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Le grandi compagnie petrolifere americane, che già hanno messo sotto tiro i giacimenti di greggio in Venezuela (il prossimo venerdì Donald Trump potrebbe incontrare i manager delle big oil per fare il punto della situazione), potrebbero presto rivolgere le attenzioni ad altri asset, non meno strategici di quelli sudamericani: quelli russi. Sì, perché una delle big oil statunitensi per antonomasia, fondata nel 1911 e unica azienda petrolifera americana attiva in Venezuela, Chevron, unitamente alla società di private equity texana Quantum Capital Group stanno negoziando l’acquisizione dell’intero portafoglio internazionale della compagnia petrolifera russa Lukoil.

Si tratta di un effetto collaterale delle sanzioni scattate contro il gigante russo, lo scorso ottobre e che mirano a congelare i beni della compagnia e vietare le transazioni, costringendo la stessa Lukoil a vendere asset esteri (come le raffinerie in Europa) e limitando le sue operazioni globali. E questo nonostante gli stessi Stati Uniti, promotori delle medesime sanzioni, abbiano concesso deroghe temporanee per permettere il funzionamento delle stazioni di servizio Lukoil fuori dalla Russia fino ad aprile 2026, a patto che i ricavi non tornino in Russia.

Ora, gli asset, che Lukoil valuta a 22 miliardi di dollari, comprendono attività di estrazione e raffinazione di petrolio e gas e oltre 2 mila stazioni di servizio in Europa, Asia e Medio Oriente. L’operazione è guidata da Quantum, che agisce in collaborazione con la società londinese Artemis Energy e a monte c’è un possibile accordo in base al quale Quantum e Chevron possano un domani dividersi gli asset e li gestiscano nel lungo periodo. Una prospettiva che potrebbe ricevere il favore dell’amministrazione Trump. Il dipartimento del Tesoro, ha poi rivelato il Financial Times, ha autorizzato le trattative con Lukoil fino al 17 gennaio, ma qualsiasi transazione dovrà ottenere il via libera delle autorità statunitensi, conferendo al presidente Donald Trump un potere di veto di fatto.

Di sicuro, la mossa di Chevron arriva in momento davvero poco felice per Mosca e il suo oro nero. Le entrate per la Russia derivanti dalla vendita di petrolio e gas, sul finire dell’anno appena trascorso, hanno fatto registrare la peggiore performance dall’agosto del 2020 con introiti per circa 410 miliardi di rubli, ovvero circa 4,5 miliardi di euro. Su base annua, le entrate energetiche si sono fermate a 8,44 trilioni di rubli (circa 92,4 miliardi di euro), sotto la previsione del ministero delle Finanze (8,65 trilioni, circa 95 miliardi di euro) e in forte calo rispetto alla stima iniziale di quasi 11 trilioni, ovvero circa 121 miliardi. E pensare che le entrate da idrocarburi rappresentano un quarto del bilancio federale e sono cruciali per sostenere le spese militari e di sicurezza aumentate dopo l’invasione dell’Ucraina.

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