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Il decreto-legge Pnrr appena approvato dal Consiglio dei ministri prevede una misura che, pur essendo molto concreta e quotidiana, ha un valore politico più ampio: per gli over 70 la carta d’identità elettronica avrà validità di 50 anni. Non è solo una semplificazione amministrativa: è un segnale di metodo, perché sposta l’attenzione dallo “sportello” a un’Amministrazione che si allinea ai modelli europei più avanzati, rafforzando la capacità dello Stato di tutelare i cittadini anche nella dimensione transfrontaliera e internazionale.

Questo intervento si inserisce in un percorso che in Parlamento e nel confronto con l’esecutivo era già stato avviato. Il sottoscritto aveva depositato la proposta di legge A.C. 1810, che puntava ad allungare a 20 anni la validità del documento per chi ha compiuto 70 anni: una soglia prudente, ma nella direzione giusta, pensata per alleggerire la vita delle persone anziane e ridurre pressione e code negli uffici. Dopo varie interlocuzioni, il governo sceglie una soluzione più estesa, 50 anni.

C’è poi un elemento di contesto europeo che vale la pena chiarire, perché aiuta a leggere la misura non come un’eccezione “italiana”, ma come un allineamento alle possibilità previste dal diritto dell’Unione europea. Il Regolamento Ue 2019/1157 stabilisce standard di sicurezza e interoperabilità per le carte d’identità e, pur fissando in generale durate tra 5 e 10 anni, consente agli Stati membri di estendere la validità oltre i dieci anni per chi ha più di 70 anni. È un punto spesso dimenticato: qui non si inventa nulla, si usa uno spazio normativo già previsto, orientandolo alla semplificazione.

Ed è proprio guardando all’Europa che il confronto diventa interessante anche in chiave comparata. In Spagna, ad esempio, la prassi sul Dni (Documento Nacional de Identidad) ha storicamente previsto una scansione per età che culmina, dopo i 70 anni, in una validità indeterminata; mentre fino ai 30 anni la validità è più breve e tra 30 e 70 anni è decennale. È un riferimento utile perché mostra che si può proteggere la sicurezza del documento senza imporre rinnovi frequenti a chi è in età avanzata.

Allo stesso tempo, l’adeguamento agli standard europei spinge tutti gli Stati a gestire con attenzione il “parco documenti” più vecchio e non conforme, con scadenze e aggiornamenti tecnici che hanno anche una dimensione di sicurezza e affidabilità del sistema nel suo complesso.

Ed è qui che la misura si fa anche strategica e – sì – geopolitica. Nel 2026, l’identità non è più soltanto un cartoncino o un documento da esibire: è un’infrastruttura civica che regge accessi, servizi, mobilità nello spazio europeo, rapporti con istituti bancari, procedure consolari, e progressivamente anche processi digitali che richiedono livelli sempre più alti di affidabilità. In un contesto segnato da minacce ibride, frodi transfrontaliere, pressione sulle catene di fiducia digitale e crescente competizione sulla sicurezza cibernetica, uno Stato che aggiorna e razionalizza il proprio sistema di identità non sta facendo un “favore”: sta investendo nella resilienza della propria amministrazione e nella credibilità dei propri strumenti. Il decreto, non a caso, viene presentato come un pacchetto di semplificazioni con un impianto più ampio, che guarda anche alla modernizzazione di strumenti civici come la tessera elettorale digitale: tasselli diversi, ma con un denominatore comune, cioè rendere più solida e funzionale la macchina pubblica.

C’è poi un punto che, da eletto all’estero, considero decisivo: l’impatto sugli italiani residenti fuori confine. Per un anziano in Italia il rinnovo può voler dire una mattina di attesa; per un anziano in Europa può significare spostamenti, costi, appuntamenti limitati, spesso la necessità di essere accompagnato. Ridurre il numero dei rinnovi significa togliere un attrito che, all’estero, pesa di più e rischia di trasformarsi in una barriera all’accesso ai servizi. Significa anche liberare risorse nella rete consolare, che può concentrarsi su pratiche ad alto impatto, emergenze, fragilità, stato civile, e su quel lavoro di assistenza che – in una fase internazionale complessa – è parte integrante della presenza dello Stato fuori dai confini.

In sintesi: la validità a 50 anni della Cie per gli over 70 non va letta come una curiosità normativa. È un tassello di una politica pubblica che, quando funziona, produce tre effetti insieme: semplifica la vita alle persone, rende più efficiente la PA e rafforza l’affidabilità di un’infrastruttura cruciale, anche in chiave di sicurezza e mobilità europea. Il merito di una misura così si vede sempre nel dopo: nei coordinamenti chiari, nell’applicazione uniforme, nella capacità di evitare “zone grigie”. Ma la direzione è corretta, ed è una direzione su cui vale la pena insistere, perché rende lo Stato più vicino, più credibile e – nel mondo di oggi – anche più solido.

Così la validità a 50 anni della Cie per gli over 70 allinea l'Italia all'Europa. Il commento di Billi

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In un contesto segnato da minacce ibride e frodi transfrontaliere, uno Stato che aggiorna e razionalizza il proprio sistema di identità sta investendo nella resilienza della propria amministrazione e nella credibilità dei propri strumenti. Il commento di Simone Billi, capogruppo della Lega in Commissione Esteri, presidente del Comitato per gli italiani nel mondo, che ha presentato la proposta di legge approvata

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