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La centralità del continente africano all’interno della competizione globale tra Stati Uniti e Cina è oggi difficilmente negabile. E altrettanto difficile da negare è il ruolo che in questa competizione gioca la percezione dei due attori da parte della popolazione locale. A fornire un’estensiva panoramica sulla questione è il report “Is Africa Turning Against the West?” pubblicato dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale: all’interno di esso viene infatti proposto uno studio condotto sui dati delle rilevazioni demoscopiche condotte dell’Afrobarometer (rete di ricerca panafricana che misura l’atteggiamento pubblico su questioni economiche, politiche e sociali in Africa) condotto da Robert Mattes, cofondatore e senior adviser dell’Afrobarometer, e Peter Lewis, Warren Weinstein Associate Professor of African Studies presso la Johns Hopkins University School of Advanced International Studies.

Quanto conta per gli africani l’aspetto internazionale?

Prima di addentrarsi nella dimensione prettamente riguardante l’apprezzamento di Pechino e di Washington (che nei quesiti dell’Afrobarometer incarna tutto il mondo occidentale), i due studiosi sottolineano come la consapevolezza delle dinamiche internazionali, siano esse regionali o globali, risulta essere molto limitata nel pubblico di riferimento. Alla domanda “quali sono i problemi più importanti di questo Paese che il governo dovrebbe affrontare?”, soltanto una percentuale inferiore al 2% ha fornito risposte di respiro più internazionale (dal cambiamento climatico alle guerre, civili o interstatali), una percentuale in linea con il trend di risposte a questa domanda nelle rilevazioni degli ultimiventicinque anni. Inoltre, mentre nella penultima edizione uno su quattro degli intervistati aveva dichiarato di “non saperne abbastanza” per esprimere un’opinione su questioni di politica internazionale, nell’ultima il 26% del campione non ha saputo fornire un’opinione sugli Stati Uniti (e il 20% non ha saputo farlo sulla Cina).

Vi è un’ampia correlazione tra alcune variabili e la capacità di fornire una risposta sostanziale. Come ad esempio quella del sesso, con gli uomini che danno una risposta il 46% delle volte in più rispetto alle donne. La frequente discussione di temi politici fa aumentare del 22% le risposte rispetto a chi non discute abitualmente di certi temi, mentre un livello di istruzione post-graduate (laurea specialistica o PhD) le fa aumentare del 14% rispetto a chi ha un livello di educazione inferiore. Mentre l’età e l’urbanizzazione hanno un impatto quasi irrilevante, e poco superiore lo hanno le fonti mediatiche.

Una visione speculare delle due superpotenze, sia a livello geografico…

Nell’ultima edizione dell’Afrobarometer, il 48% degli intervistati ha definito “positiva” o “molto positiva” l’influenza politico-economica degli Usa sul loro Paese, seppure con una forte differenza nelle risposte sulla base del Paese di riferimento: dai picchi di Liberia (84%), Capo Verde (79%), Benin (70%), Guinea (63%) e Burkina Faso (62%), si toccano le percentuali più basse nelle Seychelles (28%), in Botswana (25%) e in Tunisia (13%). Le percentuali di chi invece esprime un’opinione negativa non sono perfettamente speculari: vediamo infatti che queste risposte si concentrano in Tunisia (51%), Sudan (40%), Mauritania (40%), Mali (29%), Ghana (26%), Cameroon (26%) e Senegal (25%), mentre sono molto limitate nel resto dei 37 paesi coinvolti da Afrobarometer.

Una percentuale leggermente più alta, pari al 51%, vede invece di buon’occhio l’influenza politico-economica cinese (27% come “positiva”, 24% come “molto positiva”). Tuttavia, contrariamente a quanto ci si potesse aspettare, la percezione positiva della presenza di Pechino non si accompagna ad una negativa di quella di Washington. Anzi: in linea generale chi apprezza il ruolo di una potenza afferma di apprezzare anche quello dell’altra, così come chi si esprime contro la Cina lo fa anche contro Washington, e viceversa. Ci sono però delle rilevanti eccezioni. Come ad esempio il Mali, dove la percezione positiva degli Usa è inferiore di ventotto punti percentuali a quella della Cina, seguito da Eswatini e Cameroon (differenza di ventuno punti percentuali), Mauritius e São Tomé & Principe (differenza di diciannove punti), e Sudan (differenza di quindici punti); mentre Washington gode di un margine superiore nei consensi rispetto a Pechino in Ghana (diciannove punti di differenza), Zimbabwe (tredici punti) e Gambia (dieci punti). In generale, la Cina è più benvista in venti dei trentasette Paesi coinvolti, mentre gli Usa lo sono solamente in undici dei rimanenti.

…che a livello sociale

La tendente sovrapposizione dell’apprezzamento verso entrambe le Potenze si denota anche nella suddivisione per categorie, e non per Paesi, degli intervistati. Mentre un’età avanzata combacia spesso con un maggiore apprezzamento di Usa e Cina, la minor ricchezza e il vivere in aree urbane sono variabili che si correlano invece ad un minore apprezzamento verso di esse. O ancora, gli ascoltatori della radio hanno tendenzialmente un’opinione positiva, al contrario dei lettori di giornale (televisione e informazione online risultano scarsamente rilevanti). Tassi di risposta più positivi sono registrati negli intervistati con un più alto grado di educazione e, sorprendentemente, in quelli di fede musulmana rispetto a chi si dichiara cristiano o non religioso (che esprime tendenzialmente esprime opinioni negative).

Lungo il solco di un trend stabile

Mattes e Lewis paragonano i risultati dell’edizione di quest’anno a quelle precedenti, per dimostrare quanto le opinioni degli africani si siano mostrate suscettibili a variazioni di sorta. Rispetto all’ultima edizione la percezione positiva degli Usa è calata di dodici punti, passando dal 60% registrato nel 2019-2021 al 48% del 2022-2023. Un percorso quasi pedissequo è stato seguito dalla Cina, che nel 2019-2021 registrava un gradimento del 63% e nel 2022-2023 lo registra del 52%, segnando un calo di undici punti percentuali. Sebbene la stessa domanda di queste due edizioni non fosse stata formulata ancora prima, un quesito riconducibile (“Secondo lei, quanto fa ciascuno dei seguenti soggetti per aiutare il suo Paese, o non ha sentito abbastanza per dirlo?”) è stato individuato nell’edizione del 2008-2009 (dove però erano coinvolti solo 20 Paesi). Mentre il 55% dei rispondenti asseriva che gli Stati Uniti avessero portato “tanto” o “abbastanza” beneficio al proprio Paese, solo il 50% diceva lo stesso della Cina. Delineando dunque una certa stabilità.

Ma ci sono Paesi dove il cambiamento è stato significativo. In Uganda, ad esempio, un vantaggio di ventisei punti a favore degli Stati Uniti rispetto alla Cina nel 2008-09 si è trasformato in una “parità di voti” nel sondaggio più recente. In Mali, la differenza di opinioni positive sugli Stati Uniti rispetto alla Cina è passata da -2% nel 2009-10 a -19% punti nel 2019-21 a -27% punti nel sondaggio più recente. In Tanzania, una differenza del 24% nella domanda del 2008-2009 si è trasformata in un differenziale pari al -9% nel 2022-23. Cali relativi minori, ma comunque significativi, si sono verificati anche in Mozambico, Nigeria, Kenya e Namibia.

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