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Al momento della stesura di questo articolo, sono quasi 48 ore che non vengono registrati incidenti lungo le rotte marittime indo-mediterranee. Non era mai successo da quando a metà novembre gli Houthi hanno lanciato la loro azione destabilizzante. Le attività di dissuasione anglo-americane potrebbero aver funzionato, indebolendo le capacità tattiche degli yemeniti. I quali allo stesso tempo potrebbero aver cambiato modus operandi: spostare gli attacchi altrove (hanno capacità di azione anche a lunga gittata), riposizionare lanciatori e radar, oppure ridurre l’intensità per essere più accorti e non finire nei target. Comunque sia, l’azione contro gli yemeniti ha momentaneamente avuto un effetto positivo – pur certamente non risolutivo totale.

In questi giorni, uno squadrone di 120 uomini, tra frogman e personale logistico, dello Special Boat Service, le forze speciali della marina britannica, si potrebbe essere unito ai Navy Seals americani già di stanza a Gibuti, sul Corno d’Africa – avamposto naturale tra il Mar Rosso e il Mar Arabico, dove le rotte indo-mediterranee rallentano nel chokepoint di Bab el Mandeb, largo appena 32 chilometri. È lì che gli Houthi stanno sfogando i loro interessi, dichiarando guerra a tutte le navi commerciali ricollegabili a Israele e ai suoi alleati (anche se ne hanno colpite pure di altro genere) come forma di rappresaglia per l’invasione israeliana della Striscia di Gaza – che ha seguito a sua volta l’attacco subito da Israele il 7 ottobre, con il tragico attentato di Hamas.

Le forze speciali anglo-americane potrebbero iniziare a navigare su dhow arabi di provenienza locale, usando le tradizionali imbarcazioni molto comuni nel Mar Rosso per osservare più da vicino i traffici. Si usa il condizionale perché certe informazioni non possono essere confermate per la segretezza che solitamente le riguarda (anche farle arrivare ai media potrebbe essere parte della fog of war). Sostanzialmente, gli americani cercano di obliterare i rifornimenti diretti che arrivano in Yemen per foraggiare gli Houthi – che, secondo valutazioni di intelligence ottenute da Politico, starebbero cercando rifornimenti, segno che ne hanno bisogno e non intendono smettere la loro azione. Rifornimenti che potrebbero arrivare dall’Iran, che da anni tramite il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC, acronimo inglese) assiste militarmente gli yemeniti – un tempo ribelli, che con la guerra civile scoppiata nel 2014 hanno conquistato ormai metà Paese, dato che la coalizione a guida saudita intervenuta a difesa di Sana non è riuscita a contenerli e ora ha negoziato un cessate il fuoco.

L’uso più intenso delle forze speciali – che già questo mese hanno bloccato una spedizione, al costo di due Navy Seals tutt’ora dispersi e ormai dichiarati deceduti – potrebbe rendere ancora più sofisticata l’operazione che Washington e Londra hanno lanciato per ridurre le capacità operative degli Houthi. In questi giorni i raid aerei contro postazioni di lancio dei missili balistici si sono susseguiti con cadenza regolare, rendendo l’attacco dell’11 gennaio il primo di una campagna. Ora, stando alle fonti del Washington Post, per l’amministrazione Biden cercare di ampliare lo spettro di azione e tagliare la fornitura di armi – insieme a colpire quelle già presenti sul territorio yemenita – è una priorità operativa. La Casa Bianca però rassicura che non sarà niente di “drag-on” (trascinante, nel senso di trascinare in un pantano) come le guerra in Iraq e Afghanistan. È un anno elettorale e le “endless wars” sono sempre un tema sensibile tra gli elettori, martellati da un Donald Trump che accusa Joe Biden di portare il Paese verso la terza guerra mondiale. “Non cerchiamo la guerra. Non pensiamo di essere in guerra. Non vogliamo vedere una guerra regionale”, ha detto giovedì scorso la portavoce del Pentagono : “Quello che stiamo facendo con i nostri partner è l’autodifesa”.

Mettere gli specialisti a bordo dei dhow dovrebbe creare una forma di deterrenza sui traffici, che teoricamente dovrebbero essere limitati se non bloccati per timore di essere scoperti. Si scrive “teoricamente” perché nei fatti tutto questo a cui stiamo assistendo è legato al “danneggiamento” (come scrive Chatham House) della capacità di deterrenza statunitense. L’Iran e i suoi proxy regionali si sentono forti, non si auto limitano nelle azioni, anzi procedono con vigore e usando narrazioni complesse come quelle che toccano Russia e Cina. Le forze collegate a Teheran non solo agiscono nel Mar Rosso, ma continuano a martellare periodicamente le basi che utilizzano anche gli americani e gli alleati occidentali in Siria e Iraq.

Due giorni fa per esempio la base irachena al Asad è finita sotto una salva di missili balistici a corto raggio, rivendicata da una milizia filo-iraniana che si fa chiamare “Resistenza islamica”. È stato uno dei 140 attacchi subiti dall’inizio dell’invasione di Gaza, e in questo caso ha messo in difficoltà le difese aeree della base attraverso la tattica della saturazione, e i missili (di fabbricazione iraniana) hanno ferito una ventina di militari (non gravemente, secondo le prima informazioni). Tutto mentre Hezbollah – il più sofisticato dei gruppi filo-iraniani – scalda, per ora con controllo, il fronte libanese. Questi gruppi, come detto più volte, hanno agende personali, ma in molti casi esse coincidono – per ideologia, per interesse e per necessità – con quelle dell’IRGC. E il corpo teocratico, che dopo i recenti colpi subiti intende rispondere, coordina le azioni: dopo aver istituito un centro di comando nella capitale Sanaa per gli attacchi del Mar Rosso, comandanti iraniani e di Hezbollah starebbero aiutando a dirigere gli attacchi Houthi nello Yemen, scrive la Reuters.

Era già stato ipotizzato, anche attraverso alcune dichiarazioni di Washington, che i comandanti iraniani fossero quanto meno in contatto con i loro alleati in Yemen. E quanto meno per l’individuazione dei bersagli – che poi gli Houthi probabilmente scelgono indipendentemente di colpire o no. Tra l’altro, una nuova missione navale in acque internazionali è da poco salpata dal porto di Bandar Abbas. Nelle scorse settimane, una nave da intelligence iraniana era stata piazzata proprio all’imbocco meridionale del Mar Rosso, poco a nord di Gibuti, e poi spostata in coincidenza con l’inizio degli attacchi anglo-americani (non c’è da escludere che abbia ricevuto un qualche alert e abbia deciso di evitare di finire tra i target, anche solo per incidente).

La situazione è tesa, gli effetti di quanto accade sono già importanti, perché quelle rotte hanno un valore geoeconomico cruciale. Una società di consulenza marittima, Sea-Intelligence, ha valutato che le interruzioni della spedizione lungo il corridoio Bab el Mandeb-Suez, conseguenza degli attacchi, sono già più dannose per la catena di approvvigionamento globale della prima fase della pandemia di Covid-19. Ri-orientare le rotte dei giganti dei mari – per esempio circumnavigando l’Africa come stanno già facendo diverse compagnie – non solo è costoso (in termini economici e di guadagni collegati anche alla rapidità dei servizi), ma è anche molto complicato, come spiega un’analisi della BBC.

Anche per questo, ristabilire la libertà e la sicurezza di navigazione è considerata una delle attività proprietarie di diverse agende internazionali. Tra queste, visto l’interesse diretto – dato che quei collegamenti permettono gli scambi tra Europa e Asia – anche quell’Unione europea, che ha sbloccato un’iniziale impasse e ha deciso di lanciare “Aspis”, una missione che viene già definita di carattere puramente difensivo. Deutsche Welle si chiede se l’Ue riuscirà a creare deterrenza e bloccare le azioni destabilizzanti degli Houthi (risposta: mah…). La missione – su cui anche “l’Italia si schiera”, come titola oggi il CorSera – dovrebbe avere come obiettivo non solo quello militare, ma essere anche abbinata alla diplomazia, sostengono gli esperti dell’Ecfr in un “policy alert”.

Intanto, la nave francese impegnata in quelle acque è stata sostituita in queste ore con una dotata di un sistema difensivo più efficace. Secondo la valutazione di Michelle Weiss Bockman, analista di Lloyd’s List Intelligence, la marina francese sta già aiutando autonomamente i mezzi della flotta della Cma-Cgm, quarta più grande società di consegna container al mondo che settimane fa aveva bloccato le spedizioni per Suez (e ora le ha riprese).

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