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C’è voluto il default della Grecia, con dramma sociale annesso, la quasi esplosione del debito italiano (correva l’anno 2011), più una manciata di crisi finanziarie, Spagna e Portogallo tanto per citarne alcuni. E poi due anni e mezzo di pandemia e un’impennata del costo della vita, come non si vedeva da tempo. Ma alla fine, l’Europa ce l’ha fatta. O meglio, il suo governo, quella Commissione che spera in un accordo politico tra Stati sul nuovo Patto di stabilità.

Sono mesi che Bruxelles lavora a regole di bilancio a prova di un nuovo mondo, più veloce, dove investire conta più dell’aritmetica. Ora la proposta è sul tavolo e per tradurla in realtà, c’è tempo fino al 2024. Per quella data, infatti, è previsto il ritorno all’operatività al vecchio Patto, quello intriso di austerity, discendente diretto del Trattato di Maastricht. Tutto ciò premesso, in buona sostanza, il tentativo dell’Unione, illustrato dal commissario all’Economia, Paolo Gentiloni, è di rendere le regole più credibili e più efficaci, associando al necessario risanamento delle finanze pubbliche un altrettanto necessario sostegno agli investimenti.

NUOVO PATTO PER NUOVA EUROPA

Nei fatti, la Commissione europea ha proposto un nuovo regolamento, a cui verrà associata una revisione di altri due testi legislativi. Bruxelles ha preso atto che un approccio unico per tutti non ha finora funzionato. Ciascun Paese sarà quindi chiamato a preparare un piano di risanamento del debito basato sulla spesa pubblica netta, che nelle intenzioni dell’esecutivo comunitario deve diventare il nuovo parametro di riferimento con il quale monitorare i bilanci nazionali. Di qui una prima differenza: non più pieni di risanamento uguali per tutti, bensì tarati sui volumi di spesa di ogni singolo Paese membro.

Per quanto riguarda il debito, i piani nazionali, della durata di quattro anni estendibile a sette anni, devono garantire un calo dello stesso debito pubblico per almeno dieci anni, senza che siano necessarie ulteriori misure di risanamento. Una procedura per debito eccessivo scatterà nel caso in cui il Paese non rispetti la prevista traiettoria della spesa pubblica netta.

Eppure qualcosa, nemmeno briciole, di Maastricht rimarrà. Gli storici valori di riferimento del 3% e del 60% del Pil rimarranno invariati. Alla fine del periodo coperto dal piano, il rapporto debito/Pil dovrà essere inferiore a quello dell’inizio del periodo stesso e dovrà essere attuato un aggiustamento di bilancio minimo dello 0,5% del Pil all’anno fino a quando il deficit rimarrà al di sopra del 3% del Pil. Questo tanto per dare un contentino alla Germania.

MAL DI PANCIA TEDESCHI

Già, la Germania. Christian Lindner, ministro delle Finanze dalle facili tentazioni in salsa austerity, è contrariata. “Le proposte della Commissione europea non soddisfano ancora le richieste del governo federale. La Germania non accetterà proposte di riforma che indeboliscano il patto di Stabilità e crescita dell’Ue”, ha ribadito Lindner, sottolineando che la proposta della Commissione sarà comunque “la base per ulteriori negoziati, in cui la Germania sarà costruttiva”.

LA CAUTELA DI TRIA, IL (MEZZO) SORRISO DI GIORGETTI

Chi non si sbilancia è invece Giovanni Tria, ex ministro dell’Economia, che a Formiche.net (qui una sua recente intervista, proprio sul Patto), dice la sua. “Premesso che non è chiaro se siano effettivamente cambiati in modo sostanziale dei punti su cui si erano accentrate delle critiche, tutto ciò non è diverso da quanto contenuto nella proposta della Commissione sulla quale si era aperta la discussione tra i Paesi Ue. Ma poiché il diavolo sta nei dettagli si devono attendere i dettagli. In queste anticipazioni non si dice nulla proprio sui dettagli, che non sono poi tali, sui quali si erano accentrate le critiche alla proposta originaria”.

C’è poi chi sorride, ma solo a metà. Come il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. “Prendiamo atto della proposta della Commissione sul nuovo Patto di stabilità. È certamente un passo avanti”, ha chiarito il numero uno del Mef. Ma c’è un po’ di amaro in bocca. “Noi avevamo chiesto con forza l’esclusione delle spese d’investimento, ivi incluse quelle tipiche del Pnrr digitale e green deal, dal calcolo delle spese obiettivo su cui si misura il rispetto dei parametri. Prendiamo atto che così non è. Ogni spesa di investimento poiché è rilevante e produce debito per il nuovo patto deve essere valutato attentamente. Quindi occorre privilegiare solo la spesa che effettivamente produce un significativo impatto positivo sul Pil”.

ACCORDO (POLITICO) CERCASI

Ora, l’attesa riforma della governance economica europea non finirà sul tavolo dei lavori organizzati del consiglio Ecofin informale di venerdì 28 e sabato 29, convocato dalla presidenza svedese di turno a Stoccolma. L’attesa è che sia oggetto delle discussioni tra i ministri economici a margine dei lavori e durante la cena alla sera del primo giorno. “È troppo poco tempo per digerire le proposte”, ha spiegato un funzionario europeo per chiarire perché non sarà oggetto di un confronto strutturato, nonostante sia un consiglio informale.  Le nuove norme dovranno venir approvate entro fine anno e prima che si concluda la clausola di salvaguardia che dalla pandemia ha sospeso le regole del Patto fino a fine 2023.

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