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Forse ha ragione Matteo Renzi quando sostiene – con molti altri – che la leadership politica di un partito non può essere esercitata da chicchessia. Una profonda verità perché si può essere un buon ministro, un buon manager, anche un buon politico ma un pessimo leader politico di partito. Appunto, una profonda verità con cui deve fare i conti chi pensa di guidare un partito o, peggio ancora, uno schieramento politico. E, parlando del centro e dello schieramento relativo, il leader – o i leader – che lo rappresentano devono anche incarnare “fisicamente” quel profilo e quella natura centrista. Un profilo e una natura di carattere politico e culturale.

Una riflessione, questa, decisiva se si pensa di rilanciare un’area politica che si qualifica anche e soprattutto attraverso i suoi leader. E questo perché il centro, o meglio, “la politica di centro”, si caratterizza attorno ad alcuni elementi che non possono essere radicalmente dissociati da chi li interpreta. Per fare un solo esempio concreto, non può essere un credibile esponente centrista e riformista chi è strutturalmente divisivo, escludente, aggressivo, incapace di costruire sintesi di governo e che fa dell’attacco sistematico e persin violento agli avversari politici la sua cifra distintiva. Non si tratta, cioè, di recuperare quello “stile” democristiano che molti, anche a sproposito, citano ogni qualvolta la politica si radicalizza eccessivamente come nella politica italiana contemporanea.

Ma è indubbio che la cultura della mediazione, la capacità di costruire un “campo largo” attraverso la paziente ma tenace azione della politica, il rispetto del pluralismo, la valorizzazione dei corpi intermedi e la strategia del dialogo e del confronto non possono essere gestiti e manipolati da persone il cui comportamento è semplicemente alternativo nella prassi quotidiana. E questo perché nel momento in cui cresce la domanda di Centro e di cultura della mediazione e del confronto contro la deriva massimalista ed estremista cavalcata dalla sinistra guidata dal nuovo corso del Pd di Schlein e da molti settori della destra, non può la classe dirigente – e in particolare il suo leader democratico – dello stesso Centro riformista e di governo cavalcare quella deriva e quella degenerazione politica.

Certo, per poter declinare quella politica, e quello stile, è anche necessario avere nel partito quella che un tempo veniva definita una “leadership diffusa”, cioè una classe dirigente capillare e presente nei territori e non riconducibile direttamente ad un “capo” come, purtroppo, abbiamo assistito in questi ultimi anni nella cittadella politica italiana.

Insomma, la ricetta politica, culturale e programmatica di un centro rinnovato e moderno si nutre anche e soprattutto in questa fase storica della credibilità di chi lo interpreta fisicamente. Per citare un grande storico cattolico, Pietro Scoppola, si tratta di saper nuovamente coniugare “la cultura del comportamento” con la “cultura del progetto”. E per tradurre concretamente questo progetto nella politica di oggi, quantomai necessario ed indispensabile, la credibilità di chi lo interpreta è veramente decisivo. E questo non per sacrificare il progetto politico sull’altare di una permanente personalizzazione della politica stessa, ma perchè la coerenza del leader – o dei leader – è, adesso, qualificante. Certo, ed è l’ultima considerazione al riguardo, proprio la cultura del cattolicesimo popolare e sociale può essere, ancora una volta, decisiva per rimarcare questa specificità culturale nel campo politico centrista, riformista, democratico e di governo.

Il centro è credibile se lo è chi lo guida. La versione di Merlo

Parlando del centro e dello schieramento relativo, il leader – o i leader – che lo rappresentano devono anche incarnare “fisicamente” quel profilo e quella natura centrista. Un profilo e una natura di carattere politico e culturale

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