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Per anni, Amazon, e come Amazon altri giganti del tech, hanno rappresentato una strana contraddizione in termini: continuavano a macinare perdite sul versante aziendale, e, nel frattempo, vedevano crescere il prezzo delle proprie azioni. In un’intervista del ’99, Jeff Bezos ne illustrava benissimo il motivo: “Altre aziende lo hanno fatto prima di noi, noi non siamo un’azienda profittevole. Noi investiamo nel futuro”.

È questa la vera rivoluzione copernicana che ci ha condotti, oggi, a dover fare i conti con Elon Musk che comunica l’approvazione, da parte della Fda, della sperimentazione umana di un chip impiantabile nel cervello.

E alla base di questa rivoluzione c’è un’idea, ed è un’idea che non poteva che nascere nel contesto statunitense: ci sono società private che possono costruire il futuro. O quantomeno, costruire delle attività che potranno plasmare in modo significativo il futuro.

Questo tipo di logica, in Italia, è condotta prevalentemente dal settore pubblico. Così come negli Usa e nei mercati internazionali si accetta che una società possa essere in perdita perché, conti alla mano, ambisce a plasmare una parte del futuro, così nel nostro Paese si accetta che la macchina pubblica operi “senza avere profitti”, perché il suo ruolo è quello di garantire delle condizioni di vita dignitose per la popolazione.

Con la differenza che quelle aziende americane stanno realmente inventando il mondo, mentre noi decidiamo di vendere le quote del vettore di bandiera.

Sono frequenti, nel nostro Paese, i confronti con le economie made in Usa: viene frequentemente paragonato il sistema di finanziamento, l’incidenza della pressione fiscale, la dimensione regolamentale, ecc. Più raramente vengono invece esaminati gli aspetti culturali che sono, in buona sostanza, la materia con la quale vengono plasmate tali differenze.

Uno di tali aspetti è, chiaramente, l’idea di Stato, che negli Stati Uniti è molto molto distante dalla visione che è presente nel nostro Paese. Da tale aspetto culturale, che contraddistingue in modo significativo la nostra realtà, e che in quanto tale è necessariamente immodificabile, derivano altre differenze culturali. Queste differenze derivate, che possono essere appunto identificate nel ruolo che le aziende private rivestono nello sviluppo della società e nella costruzione del futuro, non hanno lo stesso portato identitario della precedente.

Ciò significa, in altri termini, che se per assurdo si volesse modificare l’idea che gli italiani hanno in merito al ruolo dello Stato, non solo si commetterebbe un errore, ma, come diretta conseguenza, si otterrebbero risultati ben mediocri e in ogni caso ben poco controllabili.

L’idea che gli italiani hanno in merito alle società a partecipazione pubblica è però diversa. Nonostante esse rappresentino una declinazione importante dell’idea generale di Stato che in Italia e, più in generale, in Europa, si è maggiormente affermata nel tempo, è altresì vero che strutturalmente, questa conformazione non di rado presenta dei vincoli che ne impediscono una forte ed incontrastata proiezione al futuro.

Senza entrare in dettagli tecnici, è noto che i tempi della politica, fin troppo spesso, sono troppo brevi per poter confermare una linea strategica come quella perseguita da quelle società che, ad oggi, stanno di fatto costruendo il modo in cui vivremo nei prossimi decenni.

Ed è un’azione in cui tali società stanno riuscendo anche senza necessariamente riuscire a trasformare in realtà quanto promesso. Plasmare l’idea di futuro, infatti, non necessariamente implica realmente realizzarlo. Si guardi agli ultimi anni: Nft, Blockchain, Bitcoin, Metaverso, Robot, Internet of Things, Intelligenza Artificiale, chip impiantati nei polsi o nel cervello.

Malgrado molte di queste attività non abbiano sinora rappresentato la rivoluzione che proclamavano di essere, è innegabile che queste idee popolano la nostra visione di futuro. Anche i fallimentari Google Glass. Anche la realtà virtuale.

E questo è un tema importante da affrontare, perché anche quando tali aziende hanno condotto delle attività poi rivelatesi fallimentari, si sono mostrate ben più efficaci delle aziende europee, e ancor più di quelle italiane, nel definire un’idea di futuro che includesse quanto da loro proposto.

Ciò implica, pertanto, che la forma assunta da questi grandi oligopoli dell’innovazione è adatta, in senso darwiniano, all’ambiente in cui oggi viviamo.

Prendere atto di tale circostanza ci costringe a rivalutare l’intero inquadramento globale in modo molto differente: guardando soltanto agli Usa e all’Europa, abbiamo da un lato un sistema economico che sta riuscendo ad introdurre nel nostro presente una visione del mondo che potrà divenire nel tempo ampiamente condivisa, e che si fonda su un sistema di finanziamento prevalentemente privato, e che viene sostenuto da grandi capitali che continuano ad investire in una data impresa malgrado le perdite economiche.

Dall’altro abbiamo un sistema in cui è molto più presente l’elemento politico, con società che producono innovazioni ma non reali visioni di futuro, azione che è quasi esclusivamente demandata al mandato pubblico, spesso anche in posizioni di netto contrasto con quanto sostenuto dalle aziende.

Questa diversificazione, che ha polarizzato due differenti approcci, ha tuttavia lasciato uno spazio vuoto che potrebbe e dovrebbe essere colmato.

Ad oggi, infatti, gli investitori che vogliono contribuire attivamente ad un’idea di sviluppo che non sia direttamente collegata alla visione proposta dalle aziende tech e di sicurezza statunitensi non trovano una reale e concreta alternativa se non la partecipazione diretta alle logiche para-pubbliche.

Sono moltissimi gli investitori che vorrebbero influire maggiormente in questo senso, ma la struttura logica che si è creata pone loro come unica scelta approcci diametralmente opposti.

Sviluppare una modalità di pensiero, prima ancora che legislativa, che invece abiliti una visione di partecipazione privata a temi di alta rilevanza in una logica di sviluppo decennale, potrebbe favorire la riconquista di una centralità che, al momento, in Europa è rappresentata soltanto da organi amministrativi che, per propria interna costruzione, non hanno le componenti necessarie per incidere in modo immediato, diretto e concreto sulla visione del mondo.

Nessun programma europeo, con i propri acronimi, la propria burocrazia, ha sinora realmente plasmato l’Europa. Né ha plasmato il mondo. Forse perché l’approccio burocratico è strutturalmente sbagliato.

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Ue

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