio-praseodimio per i magneti utilizzati nei veicoli elettrici. Ricostruire una filiera alternativa a Pechino è uno degli obiettivi dell’Australia, che vuole porsi come valida alternativa e fornitore affidabile di materie prime critiche come concepito nella sua Critical Materials Strategy.

Ed è proprio nel contesto di crescenti tensioni con l’influenza delle industrie/entità cinesi nelle supply chain globali (dalle batterie ai chip, passando appunto per i materiali critici) che l’allineamento di Camberra con Washington si fa sentire. Nella giornata di lunedì, il ministro del Tesoro australiano Jim Chalmers ha ordinato a cinque società internazionali legate alla Cina di cedere le loro quote azionarie in Northern Minerals, in seguito al parere del Foreign Investment Review Board (FIRB), l’ente governativo che si occupa di presidiare gli investimenti esteri diretti e le loro possibili implicazioni sulla sicurezza nazionale.

Chalmers ha ordinato a Yuxiao Fund – e ad altre quattro società con legami con la Repubblica Popolare Cinese – di cedere le loro quote (solo il fondo deteneva circa il 9% a settembre 2023) nella società mineraria, che gestisce il deposito di Browns Range nella regione del Kimberley orientale dell’Australia occidentale. Lo sviluppo del progetto richiederà oltre $500 milioni di dollari (in spese Capex) per beneficiare un concentrato di terre rare al 25% (Total Rare Earth Oxide – Treo) in cui sono contenuti i preziosi disprosio e terbio. La società ha ottenuto più di $665 milioni dal governo per sostenere lo sviluppo complesso di questo progetto.

In una dichiarazione, il ministro ha dichiarato di aver ordinato alle cinque società di vendere le loro azioni, per un totale del 10,4% del capitale di Northern Minerals Limited, al fine di “proteggere il nostro interesse nazionale”. “L’Australia opera in un quadro di investimenti esteri solido e non discriminatorio e, se necessario, adotterà ulteriori misure per tutelare il nostro interesse nazionale in relazione a questa vicenda”, si legge nel comunicato. I legami del fondo target con la Cina è stata la questione che ha innescato il processo di revisione, sottoposto negli ultimi anni ad alcune modifiche sulla normativa esistente – Foreign Acquisitions and Takeovers Act 1975 – sugli investimenti esteri che nel 2020 hanno conferito al Ministro del Tesoro ulteriori poteri per monitorare, applicare e rivedere le condizioni imposte a quest’ultimi in qualsiasi momento e, in casi estremi, ordinare un disinvestimento qualora vi siano minacce oggettive alla sicurezza nazionale.

È la prima volta che Chalmers applica i poteri di ordine di disinvestimento delle azioni, mentre erano state bloccate due transazioni lo scorso anno – a marzo e a luglio – che riguardavano proprio il raddoppio delle quote d’interesse di Yuxiao Fund nel progetto di terre rare e un progetto di estrazione del litio (di cui l’Australia è il principale produttore mondiale oltre ad essere il principale partner commerciale della Cina). Anche il Canada nel novembre del 2022 ha fatto ricorso a normative simili per tutelare i suoi asset minerari dall’ingerenza delle entità cinesi.

La decisione è ovviamente allineata alla politica del governo federale sugli investimenti esteri, che aumenta il controllo sui settori strategici, tra cui quello minerario. Sebbene la normativa non identifichi i Paesi di interesse, il governo australiano, con discrezionalità politica, sta cercando di aumentare la resilienza della catena di approvvigionamento riducendo l’esposizione economica alla Cina – l’Australia è parte della Minerals Security Partnership a guida Usa – che controlla una parte significativa della fornitura di minerali critici lungo la supply chain.

L’ordine di dismissione di Northern Minerals costituisce un precedente per ulteriori azioni di questo tipo. Gli ordini di dismissione sono valutabili caso per caso e molto probabilmente avranno un impatto su progetti che riguardano la raffinazione e la lavorazione di minerali critici nei prossimi anni, considerando la rilevanza dell’Australia nell’ottica del friendshoring e di fornitura che sia in linea con le clausole dell’Inflation Reduction  Act (IRA) – come l’obiettivo di limitare l’esposizione sulle catene di approvvigionamento verso Foreign Entity of Concern (FEOC).

Nell’eventualità, poco probabile, che il governo australiano intraprenda un’azione sistematica contro gli investimenti legati alla Cina nel settore minerario (i capitali e il know how tecnologico cinese rimangono, per molti aspetti, fondamentali oltre ad essere uno dei pochi mercati di riferimento), aumenterebbe il rischio di misure ritorsive di Pechino sugli investimenti australiani e/o di ritorsioni mirate contro le esportazioni agricole australiane verso la Cina. Se il governo cinese dovesse cancellare o rinviare la visita in Australia del premier cinese Li Qiang prevista per il 18 giugno, assisteremmo ad un deterioramento più significativo delle relazioni bilaterali.

Intanto, la società australiana ha dichiarato il giorno dopo la decisione del Tesoro di aver subito una serie di attacchi informatici. I dati trapelati comprendono informazioni aziendali, operative e finanziarie, dettagli relativi a dipendenti attuali ed ex e alcune informazioni sugli azionisti. Northern Minerals ha dichiarato che la violazione “non ha avuto un impatto materiale sulle operazioni o sui sistemi dell’azienda”, aggiungendo di aver avviato una procedura di revisione dei rischi cyber e di essersi mossa per rafforzare i propri sistemi informatici.

Questo episodio, che non rimarrà solitario nei prossimi anni con le tensioni crescenti a livello commerciale e geopolitico tra Usa, alleati e Cina, conferma la teoria secondo cui la penetrazione lungo le filiere strategiche, passa anche attraverso il controllo societario (spesso minoritario e below the radar) degli asset minerari più promettenti. In una nuova fase di presidio dello Stato sulle materie prime strategiche che abilitano lo sviluppo di componenti più high-tech.

Terre rare, l’Australia interviene a tutela dei suoi asset strategici. Ecco come

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