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Se il modello cinese è allettante per ciò che riguarda la crescita economica — un sistema autoritario con l’uso del capitale statale per ottenere un profondo cambiamento economico, gestendo strettamente il cambiamento sociale — il modello indiano è un combinato di economia e politica che diventa ancora più interessante.

La Cina dimostra che l’insistenza occidentale sul fatto che solo i sistemi liberali possono produrre crescita economica e stabilità è ingannevole. L’esperienza dell’India racconta però che un paese può combinare con successo il non allineamento politico-diplomatico (e controverse politiche interne) con legami intimi stretti con tutte le più grandi economie del mondo — a cominciare con le democrazie del G7. Ossia, Nuova Delhi è un riferimento per quei Paesi che ormai percepiscono nella creazione di una nuova multipolarità un’occasione per accrescere il valore del proprio posto nel mondo.

Agli occhi di certe nazioni, che non intendono combinare lo sviluppo economico e l’accrescimento del proprio standing internazionale con processi di democratizzazioni (almeno per come essa viene intesa in Occidente), il modello indiano è più funzionale di quello cinese. Tra queste, per esempio i ricchi e sempre più attivi stati del Golfo Persico. E l’imminente arrivo di Narendra Modi alla Casa Bianca, con la pomposa accoglienza che la visita di Stato del primo ministro indiano si porterà con sé, fa da ulteriore conferma a certe valutazioni.

Chi osserva l’India

Non è un caso se Paesi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti o Israele stiano cercando formati per strutturare ulteriormente i loro legami con l’India, anche attraverso organizzazioni minilaterali che comprendono anche gli Stati Uniti. Un modo per lavorare con una grande potenza emergente ricevendo anche la copertura politico-diplomatica americana. Qualcosa che con la Cina è impossibile: anzi, le relazioni di questi Paesi con Pechino sono uno dei grandi argomenti sul tavolo del confronto tra Pechino e Washington e uno dei filoni degli affari internazionali attualmente più vivaci.

La maggior parte degli Stati del Medio Oriente è unita dalla sensazione che mentre hanno bisogno di una stretta relazione con gli Stati Uniti, debbano comunque iniziare a spingere sul serio per costruirsi un sistema più ampio di relazioni internazionali — che siano esse di tipo commerciale, settore in cui già lavorano bene, o politico-diplomatico fino anche ai temi di difesa e sicurezza (di solito appannaggio dell’alleato statunitense). Il rapporto con Washington è percepito come impari. Questi Paesi sentono le pressioni americane su questioni di interesse e su temi che riguardano valori e diritti democratici, ma contemporaneamente vedono il ritiro statunitense dalla regione come ineluttabile, perché sanno che nell’agenda delle priorità l’Indo Pacifico ha drammaticamente scalzato il Medio Oriente.

L’India è un punto di connessione geografica — appena oltre il Mar Arabico (che è già di fatto Oceano Indiano) — e strategica. Queste interconnessioni geostrategiche su cui si muove quello che Mohamed Soliman definisce “il costrutto indo-abramitico” sono uno degli assi delle dinamiche internazionali emergenti più interessanti anche per l’Italia. D’altronde, come ha scritto in un suo recente libro il ministro degli affari esteri dell’India, S. Jaishankar, politico e diplomatico esperto e colto, “la politica reale in un grande paese è la ricerca parallela di molteplici priorità, alcune delle quali potrebbero essere contraddittorie […] Le scelte devono essere fatte, non solo dibattute. E non possono essere senza costi.”

Alleati, ma non allineati

“In pratica, l’India è riuscita contemporaneamente ad avvicinarsi agli Stati Uniti e ai suoi alleati pur rimanendo volutamente non allineata”, argomenta Jon Alterman, Zbigniew Brzezinski Chair in Global Security and Geostrategy e direttore del Middle East program al Csis. Secondo Alterman, la cui analisi pubblicata da Defense One sta circolando parecchio a DC, “i raggruppamenti guidati dagli Stati Uniti come il Quad (che include anche Giappone e Australia) e l’I2U2 (che includono gli Emirati Arabi Uniti e Israele) cercano di costruire modelli di cooperazione che intrecciano l’India con alcuni dei partner più stretti dell’America. Eppure, su questioni come la condanna della Russia dopo la sua invasione dell’Ucraina, l’India non si trova da nessuna parte. Allo stesso modo, l’India sta costruendo le sue difese contro la Cina evitando con cura l’attività che potrebbe inimicarsi la Cina”.

Contemporaneamente, Nuova Delhi è parte dei Brics e si muove per interesse diretto all’interno del sistema sino-centrico della Shanghai Cooperation Organization. Ma ha anche implementato i legami con la Nato e sta lavorando alla costruzione di una partnership con l’Unione europea. È una linea ampia e senza limitazioni (se non l’interesse nazionale) che molti Paesi potrebbero trovare paradigmatica: un esempio di come muoversi in una fase delicata che vede l’aumento dello scontro tra Washington e Pechino. Una circostanza detestata da molti Paesi, che intendono evitare giochi a somma zero, perché si trovano nella complessa necessità di non poter scegliere nessuno dei lati.

La prova del successo è il modo in cui gli Stati Uniti continuano a lodare l’India come la più grande democrazia del mondo nonostante gli approcci fortemente illiberali alle minoranze religiose del governo Modi e alla contrazione di tutti gli standard democratici. E tutto nonostante le frizioni nelle relazioni dopo i test nucleari del 1998, anzi: secondo Alterman è stato quel punto di inflessione che ha permesso uno sviluppo nelle relazioni con gli Usa. Tutto perché Washington ha compreso di aver bisogno dell’India — prima potenza demografica, quinta economia globale destinata a raggiungere la vetta, centro propulsivo industriale per diverse nuove tecnologie.

Mettere le relazioni in crisi per rilanciarle?

Riad e Abu Dhabi, ma anche Cairo e Gerusalemme vogliono questo: vorrebbero che le amministrazioni statunitensi iniziassero a trattarle senza precondizioni come soggetti autonomi e ricchi di potenzialità individuali. “Vorrebbero che gli Stati Uniti accettassero la loro determinazione a stare fuori dalla competizione delle Grandi Potenze mentre guardano un mondo unipolare che cede il passo a uno più multipolare. Vorrebbero sviluppare ulteriormente i loro considerevoli legami economici con la Cina, proteggersi dall’abbandono strategico degli Stati Uniti mantenendo i legami con la Russia”, scrive Alterman. In definitiva, se non da una posizione di forza, vorrebbero parlare con gli Stati Uniti alla pari.

Che l’aumento delle relazioni Usa-India sia avvenuto a seguito della crisi sul programma nucleare indiano è un fattore indicativo su dove potrebbero andare queste relazioni. Alcuni Paesi potrebbero infatti valutare che il percorso per ottenere migliori rapporti con gli Stati Uniti sia portare il legame a rottura, arrivare a una brusca flessione delle relazioni o anche a una crisi con Washington per ottenere una rivalutazione della loro importanza. Certo, l’India ha un ruolo a livello globale molto superiore agli altri in questione, ma il punto è che “sta sia fornendo nuova legittimità all’idea di non allineamento, sia dimostrando esattamente come una tale politica può essere eseguita”, spiega Alterman. La visita di Modi è dunque importante per l’India e per gli Usa (e certamente per la Cina), ma sarà attentamente osservata da altri angolo di mondo, a cominciare dal Medio Oriente.

Così il Medio Oriente guarda all’India non allineata

L’India sta diventando sempre di più un punto di riferimento per i Paesi non allineati (con l’Occidente). Nuova Delhi ha una postura internazionale attraente per Riad, Abu Dhabi, Gerusalemme o Il Cairo per esempio: capitali che vogliono guadagnare dalla multipolarità in costruzione

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