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L’Arabia Saudita non ha ancora firmato un documento con cui si impegna a garantire il libero accesso a tutti i membri dell’Unesco per la riunione annuale dell’agenzia che si terrà a settembre. La questione sembra di carattere secondario, ma include un elemento velenoso: il permesso da accordare ai funzionari israeliani di entrare nel Paese (i funzionari dovrebbero partecipare al summit da osservatori, perché Israele è di fatto fuori dall’organizzazione). Secondo diplomatici occidentali e israeliani che hanno parlato con Barak Ravid di Axios, questo è il principale punto di stallo. Non banale: l’Arabia Saudita sembra adottare un approccio cauto a qualsiasi passo pubblico che possa essere visto come una normalizzazione con Israele. E questo nonostante le pressioni statunitensi, ormai note (e pubbliche). La ragione è nell’essenza eccessivamente radicale del governo guidato da Benjamin Netanyahu, che ha preso anche in questi giorni decisioni aggressive contro i palestinesi (le quali hanno anche indispettito Washington, oltre ad aver sollevato citriche da parte del mondo arabo e musulmano in generale).

Riad e Gerusalemme hanno ormai creato relazioni diplomatiche informali, le quali dovrebbero fare da base per la costruzione di un sistema di rapporti normalizzato simile a quello prodotto dagli Accordi di Abramo con Emirati Arabi Uniti e gli altri Paesi sottoscrittori. Sul piano, sia l’amministrazione Biden che Netanyahu e il principe ereditario Mohammed bin Salman sembrano essere concordi. E però, i sauditi sembrano interessati a dettare i tempi, evitando esposizioni eccessive in un momento particolarmente sensibile del dossier israelo-palestinese. Il regno è il protettore dei luoghi sacri dell’Islam, la questione palestinese ha un portato simbolico: per Riad è complicato fare scatti in avanti, perché il rischio è attirarsi le critiche internazionali dei fedeli. E l’Arabia Saudita tutto cerca in questo momento fuorché esporsi su fattori di criticità, perché sta cercando di crearsi uno standing globale — anche con un maquillage sull’immagine di regno illiberale e ricco produttore di idrocarburi inquinanti.

L’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe di ottenere un accordo tra i due Paesi entro l’inizio del prossimo anno, perché — al di là del valore strategico per gli equilibri e gli interessi americani nella regione — potrebbe essere un successo in politica internazionale da rivendere durante la campagna per Usa2024. Successo alla pari dell’avvio del processo di normalizzazione irano-saudita siglato a Pechino, per altro. È questa concorrenza di obiettivi e interessi, messa in blocco dalle mosse spinte dalle fazioni radicali del governo Netanyahu, che innervosisce Washington. In questo contesto, bin Salman — sebbene sia pronto a normalizzare le relazioni con Israele — accetterà di farlo soltanto nell’ambito di un unico grande pacchetto di accordi con gli Stati Uniti e non si muoverà verso altri passi di normalizzazione incrementali.

La riunione e l’Unesco

La direttrice generale dellUnesco, Audrey Azoulay, ha dichiarato martedì ad Al-Monitor che le porte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite rimangono aperte per il ritorno di Israele, qualora lo desiderasse, a più di sei anni dalla sua partenza. Parlando dal suo ufficio di Parigi, Azoulay ha detto che l’atteso ritorno degli Stati Uniti potrebbe indurre Israele a rivedere la sua posizione sulla questione. “Se Israele esprime il suo interesse a tornare, sarà la stessa cosa [degli americani]. La porta è aperta”.  ha detto Azoulay. “Quando Israele ha annunciato la sua uscita dall’Unesco alla fine del 2017, subito dopo gli americani, hanno detto che non era quello che volevano, ma stavano seguendo l‘esempio degli americani. Ora c’è un altro governo in Israele. Spetta a loro decidere”. Israele e gli Stati Uniti protestavano perché l’organizzazione aveva preso delle posizioni a proposito dell’eredità palestinese a Gerusalemme e Hebron che minimizzavano il peso culturale ebraico: il ministro ultra-sinonista israeliano Bezalel Smotrich ha già chiesto a Netanyahu di opporsi al rientro statunitense. La questione in ballo con i sauditi sarebbe una potenziale spinta al rientro?

La vicenda del vertice diventa significativa perché se il regno dovesse consentire l’accesso ai rappresentanti israeliani, sarebbe la prima volta che ai funzionari israeliani viene permesso di entrare ufficialmente e pubblicamente in Arabia Saudita. Se i sauditi rifiutassero, l’evento potrebbe essere spostato in un altro Paese. Ma allo stesso tempo sarebbe comunque un messaggio forte verso Usa e Israele. I negoziati sull’accordo con il Paese ospitante sono ancora in corso e i funzionari dell’Unesco sarebbero in contatto ad alto livello sia con il governo saudita che con quello israeliano, spiegano le fonti di Axios. Che osservano: una decisione deve essere presa entro poche settimane, affinché ci sia abbastanza tempo per preparare l’incontro.

È del tutto probabile che tutto si sistemi, perché per Riad è importante ospitare la riunione dell’Unesco nell’ottica della valorizzazione del proprio patrimonio storico artistico — che per il regno rientra tra gli obiettivi di sviluppo del settore turistico (parte delle differenziazioni economiche della Vision 2030 di bin Salman). C’è poi una questione ulteriore. Le tensioni israelo-palestinesi portano Riad alla cautela come detto, e ad alzare la posta nei confronti di Washington — se vorrà essere il mediatore della normalizzazione. Ma sullo sfondo c’è un altro attore internazionale molto attivo in Medio Oriente adesso: la Cina. Netanyahu vede positivamente questo coinvolgimento di Pechino nella regione, perché lo considera come un elemento che può modificare il comportamento e statunitense (maggiore impegno e maggiore pragmatismo). Il primo ministro israeliano potrebbe accettare l’invito per una visita a Pechino fattogli da leader cinese, Xi Jinping, e in quell’occasione si potrebbe anche parlare di Arabia Saudita.

Anche il vertice Unesco entra nelle dinamiche tra Arabia Saudita e Israele

La riunione dell’Unesco che dovrebbe tenersi in Arabia Saudita potrebbe essere un’occasione per far entrare ufficialmente nel regno funzionari israeliani. Ma Riad rallenta il processo: tensioni in Palestina, rapporti con Washington e con Pechino in ballo

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