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Solo i sovranisti più irriducibili vogliono che l’Europa resti com’è o, addirittura, riconsegni agli Stati nazionali i poteri da quest’ultimi ceduti all’Unione. Tutti gli altri, invece, perlomeno a parole, tifano per un’Europa federale dotata di vera sovranità. Il che richiede una normativa sempre più condivisa in tutti i settori, a cominciare da quello economico. E se la proprietà privata e la libertà contrattuale costituiscono i pilastri di un sistema basato su un mercato concorrenziale, non si capisce perché debbano sussistere incrostazioni e corporativismi, privilegi e rendite di posizione. Certo, non è facile, per dirla con lo scatenato neopresidente argentino Javier Milei, adoperare la motosega contro tutte le benevolenze concesse dagli stati nazionali a gruppi di interesse o a settori elettoralmente influenti. In parecchi casi, è difficile adoperare persino un rasoio. Ma la concorrenza non è, per parafrasare il detto di Mao Zedong (1893-1976) sulla rivoluzione, un pranzo di gala. Alcuni ci rimetteranno. Ma altri, molti altri, ci guadagneranno. E saranno la maggioranza, dal momento che un’economia di mercato degna di questo nome, e l’Europa ne vuole da sempre costituire la cornice giuridica, è funzionale alle esigenze dei consumatori, non dei produttori.  Quest’ultimi non devono fare altro che competere tra loro per offrire prodotti e servizi migliori, e a prezzi più vantaggiosi, alla platea dei loro potenziali clienti. Tutto qui. Tutto il resto sa di logiche antiche, di prebende accordate, di scambi pattuiti, di favori elargiti a oltranza. Di burocraticismo estremo. Di opacità.

Tra gli inquilini del Quirinale più citati dall’attuale Presidente della Repubblica svetta il nome di Luigi Einaudi (1874-1961). Il che la dice lunga sul pensiero di Sergio Mattarella. Europeista a prova di bomba, Einaudi non perdeva occasione per esortare e allertare tutti contro i monopoli, pubblici e privati, grandi e piccoli. Per lui la democrazia economica si manifestava innanzitutto nell’assenza di posizioni dominanti sullo scenario produttivo. Di sicuro Einaudi non avrebbe fatto nulla di diverso da quanto ha fatto il suo successore Mattarella contro le proroghe delle concessioni per gli ambulanti (“commercio su aree pubbliche”) e, l’anno prima, contro le proroghe delle concessioni per le aree balneari. Intendiamoci, Costituzione alla mano, i richiami e i rilievi del Capo dello Stato in teoria possono essere disattesi dal governo, che potrebbe decidere di ignorare le parole presidenziali, ripresentando un provvedimento analogo. Se così non fosse, se cioè i rilievi del Quirinale imponessero, invece, un riallineamento da parte dell’esecutivo, ci ritroveremmo nel più classico dei sistemi presidenziali. Ma così non è e, quindi, tutto può succedere. Può succedere anche che l’Italia continui, in proposito, ad aggirare la direttiva Bolkestein sulla concorrenza ed a prestare ascolto alle richieste di chi intende preservare lo status quo. Ovviamente, l’Europa che conta non resterebbe a guardare e considererebbe la renitenza italica a liberalizzare le concessioni per balneari e ambulanti alla stregua di un secondo grave strappo, dopo il no alla ratifica del Mes da parte del Parlamento romano.

In cuor suo Giorgia Meloni sa che le prove di forza con l’Europa non possono durare all’infinito. Uno, perché rischiano di indebolire il ruolo del Belpaese nel Vecchio Continente. Due, perché lei stessa, Meloni, rischia di ritrovarsi, a Bruxelles, fuori dalle future partite decisionali. Tre, perché la presidente del Consiglio rischia di isolare una destra, quella italiana, da lei riproposta in chiave continentale con l’obiettivo di creare uno zoccolo duro conservatore, sul modello della tradizione culturale più consolidata. Quattro, perché lei rischia di eludere il liberalismo europeo a esclusivo vantaggio del populismo globale. Cinque, perché lei non potrebbe più riferirsi a due mostri sacri della destra mondiale, come Ronald Reagan (1911-2004) e Margaret Thatcher (1925-2013), che da adoratori instancabili del mercato, non erano ostili alla concorrenza. Anzi, ne esaltavano le virtù, esaltandola, sulla scia della lezione di Fiedrich von Hayek (1899-1992), come unica infallibile, o quasi, procedura di scoperta. Sei, perché il no alla concorrenza su balneari e ambulanti comprometterebbe, più prosaicamente, le future rate del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Roba da Tafazzi in pianta stabile.

Dipendesse da lei, il capo del governo italiano non si metterebbe di traverso alla liberalizzazione dei servizi. Ma la Lega di Matteo Salvini non è dello stesso parere e vorrebbe cogliere l’occasione per fare breccia tra gli elettori che verrebbero penalizzati dalla direttiva Bolkestein. Al posto della Meloni prenderemmo una predica di Einaudi sui vantaggi delle liberalizzazioni e la illustreremmo, integralmente. Perché di questo si tratta: o la concorrenza è un valore, e non si comprende perché debba essere contestata; oppure non è un valore, in tal caso verrebbe a cadere il pilastro principale su cui poggia l’intera costruzione europea.

Qualcuno obietta: perché insistere proprio su balneari e ambulanti, che rappresentano l’anello più debole della catena di privilegi e favoritismi accordati in passato dai governi nazionali? Giusto. Ma da qualche parte si deve pure cominciare. L’importante, ovviamente, è che non ci si fermi ai settori più modesti, ma si prosegua senza occhi di riguardo verso nessuno. In caso contrario, finirebbero per avere ragione gli attuali difensori di balneari e ambulanti. È proprio così: se l’Europa vuole andare avanti senza sconfessare i suoi princìpi fondativi, non può eludere le ragioni della concorrenzialità. Altrimenti, altro che unione politica. Gli sciovinismi riprenderebbero vigore con buona pace della pace.

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