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È sempre più forte il dubbio che i principi dogmatici e gli ideali del libero mercato, per decadi solido fondamento della politica comunitaria per il funzionamento del mercato interno e della concorrenza, risultano nell’attuale contesto adeguati a confrontarsi con le nuove sfide globali e per il ruolo di attore internazionale che la Ue si prefigge di assumere.

Fino a ieri le regole europee sono state perimetrate all’interno dei suoi confini, un caso a sé sono le valutazioni del mercato globale in ambito merger & acquisition e aiuti di Stato. Misure di salvaguardia come la matching clause sugli aiuti per ricerca & sviluppo sono risultate inefficaci in quanto inattuabili. Il dogma della concorrenza si rivolge in primis alla tutela del consumatore europeo, ma non alla tutela dei posti di lavoro dalla concorrenza extra-Ue.

Sarà sufficiente questa dottrina allorquando fuori dall’Europa gli interventi pubblici sono massicci e non esiste una disciplina giuridica come quella europea, che pur ha il merito di aver fatto funzionare il mercato interno promuovendo condizioni comuni e riducendo distorsioni della concorrenza e abusi di posizioni dominanti?

Già a suo tempo, in occasione dell’approvazione del Trattato Ue nel 2007, che si preoccupava di difendere il proprio dispositivo normativo e l’impostazione teorica piuttosto che considerare anche la realtà del mercato e della concorrenza extra-Ue, la Francia criticò l’atteggiamento dell’Ue considerandolo naif. All’epoca si sosteneva in modo acceso che la politica industriale (allora orizzontale) non fosse più tabù, e che per la sua rinnovata importanza non dovesse operare solo all’interno del mercato europeo ma anche in quello mondiale. Di conseguenza si doveva migliorare l’efficacia degli strumenti della concorrenza e rafforzare alcune politiche europee come energia, coordinamento fiscale, aiuti di stato, commercio multilaterale.

La politica di concorrenza doveva essere considerata non un obiettivo del Trattato né essere fine a sé stessa, ma essere funzionale all’obiettivo della crescita, adattando la giurisprudenza e favorendo i campioni europei. Una situazione di immobilismo avrebbe rafforzato la diffusa opinione che l’Ue ostacolava la crescita delle imprese europee riducendone la competitività internazionale. L’Ue iniziò a riconoscere la necessità di misure di protezione dalla concorrenza esterna, come golden power, controllo europeo di investimenti di fondi di proprietà di enti esteri, clausole di reciprocità.

Negli anni recenti tali considerazioni e proposte – si può dire che trovano la loro ragion d’essere – si sono progressivamente concretizzate in diverse iniziative europee. Sempre spinta dalla Francia intenzionata a guidare i processi, l’Ue ha iniziato con cautela ad attrezzarsi con un corpus legis di tutela (una volta non si chiamava protezionismo?) dell’economia e degli interessi europei (per esempio foreign subsidies e anti-coercion) che oggi dimostrano la loro efficacia anche per il solo fatto di esistere.

Cambia veramente l’approccio sull’intervento pubblico? Con la pandemia la reazione Ue è stata molto rapida nell’autorizzare i Paesi a superare i limiti per gli aiuti di stato in un quadro temporaneo ed emergenziale, per sostenere sul mercato imprese in crisi, mantenendo in parallelo le discipline comunitarie di aiuto in vigore. Oggi si dibatte nuovamente sull’intervento pubblico in un contesto molto nuovo: radicale iniziativa da quattrocento miliardi di dollari del Governo Usa (Inflation reduction act), crescente competizione economica e tecnologica cinese fortemente sussidiata, minacce alla sicurezza economica europea, dipendenza da materie prime strategiche, vulnerabilità delle catene di fornitura.

L’Europa può rischiare di trovarsi schiacciata tra Usa e Cina e di non conseguire l’obiettivo dell’autonomia strategica? A questo interrogativo o dilemma, oggi l’Ue tenta una risposta con la proposta di una strategia per la sicurezza economica, in linea con precedenti iniziative come 5G Security toolbox, Ue Chips Act, Critical raw materials act, e con la prevista revisione dello screening sugli investimenti diretti esteri. Proposta molto bilanciata in quanto entrano in gioco sensibilità e competenze nazionali (sicurezza, controllo dell’export, etc.)

In questo contesto emerge la tendenza a ricercare una maggiore coerenza tra gli articolati meccanismi e iniziative europee come ambiente, data o chips, ma che comporta un cambiamento negli equilibri interni. Diversi commentatori si chiedono: fino ad ora la politica della concorrenza ha svolto un ruolo primario per la competitività europea, ma se domani dovesse condividere il suo ruolo di leader con altri strumenti di politica economica in ascesa nei settori industriali, commerciali o ambientali, in una nuova politica di investimenti, assumerebbe un ruolo secondario? Con quali implicazioni per la machinery Ue e il level playing field?

Diventa prioritaria una politica industriale a livello europeo, che superi la sproporzione tra obiettivi e azioni, e investa in beni comuni europei rafforzando settori strategici come green, digitale e sicurezza. Per fare questo occorre strutturare un coordinamento a più livelli tra i Paesi, la Ue, le istituzioni finanziarie Bei, le Cdp nazionali; rivedere il budget Ue su nuove priorità sovrane, consentire un rilassamento dei vincoli agli aiuti nazionali, lanciare un Fondo sovrano europeo dedicato e non limitarsi al programma Step (Strategic technologies for Europe platform), assicurare flessibilità nel Patto di stabilità escludendo gli investimenti per le priorità strategiche europee.

Si tratta di assicurare incentivi alla produzione equivalenti a quelli dei competitori, procedure semplici, un decisionale efficiente e rapido, una programmazione di ampio respiro.
Se non si vuole perdere il treno.

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