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Per la seconda volta dall’inizio del pontificato, nel suo discorso ai partecipanti all’incontro “Refugees & Migrants in Our Common Home”, Papa Leone XIV ha parlato di “globalizzazione dell’impotenza”, come evoluzione di quella dell’“indifferenza” denunciata dal suo predecessore.  Con quest’espressione ha inteso far riferimento ad un’esperienza sempre più comune nella vita quotidiana: “Davanti all’ingiustizia e al dolore innocente siamo più consapevoli, ma rischiamo di stare fermi, silenziosi e tristi, vinti dalla sensazione che non ci sia niente da fare”.

Nel suo primo intervento, tenuto in occasione della presentazione della candidatura del progetto “Gesti dell’accoglienza” alla lista del patrimonio culturale immateriale dell’Unesco, aveva argomentato che essa è “figlia di una menzogna: che la storia sia sempre andata così, che la storia sia scritta dai vincitori”.

Aggiungendo la necessità di un impegno, personale e collettivo, per promuovere “gesti e politiche di riconciliazione, specialmente in terre dove ci sono ferite profonde causate da conflitti di lunga data”.

Ora, di questa “cultura della riconciliazione”, come antidoto alla “globalizzazione dell’impotenza”, il libro “Stranieri Morali” (Bollati Boringhieri, 2025) di Milena Santerini, già docente ordinaria di Pedagogia e (tra gli altri incarichi ricoperti) deputato al Parlamento, offre, attraverso un viaggio tra i conflitti culturali più evidenti del nostro tempo, una chiave di lettura:  “comprendere le origini e le radici dell’avversione, cambiare la visione dell’altro da nemico a persona, fare i conti con le proprie tradizioni e con un diverso sguardo sulle varie situazioni contribuisce a disarmare le coscienze, che a loro volta armano gli eserciti”.

Così, come esempio paradigmatico di tale riconciliarsi quale “modo particolare di incontrarsi” (Leone XIV) può considerarsi l’evento di apertura della quarantaseiesima edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, con le testimonianze di “tre donne unite dall’esperienza del dolore e dalla scelta coraggiosa di trasformarlo in un impegno di riconciliazione” nello scenario in guerra della Terra Santa.

Se “la pace comincia da ognuno di noi” e la “strada che porta alla pace è comunitaria”, come ribadito in più occasioni dal Santo Padre, vale la pena richiamare la visita di San Paolo VI alla tomba del card. Giuseppe Pizzardo, con cui a volte non si erano capiti.

Soprattutto, rivelatrice di un autentico cammino di riconciliazione è la spiegazione data di questo gesto pubblico, uno degli ultimi compiuti prima della sua morte.

Il vaticanista Carlo Di Cicco ha raccontato che, alla domanda sul perché, “rispose sereno e pacato che la riconciliazione era un valore cristiano anche per un Papa”.

Sono parole che illuminano il percorso di quanti, cristiani e non, si impegnano quotidianamente a “diventare artefici di riconciliazione: ad affrontare la divisione con coraggio, l’indifferenza con la compassione, e a portare guarigione dove ci sono state ferite” (Leone XIV).

La cultura della riconciliazione riguarda tutti. Una lettura delle parole di Leone XIV

Per la seconda volta dall’inizio del pontificato, nel suo discorso ai partecipanti all’incontro “Refugees & Migrants in Our Common Home”, Papa Leone XIV ha parlato di “globalizzazione dell’impotenza”, come evoluzione di quella dell’“indifferenza” denunciata dal suo predecessore.  Con quest’espressione ha inteso far riferimento ad un’esperienza sempre più comune nella vita quotidiana: “Davanti all’ingiustizia e al dolore innocente siamo più consapevoli, ma rischiamo di stare fermi, silenziosi e tristi, vinti dalla sensazione che non ci sia niente da fare”

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