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È importante farsi vedere alle manifestazioni della Cgil ma non basta, dice a Formiche.net a proposito del Pd di Elly Schlein, Paolo Franchi, uno dei più autorevoli commentatori politici italiani, editorialista del Corriere della Sera, già direttore del Riformista e scrittore (“Il Pci e l’eredità di Turati” il suo ultimo lavoro per La nave di Teseo). Il nodo, spiega, non può essere limitato alla possibile candidatura della segretaria alle elezioni europee o al fatto che il Pd abbia scelto una guida donna, come fatto da FdI. Ma verte l’idea stessa del Pd post Lingotto, le sue posizioni su temi portanti come la politica estera o il lavoro, che in questa fase non si sono viste. Cosa fare adesso? “Il primo problema resta quello della ricostruzione da parte della nuova leadership. Ricostruzione di questo partito vuole dire anche ricostruzione di una prospettiva, in antitesi a quella di chi ha vinto le elezioni”, osserva.

Meno di un anno dopo il congresso in cui è stata eletta Elly Schlein alla guida del partito, qualcuno ne chiede la sostituzione. Per quale ragione?

Intanto non è vero che il Pd ha fatto un congresso, ha fatto delle elezioni primarie che sono un’altra cosa rispetto a un congresso vero. Le primarie si sono svolte in due tappe, la prima riservata agli iscritti al partito e due domeniche dopo la seconda riservata a una più ampia platea diciamo di sodali che hanno dato risultati opposti: sommando i due voti è risultata eletta Schlein. La stranezza del procedimento richiederebbe una discussione politologica o storico-politica molto ampia che non possiamo fare qui, però già questo determina una ambiguità iniziale.

Ovvero?

Non è chiarissimo se il Pd attuale sia un partito o un movimento e la sintesi che si è creata è molto ambigua perché non si comprende esattamente chi fa cosa: chi è deputato a porre una questione? Chi può chiedere le dimissioni del segretario e a che titolo?

Cosa è successo da quando Schlein è divenuta segretario?

La postura può piacere o meno, tutto questo è assolutamente soggettivo. Credo che il problema sia politico e fortemente appesantito dalla questione delle scelte iniziali. Come si arriva a questa guida? È stata una rottura, un salto rispetto alla storia del partito, giunto all’indomani di una sconfitta elettorale di enormi proporzioni e con la contestuale novità rappresentata dalla vittoria della destra-destra. Per la prima volta in Italia la destra al governo ha esercitato una egemonia all’interno dello schieramento di centro-destra. Per cui la scelta del Pd va anche letta contestualmente al quadro generale in cui si colloca. Non è che ha vinto il pentapartito, è accaduta una cosa diversa che ha influito anche sul Pd. Il primo problema secondo me resta quello della ricostruzione da parte della nuova leadership. Ricostruzione di questo partito vuole dire anche ricostruzione come si dice adesso, di una visione, di un’idea, di una prospettiva, in antitesi a quella di chi ha vinto le elezioni.

Non c’è stata?

Se non c’è una strategia non c’è la tattica, si diceva nei partiti decenni fa. Nel senso che non si può procedere giorno per giorno per vedere quale minestra avvelenata mangiare. Ho visto solo una piccola iniziativa sul salario minimo che però non ha avuto alcun seguito, è stata una battaglia di propaganda che poi non è stata politica. Quando in passato si chiedeva lo Statuto dei lavoratori lo si chiedeva per vent’anni e non è che in caso di rifiuto si passava ad un altro tema. Di queste cose non ho visto traccia, né in materia di politica estera né in materia di interni. Non c’è stata l’identificazione di un mondo al quale ci si intendeva rivolgere e con cui ricostruire dei canali di collegamento e di contatto: penso in primo luogo al mondo del lavoro perché è importante farsi vedere alle manifestazioni della della Cgil ma non basta.

Con quali conseguenze?

Che il partito si trova dove sostanzialmente si trovava ieri, non solo stando ai sondaggi, ma stando alla vita politica. Credo che ci siano problemi che vanno infinitamente al di là della della figura e della capacità di Schlein.

Il Pd ha pensato che fosse sufficiente affidarsi ad una leadership donna e ad una cornice novecentesca, così come fatto da FdI, per voltare pagina?

Che ci siano donne alla guida è un fatto positivo, ma il nodo non può essere limitato alla possibile candidatura della segretaria alle elezioni europee o al fatto che il Pd abbia scelto una guida donna, come fatto da FdI. Ma verte l’idea stessa del Pd post Lingotto, le sue posizioni su temi portanti come il lavoro, che in questa fase non si sono viste, o la politica estera. Questa è una storia che non comincia oggi ma che secondo me accompagna il Partito Democratico sin dalla sua fondazione ai tempi del Lingotto. Correva l’anno 2007 e ci sono stati ulteriori movimenti tellurici nella società italiana e, in larghissima parte, anche altrove. Penso alla Francia dove la sinistra è scomparsa, al di là della crescita di Le Pen. Penso inoltre alla Germania, al Portogallo o alla Spagna dove almeno Sanchez prova a fare politica e a rischiare. Non dimentichiamo però un altro fattore.

Quale?

Donald Trump. Se dovesse vincere le elezioni, cambierebbe tutto sia per le altre destre in Europa, oltre che per le sinistre.

Cambiare cavallo basterà al Pd per rilanciarsi, come fatto dalla Cdu tedesca che sostituì Kramp-Karrembauer dopo solo un anno con Frederich Merz?

Non ho cambiato idea rispetto alle mie considerazioni del passato sul Pd e oggi non è solo colpa di Schlein, perché da tempo nel partito non ho visto tracce di una visione politica. Il nodo non è neanche quello di una sua candidatura alle europee, bensì punta secondo me ad ottenere il ruolo di leader dell’opposizione che oggi detiene in condominio con Giuseppe Conte.

Il Pd di Schlein? Senza visione, ma non basta cambiare leader. Parla Franchi

“Un anno di guida Schlein? Un salto rispetto alla storia del partito, giunto all’indomani di una sconfitta elettorale di enormi proporzioni. Non c’è stata l’identificazione di un mondo al quale ci si intendeva rivolgere e con cui ricostruire dei canali di collegamento e di contatto: penso in primo luogo al mondo del lavoro perché è importante farsi vedere alle manifestazioni della Cgil ma non basta”. Conversazione con l’editorialista del Corriere della Sera, Paolo Franchi

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