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Prima il Mes, poi i balneari, quindi gli ambulanti: si passa dai rilevanti strumenti finanziari qual è il Mes a fenomeni che riguardano piccole e iper-protette corporazioni italiche. I tre temi, però, sono accomunati da una comune impronta, quella di un’Italia che attinge all’Europa quando è ora di ottenere le tranche del Pnrr, e sempre più identitario-nazionalista-corporativa quando è il caso di adeguarsi ad uno dei principi fondamentali su cui si regge da sempre l’Unione europea, quello della pratica della concorrenza.

Il fatto è poi che mentre nelle istituzioni europee, nel Parlamento, nella Commissione e in buona parte dei Paesi europei si stanno affrontando questioni sofisticate del presente e del futuro come quella dell’intelligenza artificiale, dei suoi costi e benefici, della ricerca di un’adeguata disciplina, la classe di governo italiana si preoccupa, invece, degli ambulanti, come se fossimo ancora nell’Italietta delle signorie, o del governo pontificio a Roma, e non in un Paese che deve, in qualche modo, proiettarsi nel futuro.

I difensori – molto ben radicati nella coalizione di governo – di queste piccole corporazioni come quelle dei balneari e dei venditori ambulanti, sono non poco agguerriti, così come lo sono quando entra in gioco la questione dei tassisti. Questi sono i biglietti da visita con cui l’Italia si presenta al concerto europeo e assume il proprio ruolo di guida del G7, forse preoccupata che ci siano in giro abbastanza ambulanti a Roma per ospitare qualche evento con le personalità di governo dei paesi del G7.

E non so se è il caso di dire “Oportet ut scandala eveniant”, ma queste assurde protezioni, a discapito di ferme pronunce della giustizia europea e della giustizia amministrativa italiana, di piccole corporazioni rinchiuse nei loro fortilizi, sembra una cartina di tornasole di come l’Italia vuole stare in Europa. Neanche sembra che ci sia chissà quale intelligenza politica dietro questa scelta di proteggere corporazioni dal volto antico, più simile alle corporazioni tipiche di Paesi del terzo mondo che non ai gruppi sociali e professionali tipici di un Paese europeo.

Ma non so se ciò possa discendere da certe giaculatorie malamente scopiazzate a un Mazzini a interpretazione di comodo, come quella del tipo “Dio, Patria e Famiglia”. A parte che Mazzini aggiungeva il concetto di umanità a quei tre concetti, e poi la patria per Mazzini non era solo l’Italia. Le patrie erano due, perché Mazzini, non solo per l’impegno per la costruzione della giovane Europa, fu un antesignano che guardava alla patria europea.

Credo proprio che per la presidente Meloni non sciogliere questi piccoli ma ingombranti nodi possa esporla al rischio di perdere non pochi punti quanto ad identità europea del Paese e del governo che lei guida. Essere un Paese europeo a pieno titolo, stare nel modo giusto in Europa, rispettare le normative europee è fondamentale perché l’Europa non è solo un qualcosa da cui “avere”, ma anche un qualcosa a cui “dare” e un qualcosa a cui davvero “appartenere”.

L’eco di “Prima gli italiani” deve essere ridotta e spenta il prima possibile, perché non è che per proteggere, ad esempio, qualche famiglia ben radicata tra i venditori ambulanti di Roma, si perde l’appuntamento con una seria disciplina europea dell’intelligenza artificiale. Già siamo sotto scacco, nello scacchiere europeo, per l’assurda posizione assunta sul Mes, che blocca l’entrata in vigore complessiva di un trattato perché un Paese, per certi versi più simile al Libano che a un Paese europeo, come amava dire in una delle sue plastiche sentenze Ennio Flaiano, blocca il processo di costruzione di importanti strumenti e istituti finanziari europei.

Si sta facendo un po’ troppo scoperto il gioco per cui Salvini tende a scavalcare a destra, specie sulle questioni e alleanze europee, Meloni; e la leader di Fratelli d’Italia, timorosa di dover cedere qualche migliaio di voti alla Lega, finisce per accodarsi alle posizioni di Salvini (quando non le anticipa).

Sul Mes, infatti, sin da quando beneficiava della rendita di posizione di unico partito dell’opposizione, Meloni era sempre stata ferma sul “No”. Ma proseguire su certi dossier nella dimensione di leader di un partito di lotta e di governo, mentre si è giustamente un premier di un Paese che è chiamato a guidare il G7, non mi sembra sia poi un grande affare.

Continuare a tenere la testa su piccole questioni proprie di una sorta di “Ricerca del tempo perduto”, come quella degli ambulanti, mentre c’è l’urgenza di contribuire, invece, ad una disciplina seria di questioni del presente e del futuro come quella dell’intelligenza artificiale, non mostra certo il volto di un Paese avanzato. Sempre che, per mutuare il concetto dallo stesso Ennio Flaiano, per Paese “avanzato” non si voglia intendere ciò che è avanzato di un vecchio modo di essere Paese e di essere classe dirigente.

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Mentre nelle istituzioni europee, nel Parlamento, nella Commissione e in buona parte dei Paesi europei si stanno affrontando questioni come quella dell’intelligenza artificiale, dei suoi costi e benefici, della ricerca di un’adeguata disciplina, la classe di governo italiana si preoccupa, invece, degli ambulanti… L’intervento di Luigi Tivelli

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