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Il presidente russo, Vladimir Putin, dovrà gestire nelle prossime ore, giorni e settimane l’effetto della strage al Crocus City Hall (oltre 130 persone uccise, più di altrettanto ferite). E dovrà farlo consapevole che il colpo subito dalla sicurezza russa è tremendamente pesante e che l’idea di forza imperiale raccontata alle proprie collettività scricchiola davanti all’incapacità di proteggere i cittadini nella capitale. La risposta sarà una narrazione conseguente, che accederà a termini e dinamiche cospirazioniste. Dipendente da come adotterà questa risposta, quanto a lungo e quanto in profondità, Putin potrà essere utile o meno alla sicurezza collettiva. Perché davanti al chiaro riemergere delle capacità operative, organizzative e predicative dello Stato islamico — che ha rivendicato l’attentato subito — capire l’attacco di Mosca diventa un elemento fondamentale per il mondo intero, che torna a confrontarsi con il terrorismo baghdadista.

Cospirazione o responsabilità dunque: più cresce la diffusione dell’una, più cala la concretezza dell’altra. Per esempio: l’Iran, che a gennaio ha subito un attacco interno altrettanto devastante e che è governato da una teocrazia totalmente legata alla narrazione ideologica (in modo simile al Cremlino), inizialmente aveva preso la strada del cospirazionismo, accusando fantomatici nemici della Repubblica (leggasi Stati Uniti e alleati) di aver guidato l’attentato di Kerman. Ma poi, nelle settimane successive aveva lasciato circolare tramite i media locali informazioni importanti innanzitutto sull’autore della strage: l’ISKP, la filiale afghana dello Stato islamico, sospettato numero uno anche in Russia, come spiegava Riccardo Valle (The Khorasan Diary).

Poggiarsi su teorie del complotto è quasi automatico. La prima forma di protezione davanti a un attacco del genere — pur di non ammettere limiti e debolezze — è indicare i grandi nemici come autori più o meno indiretti. Com’era prevedibile dunque, i propagandisti di Putin (stranieri e nazionali) hanno iniziato con l’ignorare la rivendicazione dell’IS, dando invece la colpa all’Ucraina e agli Stati Uniti. Lo stesso Putin ha detto che i miliziani baghdadisti arrestati (e ritenuti responsabili dell’attacco) stavano fuggendo verso il confine ucraino perché avrebbero trovato una “finestra di opportunità” di aiuto. È più probabile che cercassero la fuga verso la Bielorussia, dato che il confine ucraino è militarizzato da unità piuttosto valide russe. Oppure (si tratta solo di una speculazione) mandarli verso l’Ucraina era parte del piano: nella richiesta di sacrificio dello Stato islamico non c’era l’immolazione e il martirio tipico di attacchi del genere, ma il farsi intercettare in modo da creare ulteriore caos, spingendo sul tema del coinvolgimento ucraino.

Un esempio tanto per capire la tipologia di narrazioni che questo innesca: Scott Ritter ex membro dell’intelligence dei Marines e ispettore dell’Onu poi condannato per atti di esibizionismo con minori online, che adesso fa il propagandista putiniano per professione – ha commentato su Sputnik che se c’è stato qualcosa di progettato con l’Ucraina, allora Kyiv non può che essersi mossa sotto la guida della Cia, con gli Usa che hanno sfruttato la situazione per arrivare al loro grande obiettivo, la sconfitta strategica della Russia. Sergey Karnaukhov, altro noto propagandista russo, ha incolpato l’Ucraina, gli Stati Uniti e il Regno Unito per l’attacco e ha trasmesso un video deepfake di Oleksiy Danilov, consigliere della presidenza ucraina, in cui sembra che sia stato Kyiv e non l’IS ad assumersi la responsabilità (il video è stato creato con un’intelligenza artificiale).

I propagandisti russi stanno anche cercando di rivoltare la storia riguardo all’avviso inviato da Washington, che un paio di settimane fa aveva segnalato pubblicamente e direttamente il rischio di attentati a Mosca (viene fatto secondo la politica “duty to warn”, regola internazionale secondo cui informazioni che riguardano il terrorismo vanno condivise sempre, anche con i nemici). Per le macchine del pensiero putiniane, questo non dimostra che le autorità russe hanno stupidamente ignorato l’avviso (per primo il presidente, che replicava sostenendo che fosse una “provocazione”), piuttosto che gli americani erano parte della pianificazione, sapendolo in anticipo.

Ce ne sarebbero svariati altri di esempi su come la propaganda russa sta reagendo a caldo, ma dilungarsi rischia anche di fare il gioco di certa disinformazione — che in qualsiasi modo viene affrontata si diffonde, si ricicla, circola e ispira. L’alterazione della verità è una reazione automatica in certi regimi: ora, come detto, la questione riguarda il futuro prossimo. Uno degli elementi fondamentali sarà avere informazioni sulla storia degli attentatori. Erano addestrati? Sono stati solo ispirati oppure anche finanziati? Come si sono organizzati? Alcune domande per arrivare a quella finale: dietro c’è ISKP? È fondamentale capirlo, perché è ormai noto che la branca afgana baghdadista sia molto attiva e capace, ed è già penetrata nella predicazione jihadista di un’area vasta che arriva fino all’Europa.

Se è vero che la “K” sta per Khorasan — la regione geopolitica storica che comprende Pakistan, Iran, Afghanistan e Turkmenistan — è altrettanto vero che materiale propagandistico dell’ISKP è stato trovato in Austria e nei Paesi Bassi, e le azioni del gruppo potrebbero aver colpito già in Turchia, Russia e Iran. Gli uomini del Khorasan, guidati da un leader ambizioso (noto col nome de guerre di Shahab al Muhajir) sono il polo propulsivo dell’attuale Stato islamico e vivono in un ambiente — l’Afghanistan talebano — dove l’attecchimento delle loro istanze e il proselitismo sono facilitati. Hanno fondi e voglia di agire, attaccano all’estero per dimostrare la loro forza e capacità di distinguersi dalle altre filiali – e dunque creare sempre più proseliti, forza, fondi.

Ogni dettaglio in più per conoscerli potrebbe essere fondamentale, la sicurezza collettiva dell’ordine basato sulle regole passa anche da questo. E Putin ha usato il tema della lotta al terrorismo molto spesso per raccontare l’attività internazionale russa e il suo impegno per mantenere ordine e sicurezza. Però a Mosca non interessa quell’ordine e quelle regole, nell’ottica di una volontà strategica di rimodellarlo secondo nuove forme di equilibrio, simili all’accordo fatto con gli Houthi per lasciare transitare le navi russe liberamente lungo il Mar Rosso — che i terroristi yemeniti hanno destabilizzato. Però attenzione, perché ieri notte una nave collegata per proprietà alla Cina — coautrice di quell’accordo — è finita sotto una salva di missili (made in Iran) lanciati dagli Houthi, e una volta colpita ha chiesto assistenza alle navi americane ed europee che stanno lavorando per ristabilire la sicurezza collettiva nella regione indo-mediterranea.

Propaganda o responsabilità. Quale sarà la scelta di Putin dopo l’attentato

Ora il presidente russo dovrà gestire la narrazione attorno all’attentato. Spingere troppo sulla cospirazione opera dei nemici (Ucraina, Usa, Ue) potrebbe essere efficace a livello di dibattito interno, ma porta il Paese fuori dal contesto della sicurezza collettiva. Mentre per combattere entità come l’Iskp la condivisione di informazioni può essere cruciale

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