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Con il Silmarillion si torna indietro, tramite una sorta di lavoro saggistico: il libro raccoglie le riflessioni di Tolkien su come si sia giunti alla terza era del mondo da lui immaginato. La scrittura è sempre più ardua, ponendosi dunque a un livello di difficoltà superiore a quello de Il signore degli anelli, già più farraginoso de Lo Hobbit. È però un testo interessante, perché toglie ogni dubbio circa l’origine mitologico-sacra della saga tolkieniana, facendo esplicito riferimento a un Dio e ai suoi angeli, o comunque a un pantheon di divinità. È proprio una figura luciferina, Melkor/Morgoth, a distaccarsi dal canto sacro con una melodia tutta sua, e a venire precipitato nella Terra di Mezzo.


È lì che si dedica all’oppressione delle genti e alla distruzione dei territori, in lunghissimi eventi e conflitti, che vedono gli uomini e gli elfi tentare di affrontarlo, indebolendolo, ma senza mai riuscire a sconfiggerlo definitivamente. Morgoth riesce anche a distruggere gli alberi di luce degli elfi, aiutato da una mostruosa creatura ragno, Ungoliant, che poi diventerà troppo pericolosa persino per lui; Ungoliant inizierà a minacciare il padrone, e poi a divorare tutto quello che la circonda, sino a mangiare sé stessa per la fame insaziabile. La sua progenie di ragni sarà poi diffusa in tutta la Terra di mezzo, tra cui Shelob, e Tolkien, come anche il conterraneo Herbert George Wells (scrittore e biologo), sempre disegnerà questi insetti come creature malevole (dal momento che li temeva.)

Dopo la caduta di Morgoth, che ora alberga in una specie di vuoto oscuro fino alla fine dei tempi, si svolge la cd. Seconda Era del mondo: si tratta di una parentesi interessante, volta a porre le basi delle vicende successive (Il signore degli anelli.)

A Morgoth sopravvive un suo luogotenente, uno stregone umanoide di nome Sauron (il noto signore oscuro della Terza Era.) La radice del nome rinvia a significati come “Oppresso”, oppure “Aborrito”. Memore della sconfitta del suo signore, tenta come può di sopravvivere, ma la sua natura maligna è insopprimibile, oltre al ricordo di ciò che ha compiuto sotto il dominio di Melkor.

Se Morgoth era un distruttore, Sauron è un creatore, un artigiano, un fabbro, ma maestro e allievo sono uniti dalla volontà di fare del male. Presentandosi come un elfo di bell’aspetto, di nome Annatar, stringe ottimi rapporti diplomatici con gli elfi e con i nani, riuscendo ad apprendere l’arte della fabbricazione dai primi.

Il suo unico scopo, a suo dire, è quello di condividere doni e aiutare gli elfi. Si avvicina in particolare al re dell’Eregion, Celebrimbor, che è tra le altre cose un valente fabbro, capo di una squadra di orefici. Quest’ultimo è anche il nipote di Fëanor, il leggendario fabbro della Prima Era, protagonista di tante dolorose vicende, che hanno condotto a divisioni e conflitti. Come suo nonno, anche Celebrimbor attrae a sé la tragedia e osa troppo, consentendo a Sauron di fabbricare i famigerati sette anelli per i nani, i tre per gli elfi, i nove per gli uomini, e infine l’unico.

Il fabbro li nasconde, ma Sauron lo tortura e riesce a rintracciare tutti gli anelli, tranne i tre elfici, oggetti non toccati dal male di Sauron. Dopodiché lo stregone uccide Celebrimbor e lo impala, esibendolo sulle porte della città (come una sorta di San Sebastiano), dando il via alla drammatica devastazione dell’Eregion.

Ancora una volta, la creazione si mostra nel mondo tolkieniano (ma anche in quello religioso) come gesto pericolosissimo, tale per cui in realtà sarebbe meglio non creare, ma al massimo plasmare e trasformare. La creazione ex novo conduce allo strapotere e alla smania di bellezza (oggi si potrebbe parlare di lusso, tardo capitalismo, consumismo, e così via), mentre le uniche popolazioni a uscirne indenni sono quelle Hobbit, dedite alla campagna e a oggetti dall’ingegneria o dalla meccanica semplicissime.

Tolkien parla invece di creazione con riferimento alla creazione “letteraria”, e anche qui, forte dei suoi convincimenti spirituali, parla di sub-creazione, per non sovrapporsi alla divinità: l’immaginazione è la possibilità di formare e plasmare mondi secondari, per rendere omaggio alla capacità e alla generosità del Signore.

Sauron si dedica poi alla corruzione del reame di Númenor, convincendo il re Pharazôn che è il caso di attaccare gli Dèi direttamente in casa propria, a Valinor; ovviamente, l’attacco è impari, e i Valar si vendicano affondando la flotta e la stessa isola di Númenor, in un episodio che ricorda proprio l’inabissamento di Atlantide dei tempi antichi.

Un regno culturalmente e tecnologicamente avanzato, che scompare nel nulla, lasciando il fardello in mano agli abitanti della Terra di mezzo, che non sono portentosi (fisicamente e moralmente) come gli abitanti della scomparsa Númenor.

Pharazôn muore e Sauron sopravvive a stento, per sempre deturpato dall’annegamento, presentando una forma mostruosa, oscura ed enfiata, che nasconderà sotto un’armatura: non sarà più in grado di modificare in meglio il proprio aspetto e si rifugerà a Mordor.

Giungono nella Terra di Mezzo il numenoreano Elendil e la sua progenie, destinati a fondare il regno di Gondor e le città di Minas Tirith, Minas Ithil, Osgiliath, e così via.

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