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Mario Draghi è stato premiato al Massachusetts Institute of Technology da una giuria di di grande autorevolezza in quanto nella sua lunga carriera è riuscito a implementare con successo e grande efficacia le teorie economiche di ispirazione neo-keynesiana. Nonostante le immagini caricaturali e le fake news che dominano in rete Draghi non è né un liberista né un banchiere. All’opposto in gran parte della sua attività ha svolto il ruolo di controllore e “poliziotto” del comportamento delle banche.

Nella sua visione il ruolo delle istituzioni pubbliche è indispensabile per assicurare un buon funzionamento dell’economia di mercato. Servono una politica monetaria prudente, ma pragmatica (e pertanto molto attenta a non penalizzare la crescita). Altri elementi costanti del pensiero economico di Draghi sono l’attenzione alla protezione sociale degli esclusi, il dialogo tra capitale e lavoro (a Boston ha ricordato, per esempio, che la media europea dei salari nel 2022 è ancora il 4% inferiore rispetto al 2019) nonché la ricerca delle modalità più efficaci per regolamentare il sistema creditizio soprattutto per tutelare i risparmiatori e impedire i contagi.

Durante la cerimonia di presentazione del premio Miriam Pozen al Massachusetts Institute of Technology i professori Deborah J. Lucas, Robert C. Merton, David C. Schmittlein, Bob Pozen hanno citato le due operazioni più rilevanti compiute da Draghi, decisioni che entreranno nei libri di testo di economia e di stori. La prima, da presidente della Banca centrale europea, è simboleggiata dalla notissima formula “Whatever it takes”, con la conseguente messa in sicurezza dell’euro colpito da una catena di violenti attacchi speculativi che puntavano ad azzerarne il valore. La seconda, meno nota al grande pubblico, è in risposta alla grande crisi finanziaria del 2008, quando in qualità di presidente del Financial Stability Board riuscì a far passare vincoli molto stringenti alle banche di “rilevanza sistemica” al fine di prevenire la trasmissione di contagi finanziari globali – come era avvenuto in seguito al fallimento di Lehman Brothers.

Il concetto di istituzioni e/o organizzazioni di “rilevanza sistemica globale” (coniato da Draghi) è molto promettente e potrebbe essere esteso anche ad altri segmenti dell’economia e della politica internazionale (energia, ambiente, cyber, eccetera), una dimensione da analizzare con un approccio multidisciplinare in cui convergano discipline economiche e scienze politiche. Sarebbe, inoltre, bello che tutti i leader politici italiani leggessero il testo integrale pronunciato da Draghi che, per la cortesia del professor Gianfranco Polillo, Formiche.net ha messo a disposizione dei suoi lettori.

Il discorso di Draghi non è il vangelo, alcuni punti sono discutibili e talora contraddittori (quando per esempio fa riferimento a alcuni eventi come l’invasione russa in Ucraina e l’involuzione della Cina). “Non ci aspettavamo”, dice, e invece successivamente parla di “segni premonitori”. In ogni caso, il discorso di Draghi costituisce una utilissima piattaforma per avviare una discussione politica seria sul futuro dell’Europa e sull’Europa del futuro. Nel testo si trova, infatti, l’elenco dei principali temi strategici su cui i partiti politici dovrebbero prendere posizione in vista delle elezioni europee che si terranno esattamente tra un anno.

Purtroppo siamo a zero contenuti e solo alla pretattica. Una parte dei popolari corteggia i conservatori, Antonio Tajani contrappone la sua elezione a presidente del Parlamento europeo alla formula Ursula. Nessuno nel centrodestra europeo critica Vox, Alternative für Deutschland, Rassemblement National e ovviamente la Lega di Matteo Salvini, perché un domani l’estrema destra potrebbe essere determinante per formare una nuova maggioranza di “centrodestra all’italiana” nel Parlamento europeo. Per fortuna ci ha pensato Giuliano Amato a chiedere a Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, di prendere pubblicamente le distanze da Viktor Orbán (che ha legami davvero strettissimi con Mosca e Pechino). Aspettiamo la risposta.

Nessuno per ora è entrato nel merito delle grandi sfide di cui Draghi ha fatti riferimento nel suo discorso. Prevale l’ambiguità. Nel centrosinistra si addensano nubi sul Partito democratico di Elly Schlein sulle forniture di armi all’Ucraina – all’opposto di Draghi che sulla necessità esistenziale di fermare l’aggressione di Vladimir Putin, non solo in nome del diritto internazionale, ma anche per tutelare i grandi valori dell’Europa ha usato parole di chiarezza cristallina. Nel centrodestra, invece, c’è qualche mugugno su Mosca, ma soprattutto c’è molta incertezza sull’atteggiamento da assumere con Pechino. Draghi ha anche ricordato che la Cina, nonostante le grandi aspettative con l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio – non è diventata un’economia di mercato.

Se le cose stanno così perché mai l’Italia dovrebbe legittimare la crescente chiusura in se stessa del Dragone rinnovando per i prossimi 5 anni il memorandum per la Via della Seta voluto a tutti i costi da Giuseppe Conte nel 2019?

Potrei continuare con le domande, ma l’auspicio è che nella lunga campagna elettorale appena iniziata Ia politica italiana affronti di petto i temi e gli interrogativi sollevati da Draghi e non metta la testa sotto la sabbia.

Tutti gli interrogativi posti da Draghi ai partiti in vista del voto Ue

Nel discorso al Mit c’è l’elenco dei principali temi strategici su cui la politica dovrebbe prendere posizione in vista delle elezioni europee che si terranno esattamente tra un anno. Ma purtroppo siamo a zero contenuti e solo alla pretattica, almeno per ora

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