Skip to main content

La recente National Security Strategy britannica merita attenzione non tanto per le minacce che individua, quanto per il metodo che propone. Il documento parte da una constatazione ormai condivisa da gran parte delle democrazie occidentali: il mondo trasformato dalla guerra in Ucraina, dalla competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, dal ritorno della guerra convenzionale in Europa, dalle minacce ibride e dalla crescente instabilità internazionale non può più essere governato con gli strumenti concettuali del passato.

In questo contesto, la sicurezza non coincide più esclusivamente con la difesa. Comprende l’energia, le infrastrutture critiche, il cyberspazio, le reti di comunicazione, la sicurezza economica, le catene di approvvigionamento, la resilienza delle istituzioni e persino la capacità di una società di resistere alla manipolazione informativa. La vera novità della strategia britannica risiede proprio in questa visione integrata.

L’Italia dispone già di numerosi documenti strategici settoriali: la Strategia Nazionale di Cybersicurezza, il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, le strategie energetiche, i documenti dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, la pianificazione della Protezione Civile e molti altri strumenti di programmazione. Si tratta di documenti indispensabili, ma manca ancora un quadro strategico complessivo capace di collegare queste diverse dimensioni all’interno di una visione unitaria della sicurezza nazionale.

La differenza non è soltanto terminologica. Una National Security Strategy non rappresenta un ulteriore adempimento amministrativo, bensì il tentativo di rispondere ad alcune domande fondamentali che ogni Stato dovrebbe porsi: quali sono gli interessi vitali della Repubblica? Quali dipendenze strategiche costituiscono una vulnerabilità? Quale grado di autonomia industriale è necessario per garantire la sicurezza nazionale? Qual è il ruolo delle infrastrutture critiche nel funzionamento del Paese? Come preparare popolazione e istituzioni a crisi prolungate? Quale equilibrio deve esistere tra sicurezza economica e politica estera? Come proteggere il dominio cognitivo della società da operazioni di influenza, manipolazione e disinformazione?

Sono interrogativi che non riguardano soltanto il settore militare, ma l’intero sistema-Paese. La guerra in Ucraina ha evidenziato la vulnerabilità energetica europea; la pandemia ha mostrato la fragilità delle catene globali di approvvigionamento; le tensioni nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz hanno ricordato quanto il commercio internazionale dipenda dalla sicurezza delle rotte marittime. Allo stesso modo, la competizione tecnologica tra Washington e Pechino ha dimostrato che semiconduttori, dati, cloud e intelligenza artificiale sono ormai strumenti di potere geopolitico.

Tutti questi fenomeni condividono una caratteristica fondamentale: non rispettano le tradizionali divisioni amministrative dello Stato. Coinvolgono simultaneamente ministeri, imprese, università, infrastrutture, mercati finanziari e cittadini. Per questo la sicurezza non può più essere considerata una funzione esclusiva della difesa, ma deve diventare una funzione trasversale di governo.

Le principali potenze si stanno già muovendo in questa direzione. Gli Stati Uniti parlano apertamente di competizione strategica tra sistemi economici e tecnologici; il Regno Unito pone l’accento sulla resilienza nazionale; la Cina integra sicurezza economica, tecnologica e militare in una visione unitaria dello sviluppo nazionale.

L’Italia possiede importanti punti di forza per affrontare questa trasformazione. Dispone di un apparato industriale avanzato in settori strategici, è una delle principali economie manifatturiere europee, possiede capacità militari riconosciute a livello internazionale e ha sviluppato competenze significative nel dominio cyber e nella gestione delle emergenze. Inoltre, la sua posizione geografica la colloca al centro del Mediterraneo allargato, crocevia di interessi energetici, commerciali e geopolitici.

Ciò che manca non sono le capacità, bensì una sintesi: un documento capace di trasformare una pluralità di eccellenze in una strategia nazionale coerente. La questione assume particolare rilevanza in una fase storica in cui gli Stati Uniti stanno progressivamente spostando il proprio baricentro strategico verso l’Indo-Pacifico. Questo non significa mettere in discussione il rapporto transatlantico o il ruolo della Nato, ma prendere atto che gli europei saranno chiamati ad assumere responsabilità sempre maggiori nella gestione della propria sicurezza.

Tale responsabilità non riguarda soltanto la spesa militare. Include la protezione delle infrastrutture critiche, la sicurezza energetica, lo sviluppo di tecnologie strategiche, il rafforzamento della resilienza sociale e la tutela della libertà decisionale nazionale in un contesto internazionale sempre più competitivo.

La principale lezione che emerge dalla strategia britannica non riguarda il Regno Unito in sé, ma l’evoluzione del concetto stesso di sicurezza. Una sfida che richiede strumenti nuovi, una cultura strategica più ampia e una visione capace di integrare difesa, economia, energia, tecnologia, cyberspazio e resilienza nazionale.

L’Italia possiede già gran parte degli elementi necessari. Forse è arrivato il momento di dotarsi anche del documento che ancora manca: una vera Strategia di Sicurezza Nazionale, che possa essere coordinata e messa in atto da un responsabile per la Sicurezza Nazionale che risponda direttamente al presidente del Consiglio, di concerto con il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale.

Una struttura simile, per intenderci, a quelle che già esistono nel Regno Unito e negli Stati Uniti e che si potrebbe riadattare al contesto istituzionale italiano.

L'Italia e il documento assente di sicurezza nazionale. Il commento di Castellaneta e Preziosa

Di Giovanni Castellaneta e Pasquale Preziosa

L’Italia dispone di strumenti e competenze, ma manca ancora una visione unitaria della sicurezza nazionale. In un contesto segnato da crisi globali e nuove vulnerabilità, il nodo è costruire una strategia capace di integrare difesa, economia, energia e resilienza del sistema-Paese. Il commento di Giovanni Castellaneta e Pasquale Preziosa

Perché ignorare i progressi industriali dei chip cinesi è pericoloso per la Ue. L'opinione di Monti

L’annuncio di una nuova filosofia di progettazione di chip per l’AI da parte di Huawei segna un ulteriore passo verso il decoupling di Pechino dalle tecnologie occidentali che rischiano di rimanere prigioniere delle loro limitazioni strutturali. L’opinione di Andrea Monti, docente incaricato di identità digitale, privacy e cybersecurity nell’università di Roma-Sapienza

La stretta soft di Trump. Ecco l'ordine esecutivo sui modelli IA

Il presidente americano firma il documento tanto atteso per imporre dei limiti sugli strumenti tecnologici più problematici. Le aziende, su base volontaria, dovranno collaborare con le agenzie federali. I dissidi dentro al governo fanno comprendere l’importanza della misura. Per OpenAI “rappresenta un importante passo avanti per la sicurezza nazionale”

Dentro gli Ipm, oltre i luoghi comuni. Cosa racconta la ricerca #Introspezioni

Famiglia prima di tutto, poi libertà e lealtà. Non potere o furbizia. La ricerca “#Introspezioni”, promossa dal ministero della Giustizia insieme a fondazione Lottomatica e fondazione Francesca Rava-Nph Italia Ets, curata dagli istituti di ricerca Swg e Cuntura, ridisegna il profilo dei giovani negli istituti penali minorili italiani

Più europeista e più filo-Kyiv. La svolta di Budapest sta prendendo forma

Budapest archivia l’era Orbán e torna ad allinearsi all’Unione Europea. Lo sblocco dei fondi per l’Ucraina, la fine delle tensioni con Bruxelles e l’apertura di un nuovo dialogo con Kyiv segnano una svolta destinata a ridisegnare gli equilibri dell’Europa orientale

Phisikk du role - Fitto e le alleanze di Fratelli-Coltelli. Il senso dei partiti per la coalizione

Le mosse europee di Fitto e le dinamiche tra i partiti della maggioranza offrono uno spaccato sugli equilibri della coalizione. Tra posizionamenti, tatticismi e identità politiche, emerge il tema della coesione e del ruolo che ciascuna forza intende giocare nello scenario attuale. La rubrica di Pino Pisicchio

Cultura della Difesa, perché l'Italia non riesce ancora a discuterne seriamente

Di Massimo Panizzi

La sicurezza è tornata ad essere una delle condizioni fondamentali della libertà. Eppure, proprio mentre la storia bussa nuovamente e rumorosamente alla porta, una parte del dibattito italiano continua a comportarsi come se fossimo ancora negli anni Novanta, nell’illusione che i conflitti siano sempre lontani. Cosa emerge dal Report “Cultura della Difesa-Comunicazione, geopolitica e formazione per l’interesse nazionale”, promosso recentemente da Dynames insieme alla Luiss School of Journalism e a Form& Atp

Zahedi e il controspionaggio iraniano, così Roma è diventata snodo della guerra tecnologica

Il caso Zahedi mostra come intelligence economica, cyber e controllo delle esportazioni siano ormai parte della competizione tra Stati. E conferma il ruolo di Roma come snodo dove si incrociano tecnologia, sicurezza nazionale e geopolitica. Conversazione con Antonio Teti, docente universitario ed esperto di intelligence, cybersecurity e geopolitica tecnologica

Una nuova Assemblea costituente per il futuro. Gli auguri liberali di Sterpa alla Repubblica

Di Alessandro Sterpa

A ottant’anni dalla nascita della Repubblica, è tempo di aggiornare la Costituzione senza tradirne i valori fondanti. Di fronte ai profondi cambiamenti serve rafforzare le istituzioni democratiche e il principio di legalità. Se la politica non riesce a realizzare le riforme necessarie, si affida al popolo il compito di avviare un nuovo percorso costituente, per rendere la Carta capace di affrontare le sfide del presente e del futuro

Alphabet ora corre sull'IA. Via all'aumento da 80 miliardi

La società madre di Google ha messo sul mercato fino a 80 miliardi di capitale, per raccogliere fondi necessari a finanziare gli investimenti in Intelligenza Artificiale. E la Berkshire Hathaway di Buffett già è pronta a contribuire con 10 miliardi. Ora tocca a Microsoft e Amazon

×

Iscriviti alla newsletter