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“Gli Stati Uniti proiettano la loro presenza in tutto il mondo attraverso le loro navi da guerra, influenzando quotidianamente le decisioni geopolitiche mantenendo lo stile di vita americano”, ha detto Brett Seidle, assistente (acting) segretario della Marina per la ricerca, lo sviluppo e l’acquisizione. Seidle ha testimoniato ieri davanti alla sottocommissione per la potenza marittima del Comitato per i servizi armati del Senato riguardo allo stato della costruzione navale di superficie convenzionale.

“Abbiamo schierato la migliore Marina mai assemblata nella storia del mondo, e credo che sia ancora vero”, ha detto. La spina dorsale di una forte Marina è la sua impresa di costruzione navale, ha aggiunto Seidle, spiegando che c’è la necessità di rinvigorire la potenza industriale della nazione, in particolare nella costruzione navale. Varie sfide impediscono a più navi di essere consegnate in tempo e nel budget. I costi stanno aumentando più velocemente dell’inflazione e i programmi su più programmi sono ritardati da uno a tre anni.

“Abbiamo bisogno di una maggiore modernizzazione, investimenti infrastrutturali, migliori assunzioni e fidelizzazione della forza lavoro e migliori prestazioni della catena di approvvigionamento”, ha evidenziato, aggiungendo che l’assistenza del Congresso e dei partner industriali della Marina sarà fondamentale per risolvere queste sfide.

Una corsa contro il tempo e i costi

La Marina degli Stati Uniti sta cercando di rimettere ordine nel settore della cantieristica navale, oggi afflitto da problemi strutturali che ne rallentano le capacità produttive. Secondo un recente briefing del dipartimento della Difesa, molti programmi soffrono ritardi che oscillano tra uno e tre anni, mentre i costi aumentano a un ritmo superiore rispetto all’inflazione generale. Investimenti infrastrutturali, miglioramento della forza lavoro, ottimizzazione delle catene di approvvigionamento e adozione di strumenti digitali per ridurre la complessità progettuale: sono queste le necessità che emergono.

Forza lavoro e catene di forniture

Uno dei principali colli di bottiglia è rappresentato dalla carenza di manodopera qualificata. La US Navy ha oggi 92 navi sotto contratto, di cui 56 in costruzione attiva, ma la capacità effettiva dei cantieri è frenata dalla difficoltà di attrarre e trattenere personale tecnico, ha notato nella stessa audizione il vice ammiraglio James Downey, che ha anche sottolineato la necessità di creare ambienti di lavoro più produttivi e sicuri, anche per rispondere alla competizione del settore privato.

Un altro fronte su cui si concentra l’attenzione è l’adozione di piani digitalizzati di progettazione navale. Questi strumenti dovrebbero alleggerire il carico sui cantieri, ridurre i margini di errore e contenere i ritardi legati ai rifornimenti. L’obiettivo a medio termine è costruire un ecosistema industriale più reattivo, resiliente e in grado di supportare una Marina sempre più proiettata in scenari globali ad alta intensità.

La visione Trump: navi, potenza industriale e suprematismo marittimo

Dietro questo rinnovato attivismo tecnico, si intravede un disegno politico più ampio: l’amministrazione Trump considera la superiorità marittima come fondamento della sua strategia di potenza. Il rilancio della cantieristica non è solo un obiettivo industriale, ma un tassello fondamentale di una visione geostrategica che abbraccia l’Indo-Pacifico, l’Artico e le rotte globali del commercio.

La dottrina marittima trumpiana ruota attorno a tre pilastri: contrastare l’espansione navale cinese nell’Indo-Pacifico e Indo-Mediterraneo, riaffermare la presenza nell’Atlantico settentrionale, e proiettare potenza nell’Artico. In tutte queste aree, il dominio navale è inteso come strumento sia militare che economico, con il controllo delle rotte commerciali globali come obiettivo strategico.

Il messaggio politico-industriale

Il rilancio dei cantieri navali è anche una risposta al declino manifatturiero statunitense. Secondo la lettura di Donald Trump, rafforzare la produzione militare significa non solo garantire la sicurezza nazionale, ma anche ricostruire la spina dorsale dell’economia americana. È una visione coerente con il principio di economic nationalism: proteggere le filiere, riportare lavoro in patria, e fare delle navi un simbolo di rinascita.

Il rilancio navale, se accompagnato da una vera riforma industriale e da una strategia diplomatica coerente, potrebbe segnare un cambio di passo nell’approccio americano agli equilibri globali. Ma senza una semplificazione profonda del processo produttivo – come riconosciuto dalla stessa Marina – il rischio è che la visione strategica rimanga ancorata a un’industria troppo lenta per i ritmi del confronto geopolitico attuale.

(Foto: X, @US7thFleet)

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