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Il giro dei locali notturni, dove si può mangiare e bere sino a tardi, o dei bar h24, ormai disseminati in tutta l’Europa e oltre, è una “tradizione” italiana ben radicata. Se con gli amici vuoi imbarcarti in una notte brava, lo puoi fare. Perfino gli adolescenti tornano a casa alle ore 8.00 del sabato o della domenica. Dopo aver atteso l’uscita del caldo croissant, accompagnato da un forte caffè, a chiusura di un giro di alcool e sostanze varie, ingoiate o inalate.  Sovente il rientro a casa, però, non è garantito: si può finisce sull’asfalto sputato fuori dall’autovettura a gran velocità o in attesa che i pompieri aprino, con la fiamma ossidrica, la carcassa accartocciata della tua auto.

Questa eventualità la si mette in conto per tutta la durata di Le città di Pianura (2025) di Francesco Sossai, scritto con Adriano Candiago, con i due inseparabili amici cinquantenni, vitelloni-bidonari, Carlobianchi, alla guida spericolata della sua Jaguar S-Type, e l’amico Doriano. Siamo nel Veneto e i due debbono andare a prendere un vecchio amico, all’aeroporto, rientrante dall’Argentina, Genio. Questi, riparato in sud America, da anni, in attesa della prescrizione del suo reato, insieme ai due di cui sopra, in passato truffavano l’azienda in cui lavoravano, sottraendo e vendendo al nero occhiali di marca, scartati per mini difetti.

Il viaggio verso l’aeroporto di Treviso (ma Genio arriverà a quello di Venezia: Carlobianchi ha sbagliato aeroporto) è per lo spettatore, un viaggio di conoscenza del territorio, delle usanze, nonché dell’italiano regionale con apertura al dialetto veneto. È anche un omaggio al bere. Sì, perché i due amici (poi diverranno un nuovo terzetto: lo vedremo tra poco) si promettono a vicenda di bere l’ultima “ombra” (un bicchiere de vin) della serata, poi della notte, sino all’alba. Un viaggio della memoria pronto a trasformarsi anche in viaggio di formazione per lo studente di architettura Giulio, napoletano, conosciuto in un locale notturno dove si festeggia la laurea di una sua amica, Giulia, e del suo gruppo di amici. I due offrono a Giulio un passaggio sino a Mestre: questi, riservato, inizialmente rifiuta, ma poi accetta, vedendo che non ha i mezzi per raggiungere la città. La mattina, i tre, dopo aver bucato l’appuntamento, continuano il viaggio per la campagna veneta.  Sossai inanella pezzi di campagna, paesi, soste e bevute. Giulio, inizialmente timido, si lascia coinvolgere e diventa un “amico” del meridione.

Il soggetto inserisce delle aperture surreal-felliniane, come il mezzo-bidone che i tre, involontariamente, scambiati per i geometri attesi, rifilano al conte proprietario, e unico abitante, di una villa in rovina, ma con dipinti e affreschi d’un certo valore. Giulio, tranquillizza il conte, spiegandogli prima il valore artistico della villa, e poi, dopo aver studiato i progetti, la certezza che con il ricorso al Tar la progettata autostrada, che terrorizza il proprietario, non spazzerà via la villa.

Al termine del viaggio in fondo alla seconda notte, ombra dopo ombra, i tre, ubriachi fradici, dormiranno non più in auto ma in casa della paziente madre di Carlobianchi, dove questi, dopo il divorzio, è riparato. La mattina dopo, Giulio chiama Giulia, di cui è timidamente innamorato, che alla festa di laurea aveva ceduto alla corte di un altro studente, sniffando insieme al tizio cocaina nella toilette, scorti dal timido e pulito Giulio.

La città di pianura è un film delicato, locale ma dal linguaggio universale. Attraverso la metafora del viaggio e del bere insieme a qualcuno “l’ultima ombra” (tradizione del Triveneto), è un saggio filosofico contro la solitudine e sull’amicizia autentica. Se poi i personaggi sono vitelloni e bidonari (Il bidone, 1955, F. Fellini: è un omaggio anniversario), e se la notte è “brava” (La notte brava, 1959. M. Bolognini, da P.P. Pasolini), e gli autori, raccontando l’Italia del terzo millennio citano in-volontariamente il buon cinema de Novecento italiano, significa che certe caratteristiche antropologiche (chiamatele, se volete, “tradizioni”), colte da diverse angolature e rifrazioni, scorrono sottotraccia per tutta la Penisola.

Sossai (David di Donatelo miglior film e migliore regia) dirige con maestria degli attori (Sergio Romano, – altro David di Donatello-, Pierpaolo Capovilla e il giovane Filippo Scotti) senza dubbio in stato di grazia, aiutato da una fotografia (Massimiliano Kuveiller) bilanciata e sempre in profondità di campo, sia con poca luce che in pieno giorno (evitando sbordature di sovraesposizione). La sceneggiatura (che prende da fatti accaduti: a Gorizia, trenta anni fa, chi scrive, imparò a carrellare di locale in locale, una “ombra” dopo un’altra, guidato da un esperto di cinema) è solo apparentemente piana. Eccola, infatti, aprirsi a svolte narrative inattese e delicate allo stesso tempo: la festa dei laureati in architettura per la città; l’inserimento di Giulio nel gruppo dei due nomadi della notte; il conte; cui vanno aggiunti tutti i necessari flash-back (per capire perché oggi Carlobianchi e Doriano siano due tardi vitelloni-bidonari da “ombra”) in un succedersi narrativo sincopato (montaggio di Paolo Cottignola).

La camera e la regia si divertono a sollecitare lo spettatore con qualche pseudo-citazione cinematografica, poi abilmente disattesa: per ben due volte la corsa in Jaguar si fa pericolosa, di giorno e di notte, con Carlobianchi che guida violentando la sicurezza, quasi a preparare un finale alla Sorpasso (1962, M. Monicelli), “tradito” da un lieto fine. Tra i più graditi degli ultimi anni.

Avrei evitato, forse, tre scene ridondanti. Quella in cui i due amici, con molto alcool su per le vene, non si fermano a un posto di blocco, accelerando e seminando la volante della polizia, a fari spenti, per poi infilarsi tra i bui campi. Non necessaria anche la scena dell’uso disinvolto dello sniffamento della cocaina da parte della laureata Giulia e del suo amichetto. Come, infine, inutile il “battesimo”, seppur ellitticamente felliniano, di Giulio, dalla prostituta, amica di Carlobianchi e Doriano. Scene che, messe lì come cammei, appaiono dei prevedibili “must” dell’anticonformismo finzionale in uso nel cinema, di cui lo script non necessitava (soprattutto la prima, di facile emulazione negativa per un pubblico giovane).

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