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Con l’escalation mediorientale che continua ad essere sotto i riflettori, poche attenzioni sono al momento rivolte verso il conflitto in Ucraina e verso lo sforzo diplomatico atto a trovare un accordo tra le parti per porvi fine. Anzi, a dirla tutta è lo stesso sforzo diplomatico ad essere stato messo in pausa. Dopo l’ultima sessione negoziale trilaterale tenutasi a Ginevra nel fine settimana del 17-18 febbraio si prevedeva infatti di tenere un altro round di discussioni ad Abu Dhabi intorno al 5 marzo. Ma il lancio dell’operazione “Epic Fury” da parte di Stati Uniti e Israele ha costretto a rimandare l’appuntamento a data da destinarsi. Data che, per il momento, non sembra essere ancora stata fissata.

“Si è effettivamente verificata una battuta d’arresto nei colloqui. Gli americani hanno altre priorità, ed è comprensibile”, ha commentato negli scorsi giorni il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. Un tono apparentemente neutro, dietro il quale si cela però un certo “compiacimento” da parte di Mosca verso il perdurare del confronto tra Washington e Tel Aviv da una parte e Teheran dall’altra. Lo stesso Peskov, interpellato dal Financial Times, sottolinea come l’evolversi della situazione lungo la linea del fronte sia favorevole a Mosca: “Stiamo avanzando e ci stiamo avvicinando al raggiungimento dei nostri obiettivi”, ha detto il portavoce del Cremlino, pur ribadendo che “come ha detto il presidente Putin, siamo aperti a una soluzione diplomatica”. Ma finché gli Stati Uniti manterranno il focus sull’Iran, Mosca potrà continuare a portare avanti quello sforzo d’attrito finalizzato ad erodere, molto lentamente e con costi altissimi sia in termini di vite umane che di equipaggiamenti, le posizioni ucraine.

Inoltre, l’aumento dei prezzi del petrolio sui mercati globali causato dalla chiusura dello stretto di Hormuz e la temporanea e selettiva sospensione delle sanzioni sul petrolio russo promossa da Washington ha portato ulteriori introiti nelle casse della Russia, che di queste risorse ha bisogno per mantenere attiva la propria macchina bellica. Infine, il bisogno di sistemi di difesa anti-aerea per proteggere le proprie basi in Medioriente e quelle dei propri partner influisce sull’afflusso dei suddetti sistemi dagli Stati Uniti all’Ucraina, per la quale sarà più difficile difendersi dai raid condotto da Mosca con missili e droni.

In questo contesto, anche Kyiv sta cercando di adattarsi alla nuova fase del conflitto, tentando di trasformare una parte della propria esperienza militare in un asset diplomatico e tecnologico spendibile su scala internazionale. Nelle ultime settimane l’Ucraina ha infatti iniziato a offrire ai partner occidentali e ad alcuni Paesi del Golfo la propria competenza maturata nella difesa contro i droni iraniani Shahed, utilizzati su larga scala dalle forze russe nel corso della guerra. Secondo quanto dichiarato dallo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky, squadre di specialisti ucraini sono state inviate in diversi Paesi della regione, con il compito di fornire consulenza tecnica e valutare le modalità con cui organizzare sistemi di difesa contro gli attacchi con droni kamikaze.

Il risvolto strategico di questa scelta è evidente, ed è lo stesso leader ucraino ad averlo esplicitato. “Per noi oggi sono importanti sia la tecnologia sia i finanziamenti”, ha detto Zelensky, suggerendo come il governo ucraino punti a trasformare questa assistenza in accordi più strutturati con i Paesi della regione, ottenendo in cambio finanziamenti e trasferimenti tecnologici utili a sostenere il proprio sforzo bellico.

 

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