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Importa assai poco decidere se la colpa è di Carlo o Matteo per due ragioni essenziali, presto riassumibili.
La prima è che la colpa non è mai da nessuna parte bensì è storicamente fenomeno in condivisione.
La seconda è che imporre a Calenda di riconoscere una superiore capacità di manovra (e quindi di leadership) a Renzi non è realistico, essendo ormai il fondatore di Azione giocatore in prima persona della politica nazionale, così come è senza senso chiedere a Renzi di accettare l’idea di fare il “padre nobile” (o il numero 2) di un movimento guidato da altri.
Si potrebbe dire: la smettano quei due di bisticciare, si mettano dentro lo stesso partito e trovino un modo per convivere.
Sostenerlo è apprezzabile e forse anche romantico, ma decisamente anacronistico per come si sta evolvendo la politica in tutto il mondo democratico.

Il punto centrale infatti è nella dinamica di svolgimento dei fatti politici al tempo di Instagram, un tempo nel quale la leadership è in servizio permanente effettivo 24 ore al giorno.
Provo a dirla in modo più esplicito: nessuno può pensare di scrivere un tweet sul tema del momento non prima di avere riunito la direzione del partito, svolto una relazione introduttiva, lasciato avanzare un confronto di un paio d’ore, approvato (con votazione) un documento d’indirizzo.
No, mille volte no: la politica moderna non funziona così.

Sia chiaro: anche in passato le leadership politiche erano monarchie più o meno assolute.
O vogliamo pensare che nel Psi di Bettino Craxi, nel Pri di Ugo La Malfa, nel Pci di Togliatti il volere del capo fosse realmente sottoposto a chissà quali alchimie di gruppo?
Non prendiamoci in giro, De Gaulle, Thatcher, Kohl, Mitterand, Blair, Merkel, Chirac, Aznar, Gonzales (ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo) hanno sempre agito senza particolari vincoli, semplicemente rispettando liturgie che erano necessarie e, soprattutto, coerenti con il tempo storico.

Già, la storia, quella brutta bestia che tutto amalgama e condiziona.
Non possiamo cogliere lo specifico del secondo ‘900 e dei partiti che operano in Europa senza capire che essi nascono sulle ceneri del conflitto mondiale, determinato da dittature sanguinarie che dominano l’Europa fino a conquistarla tutta (ma proprio tutta, Svizzera esclusa), almeno nella sua dimensione continentale.
Quindi i partiti (con i loro leader) sono ossessionati (giustamente) dall’incubo di apparire poco democratici, ragione per cui costruiscono (si veda la Costituzione della Repubblica Italiana) un sistema vasto di pesi e contrappesi, nonostante il quale i capi politici trovano modo di essere comunque padroni assoluti a casa loro.

Tutto ciò però viene spazzato via della televisione prima (e Berlusconi lo capisce al volo, perché lui “è” la televisione) e dai social poi, che rendono le alchimie partitiche roba buona solo per i giornalisti (ormai assai meno numerosi peraltro) che attendono fuori dalle sedi con microfoni e telecamere (che per fortuna oggi pesano un decimo di una volta).
Oggi quindi viviamo il tempo della personalizzazione assoluta della politica che non può essere giocata altrimenti, perché lo capisce anche un bambino che il profilo social di Chiara Ferragni deve contenere innanzitutto Chiara Ferragni, quindi la delega nel rapporto tra leader e popolo è consentita solo a chi interpreta il ruolo di megafono (a volte più brillante, altre meno), con ridotti margini di autonomia.

Si guardi alla politica israeliana, tanto per fare un esempio. Il Partito Laburista di Yitzhak Rabin prende il 34,7 % ed elegge 44 deputati (su 120) nel 1992, per finire nel 2022 al 3,69 con 4 eletti. Nel frattempo il suo avversario storico (cioè il conservatore Likud) passa dal 24,9 del 1992 al 23,4 del 2022 (con 32 eletti). Numeri a parte, cosa c’è di diverso nella trattoria dei due partiti? Essenzialmente il ruolo di leader a destra di Benjamin Netanyahu, che dura ininterrottamente dal 1996 (quindi sono passati 27 anni), mentre i laburisti hanno cambiato sei segretari generali e tredici presidenti. Ma non finisce qui, perché a colmare il vuoto lasciato dai laburisti sono nuovi movimenti improntati a leadership personale, come Blu e Bianco – Nuova Speranza di Benny Gantz e C’è Un Futuro di Yair Lapid.

Torniamo adesso in Europa e guardiamo alla Francia, la nazione più importante tra quelle che votano con sistema ad elezione diretta del capo dello Stato. Da due mandati all’Eliseo c’è Emmanuel Macron, figlio purissimo non solo dell’establishment nazionale, ma anche della personalizzazione assoluta della politica. Ricordo infatti che lui (socialista tra il 2006 e il 2009 e poi ministro dell’economia nel secondo governo Valls, con Hollande Presidente) fonda ad aprile 2016 “La République En Marche”, giusto un anno prima delle elezioni che lo portano con il 66,1 (al secondo turno) alla vittoria del 2017 su Marine Le Pen.

Infine l’Italia. La scena è occupata a destra da tre soggetti che hanno totalmente fatto pace con la condizione attuale della politica: Berlusconi è Forza Italia da 29 anni, Salvini è la Lega da un sacco di tempo, Meloni è Fratelli d’Italia dal giorno della fondazione. All’opposizione c’è il partito di Giuseppe Conte che eredita (con modifiche) il partito che fu di Beppe Grillo e poi c’è un Pf che si sforza di non adeguarsi alla regola prevalente, ma per farlo paga il prezzo di nove segretari diversi in sedici anni (Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Renzi, Martina, Zingaretti, Letta, Schlein).

Insomma la sintesi in un solo partito fra due persone che hanno pretese di leadership (le dinamiche con il 3% dei voti sono uguali a quelle con il 30 %) è esercizio inutile oggi, perché i partiti non hanno più la forza di esprimere collante sufficiente.
Calenda e Renzi dunque hanno litigato (e sprecato energie) senza un motivo “forte”.

Si tengano i loro movimenti e si organizzino per cartelli elettorali quando necessario, magari dotandosi di una figura di sintesi con proiezione esterna (oggi si fa il nome di Mara Carfagna).
Possono ambire ad un solido 10 % del voto nazionale, cercando di convincere quel che resta della borghesia italiana.
Allo scopo però non servono dispetti, insulti e ripicche che hanno caratterizzato le ultime settimane, segno di una fragilità emotiva dilagante e di una qualche preoccupante inadeguatezza.

Il partito unico è sbagliato, per Renzi e Calenda litigare è una perdita di tempo

La sintesi in un solo partito fra due persone che hanno pretese di leadership è esercizio inutile, perché i partiti non hanno più la forza di esprimere collante sufficiente. Calenda e Renzi dunque hanno litigato (e sprecato energie) senza un motivo “forte”. Si tengano i loro movimenti e si organizzino per cartelli elettorali quando necessario, magari dotandosi di una figura di sintesi con proiezione esterna (oggi si fa il nome di Mara Carfagna)

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