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Nel dicembre del 2022, mentre eravamo coinvolti in un progetto didattico di collaborazione con l’Università di Tunisi, abbiamo avuto l’opportunità di apprezzare le capacità diplomatiche e il pragmatismo di Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico del presidente del Consiglio e capo della neonata unità di missione di Palazzo Chigi, istituita dalla legge sul Piano Mattei. Basandoci sulla nostra esperienza in Africa e in vista della presidenza Italiana del G7, abbiamo pensato di suggerire al diplomatico di visitare due significative realtà realizzate dagli italiani in Sudan e in Tanzania, le quali incarnano in modo eccellente l’approccio non predatorio di cui ha recentemente parlato Giorgia Meloni.

Il primo caso che desideriamo evidenziare è l’ospedale di cardiochirurgia realizzato da Emergency in Sudan nel 2007, in collaborazione con i ministri della sanità del Sudan e dei paesi limitrofi. In questa struttura lavorano quasi 500 operatori sanitari locali, sono state eseguite più di 12.000 operazioni chirurgiche e quasi 100.000 visite specialistiche. Questo ospedale rappresenta l’unica struttura chirurgica specializzata per pazienti affetti da cardiopatie in una vasta area del continente africano, dove vivono oltre 300 milioni di persone. Dopo il 15 aprile 2023 (primo giorno degli intensi scontri armati in Sudan), l’ONG ha deciso di potenziare ulteriormente il Centro Salam con l’apertura di nuovi reparti di chirurgia d’urgenza e traumatologia per affrontare i feriti di guerra.

La seconda esperienza degna di nota è il Villaggio della Speranza a Dodoma, la capitale della Tanzania, un progetto avviato nel lontano 2002 da due missionari visionari, Suor Rosaria e Don Vincenzo. L’idea originale del progetto era triste, ma giusta: dare una degna sepoltura ai bambini orfani morti per l’AIDS e abbandonati nelle foreste. Tuttavia, le nuove conquiste scientifiche della medicina hanno trasformato questa idea in qualcosa di completamente diverso. Da più di vent’anni, nel Villaggio della Speranza vengono accuditi, curati ed educati centinaia di bambini e ragazzi orfani di genitori morti per l’AIDS, sotto l’attento monitoraggio medico del celebre ospedale pediatrico del Vaticano, il Bambin Gesù di Roma. L’esperienza di Dodoma è particolarmente interessante per il suo carattere multitasking e per il suo ruolo di servizio per la popolazione locale. Oltre a fornire assistenza sanitaria, il Villaggio svolge anche la funzione di ambulatorio medico e diagnostico per migliaia di donne e bambini della zona.

Le attività del Villaggio non si limitano alla sanità, ma includono anche la realizzazione di strutture per il completamento dell’intero ciclo scolastico, dall’elementare alle superiori, per soddisfare le esigenze delle famiglie nella parte orientale di Dodoma. Inoltre, sono state avviate diverse iniziative economiche, come l’allevamento di mucche da latte, la produzione agricola, il caseificio, il panificio e la pizzeria. Il Villaggio della Speranza offre lavoro a oltre 130 operatori locali, tra medici, ostetriche, infermieri, insegnanti, operai specializzati, assistenti sociali, eccetera.

In Africa, molti leader politici quando hanno problemi di salute preferiscono curarsi in Europa, data l’assenza di sistemi sanitari nazionali degni di questo nome. Con le iniziative a Khartoum e a Dodoma, l’Italia non solo ha mostrato il suo volto migliore, ma ha anche dato prova concreta di come sia possibile realizzare in Africa strutture ospedaliere e socio-sanitarie innovative e di indiscutibile qualità.

Eventi importanti come la Conferenza sull’Africa a Roma il prossimo 28 e 29 gennaio, il Piano Mattei e, non da ultimo, la presidenza Italiana del G7, non possono ignorare esperienze significative come quelle descritte. L’attuale attenzione politica dell’Italia all’Africa deve essere guidata dalle esigenze delle popolazioni africane e non dagli interessi delle solite imprese minerarie ed energetiche multinazionali, che troppo spesso hanno beneficiato della complicità delle élite locali, attualmente corteggiate dalla Russia con il suo sostegno militare.

Intervenire è urgente anche perché i rapidi processi di desertificazione indotti dal cambiamento climatico stanno peggiorando le condizioni di salute e di vita della popolazione. Si innesta su questo un drammatico esodo che vede decine e decine di milioni di cittadini africani costretti a migrare da una zona all’altra del continente senza le condizioni minime di sopravvivenza e ovviamente senza una assistenza sanitaria adeguata.

Pochi ne parlano, ma in queste condizioni il cambiamento climatico e i conseguenti processi migratori aumentano i rischi di “esportazione” e “importazione” di malattie infettive tra i paesi africani, come dimostrato dalle epidemie di Ebola.

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Di Marco Mayer e Valeria Fargion

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