Skip to main content

Lo scorso gennaio, il governo di Taiwan ha deciso di prolungare la durata della leva militare da quattro mesi a un anno. Uno dei primi provvedimenti del neoeletto presidente Lai Ching-te, del Partito Democratico Progressista, è stato l’adeguamento della difesa nazionale alla crescente minaccia militare cinese.

Un’iniziativa subito criticata da Pechino che ha pure definito pericoloso l’atteggiamento assunto ultimamente dalla leadership taiwanese nelle relazioni bilaterali. Xi Jinping ha più volte ribadito che la “provincia ribelle” sarà riunita alla madrepatria entro il 2030, senza tuttavia fare riferimento al ricorso dell’uso della forza, evocando gli esempi di Macao e di Hong Kong. Certamente, la prospettiva di avere solo 180 chilometri. a separare l’isola dal continente asiatico ha sempre costituito per Taiwan grave motivo di preoccupazione solo in parte lenita dalla solidissima alleanza con gli Usa che riforniscono le forze di difesa taiwanesi con il meglio della loro industria bellica e con una forte presenza militare nell’area. Peraltro, a comprovare la grande vicinanza al governo di Taipei, il presidente Biden ha messo recentemente in campo un investimento da 11,5 miliardi di dollari per realizzare a Phoenix, in Arizona, un impianto industriale della Taiwan Semiconductor Manufacturing Company – TSMC, il gigante che produce da solo oltre la metà dei microchip fabbricati e assemblati nel mondo. Tutto ciò, pur evidenziando la volontà di mantenere buoni rapporti con la Cina popolare.

Ben più assertiva la postura tenuta a suo tempo da Donald Trump. La prospettiva ora sempre più concreta di un ritorno del tycoon, da un lato, preoccupa Pechino, dall’altro, incoraggia l’atteggiamento indipendentista del neopresidente Lai Ching-te. Al punto che, in caso di invasione militare, i taiwanesi sarebbero anche disposti a sabotare il proprio apparato industriale, pur di arrecare un danno all’economia cinese, che necessita di quella tecnologia, e ai suoi propositi di diventare leader mondiale entro il 2050. Un’economia che attraversa una fase congiunturale assai meno positiva rispetto al recente passato. Sono lontani i tempi dei tassi di crescita che oscillavano tra l’8,5 e il 9,2% annuo. Se si esclude la fase legata al Covid-19, quello attuale è il periodo peggiore -si fa per dire- degli ultimi cinquant’anni.

Nel 2023, la crescita è stata “appena” del 5,2%, con un danno contenuto solo grazie alla forte ripresa di fine anno. Ma già per il 2024 si prevede un’ulteriore frenata dell’economia del dragone. Peraltro, si stima che un’escalation militare con Taiwan comporterebbe da sola una perdita mondiale di 2.600 miliardi di dollari. È come se avessimo messo insieme gli effetti della crisi russo-ucraina, di quella mediorientale e del Covid-19. Non va poi trascurato che la postura internazionale di Pechino è stata più di recente e a più riprese accompagnata da un’assertiva politica regionale. Tra il 2015 e il 2017, le isole Spartly, un piccolo arcipelago corallino al largo delle coste del Vietnam, nel Mar Cinese Meridionale, conteso tra Cina, Taiwan, le Filippine e lo stesso Vietnam, sono state occupate dall’esercito cinese e trasformate in avamposto militare.

Un passaggio strategico fondamentale. 11 miliardi di barili di petrolio e 50 trilioni di metri cubi di gas naturale nel sottosuolo marino, il 10% delle riserve ittiche mondiali e, soprattutto, il 30% del traffico marittimo internazionale che lo attraversa fanno di questo spazio geografico un’area imprescindibile per lo sviluppo dell’economia di Pechino. A partire dalla Belt and Road Initiative – BRI, quel sistema di infrastrutture, terrestri e marittime, finalizzate a convogliare i prodotti cinesi verso i mercati occidentali. Un livello di ambizione, quello della supremazia nell’indo-pacifico, difficile da accettare da parte americana, sul piano economico-industriale, su quello della stabilità regionale e, più in particolare, della sicurezza di Taiwan. Cosicché l’amministrazione americana, sia repubblicana che democratica, ha spostato il proprio focus politico-militare sull’Oceano Indiano e sull’Oceano Pacifico con l’adozione del pivot to Asia. In tale ottica va interpretato il recentissimo accordo tra Usa e Giappone per rafforzare la capacità di mutua cooperazione militare, attraverso il potenziamento del quartier generale americano nella “terra del sol levante”, e per fornire un contributo al processo di potenziamento delle forze di autodifesa giapponesi.

Un passaggio importante che agevola non poco la condotta di eventuali operazioni militari nella regione, tenuto conto che l’attuale comando americano si trova nelle Hawaii, a 6.500 chilometri. di distanza. Ma la Cina è alle prese anche con la crisi mediorientale, nei confronti della quale ha assunto una posizione di ambigua equidistanza. La crisi di Gaza, l’attacco iraniano contro Israele, con tutte le sue possibili conseguenze, ma soprattutto gli attentati terroristici condotti dalle milizie islamiche del Belucistan al porto pakistano di Gwadar, acquistato dai cinesi per farne il principale scalo marittimo dell’Oceano Indiano nel sistema del BRI, stanno ulteriormente rallentando i ritmi della crescita economica. E dire che la Cina è stata sinora protagonista silenziosa nella regione mediorientale.

Ha promosso la riapertura di un dialogo tra Iran e Arabia Saudita dopo che lo scoppio della guerra nello Yemen, nel 2014, aveva visto i due paesi schierarsi su fronti opposti. Ha stretto con entrambi accordi per assicurarsi forniture di gas e petrolio per i prossimi 25 anni, per un investimento complessivo di 840 miliardi di dollari. Ha realizzato a Gibuti la più grande area portuale del Medioriente. Ecco perché l’interesse preponderante di Pechino è la stabilità dell’area sulla quale, è certo, viene ora focalizzata un’intensa, ma silenziosa, attività diplomatica. Di fatto, una situazione complessiva che tra l’altro allontana sempre più l’Europa, e in particolare l’Unione Europea, dall’attenzione dei grandi player internazionali.

Il difficile anno del drago. Le nuove sfide per Xi Jinping nell'analisi del gen. Del Casale

Di Massimiliano Del Casale

Esasperazione nei rapporti tra Cina e Taiwan, presidenziali americane che si avvicinano e crisi mediorientale rallentano la crescita dell’economia cinese e portano nuova instabilità nella regione. Le preoccupazioni di Pechino nell’intervento del generale Massimiliano Del Casale, già presidente del Centro alti studi per la Difesa

Il blitz delle Idf mette a nudo le debolezze degli ayatollah. La versione di D'Anna

L’attacco contro Isfahan preoccupa i vertici militari iraniani, soprattutto per le sue modalità operative. Che suggeriscono una vulnerabilità dell’infrastruttura nucleare di Teheran ad azioni esterne. L’analisi di Gianfranco d’Anna

Tutti contro i profughi siriani. Cristiano racconta il Libano di oggi

La questione dei profughi siriani è esplosiva. Si tratta di due milioni di persone, in gran parte nullatenenti, in un Paese sprofondato nel baratro della più devastante crisi economica: fino a cinque anni fa un dollaro valeva 1500 lire libanesi, ora ne vale circa 100mila. Può un Paese del genere, che non arriva a cinque milioni di abitanti, ospitare due milioni di profughi? Il racconto di Riccardo Cristiano

Gli Usa hanno deciso di lasciare il Niger. Il G7 teme per il Sahel

Gli Stati Uniti avrebbero accettato di cedere alla richiesta della giunta al potere in Niger: i circa mille militari americani presenti per missioni di lotta al terrorismo lasceranno il Paese. Tra le preoccupazioni del G7 per l’erosione della stabilità nel Sahel, Niamey spezza un altro legame con l’Occidente, ed è ora soltanto l’Italia a mantenere il dialogo – anche per conto di Usa e Ue

Nuove frontiere aziendali. Bodini spiega perché un podcast sul purpose

Esplorare il significato profondo del purpose aziendale, cercando di rendere fruibile il concetto e di fornire uno strumento utile ai giovani e agli imprenditori delle piccole e medie imprese. Un racconto di otto puntate nel podcast originale di Intesa Sanpaolo. Il progetto spiegato dall’autrice, Chiara Bodini

Perché il G7 italiano e il G20 indiano si parlano. L'analisi dell'amb. De Luca

Di Vincenzo De Luca

Il G7 a guida italiana, in continuità con il G20 a presidenza indiana, continuerà a occuparsi di transizione energetica e cambiamenti climatici, obiettivi che richiedono l’impegno concorde di tutta la comunità internazionale. L’ascolto delle voci del G20 sarà cruciale affinché il G7 resti un attore rilevante, capace di concorrere a determinare le dinamiche mondiali e a orientarle in senso coerente con i propri principi etici e democratici. L’analisi di Vincenzo De Luca, ambasciatore d’Italia a Nuova Delhi

L’istruttoria Golden Power chiusa sui cinesi di Ferretti fa precedente. Ecco perché

La Presidenza del Consiglio prende atto, senza conseguenze, della delibera con cui la società ha annullato la precedente decisione che aveva portato all’apertura di un dossier e alla richiesta di informazioni. Il caso, rivelato nei giorni scorsi da Formiche.net, è una prima volta in 12 anni dall’entrata in vigore dei poteri speciali. Tra i rappresentanti del gruppo anche gli avvocati Sciaudone e Mattarella

Zéro de conduite. Il preside Ciccotti sul ddl Valditara

Passa in Senato il ddl Valditara che ridà centralità al voto di condotta per arginare violenze da parte di allievi nei confronti di terzi. Con 5 non si sarà ammessi alla classe successiva. Previsti percorsi di educazione etica e giuridica. Il parere del preside e accademico Eusebio Ciccotti, che parte da Jean Vigo

Con l'Ucraina senza se e senza ma. Da Capri pieno sostegno a Kyiv

Nel documento riguardante l’Ucraina, i membri del G7 riaffermano il loro sostegno al Paese fino al raggiungimento di una “pace giusta”. Nel testo si menzionano nucleare, energia, sanzioni, ma anche diritti umani e ricostruzione

Processo di Roma e Piano Mattei, la strategia sulle migrazioni della ministeriale di Capri

La prima azione prescritta è quella di sostenere i partner africani nell’affrontare le cause profonde dell’instabilità, promuovendo al contempo un ciclo di crescita fondato sull’enorme potenziale del continente. Il riferimento è ad una transizione giusta e pulita e ad una crescita dell’accesso all’energia elettrica, offrendo soluzioni alternative alla migrazione irregolare. In sostanza un’accelerazione verso bisogni primari per tutti

×

Iscriviti alla newsletter