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Un’importante occasione di analisi e confronto sulle trasformazioni indotte dall’evoluzione tecnologica e dalle politiche della maggiore economia è stata offerta anche quest’anno dalla riunione degli economisti di tutto il mondo organizzata nei giorni scorsi dall’American Economic Association a Philadelphia.

A differenza degli ultimi anni, nessuna partecipazione di premi Nobel, né di noti esperti di economia, banchieri centrali e membri di governo, ma presentazioni di analisi elaborate degli effetti dei fattori che stanno guidando da tempo le trasformazioni sia dell’economia, sia del contesto sociale dei principali paesi dell’Ocse. Molto folta la presenza di asiatici in veste o di autori di analisi o di partecipanti, mentre sparuta quella degli italiani, sebbene fossero autori o discussant di parecchi papers in discussione. La numerosa presenza di economisti italiani nelle università e nelle banche centrali americane ed europee è ormai una realtà affermata, che riflette i notevoli progressi realizzati nell’analisi economica e altresì la preferenza a insegnare e fare ricerca in istituzioni avanzate all’estero.

Come era da attendersi, al centro dell’attenzione sono stati gli sconvolgenti provvedimenti del presidente Trump, l’evoluzione del dollaro in rapporto alle principali monete, la politica monetaria della Fed, il rilancio della produttività ad opera dell’Intelligenza Artificiale (AI) e l’innovazione. Temi scottanti, come la mobilità sociale e l’assorbimento dell’immigrazione hanno, invece, ricevuto l’onore di essere affrontati nei due discorsi presidenziali dell’Aea.

In primo piano si è posta la questione degli effetti della svolta protezionistica dell’amministrazione Trump per i conti con l’estero degli Usa, il dollaro e l’inflazione. La narrativa classica vede come conseguenze dell’aumento delle tariffe doganali il rialzo dell’inflazione (non un temporaneo aumento dei prezzi) e la riduzione della crescita reale del Pil.

In contrasto, si è messo in evidenza che l’effetto netto è la risultante di più fattori che agiscono in sensi contrapposti e chiamano in causa anche la partita dei movimenti di capitale, ossia gli assets (titoli americani) detenuti nei portafogli internazionali da investitori nazionali ed esteri. In risposta a un rincaro delle tariffe commerciali nell’immediato aumenta la domanda della moneta del paese importatore, gli Usa, col risultato di una spinta all’apprezzamento del dollaro. Medesimo effetto è da aspettarsi nel caso di sconvolgimento dei mercati con conseguente corsa all’asset rifugio, ovvero il dollaro.

Ma se si instaura una persistente incertezza sulla politica tariffaria in un contesto di guerra commerciale, il rialzo dei dazi tende a scoraggiare la domanda di questi titoli come forma di assicurazione contro l’eventualità di una guerra commerciale e gli investitori richiederanno un maggior compenso per il rischio sugli assets in dollari. Sul piano della concorrenza tra monete, si avrebbe un’erosione del ruolo del dollaro come moneta rifugio e una tendenza al deprezzamento. In particolare, in un mondo caratterizzato da una globalizzazione limitata degli scambi commerciali e da filiere produttive transnazionali, l’aumento della barriera doganale impatta su tre fronti del paese che la impone.

Da un lato, equivale a un’imposta sui consumi, dall’altro tende a incrementare i costi di produzione e da un altro ancora cambia la suddivisione del rischio nei portafogli di assets. Quest’ultimo effetto dà luogo a un trasferimento di ricchezza dal paese esportatore a quello importatore con conseguente spinta all’apprezzamento del dollaro, sempre che non rimanga incertezza sull’evoluzione del sistema tariffario e non intervengano ritorsioni tariffarie da parte del paese esportatore colpito. In quest’ultima evenienza, è da attendersi una spinta al deprezzamento del dollaro.

In realtà, il dollaro ha mostrato una tendenza di lungo periodo all’apprezzamento, specie verso l’euro, dal 2011 in poi con una inversione verso il ripiegamento negli ultimi 18 mesi. Lo scorso anno si è deprezzato del 12,6% circa verso l’euro. L’inversione sembra in linea con la tesi illustrata, ma sono intervenuti anche altri fattori operanti nello stesso senso oltre alla perdurante incertezza tariffaria e l’uso dei dazi come arma negoziale, in dettaglio l’attacco alla Fed, le penalizzazioni contro le compagnie straniere, il gonfiamento del debito pubblico, l’atteggiamento incurante verso la Nato e i suoi obblighi di mutua difesa, e l’imprevedibilità delle politiche di Trump.

L’altro importante tema oggetto di dibattito verteva sul futuro dell’indipendenza della Fed dopo i ripetuti attacchi della presidenza Trump, sfociati da ultimo nel sottoporre il suo Presidente, J. Powell, a indagine giudiziaria allo scopo di rimuoverlo per sostituirlo con uno prono ai voleri della Casa Bianca. L’intento è ottenere una politica monetaria ultra-accomodante, che incurante dei rischi di inflazione, faciliti il finanziamento del crescente debito federale a tassi minimi. Il dibattito si è svolto tra accademici tra cui due relatori avevano avuto ruoli di governatori di banca centrale e la J. Yellen anche di ministro del Tesoro nell’amministrazione Biden.

Secondo D. Romer, data la combinazione di crescenti deficit di bilancio e corte scadenze del debito, un rialzo dell’inflazione dal 2% al 10% produrrebbe in un quinquennio soltanto una modesta erosione del 15% del peso del debito in rapporto al Pil (già vicino al 100%). Se poi ci fosse il rialzo di 2 p.p. del premio per il rischio sul costo del debito, l’erosione scenderebbe al 10%. L’alternativa per erodere il debito sarebbe pertanto generare alta inflazione e dover ricorrere alla Fed per il finanziamento monetario del deficit. Si ricorda al lettore che nella Germania di Weimar una simile strategia portò all’ascesa di Hitler. Ma le pressioni sulla Fed provengono anche da altre fonti: a) le ricadute squilibranti della crescita incontrollata delle criptomonete e delle stablecoins; b) la richiesta alla Fed di occuparsi di mandati inappropriati, come di sostenere la politica industriale; e c) il declino della fiducia dei politici nella competenza degli esperti. Pertanto, è probabile che il futuro della Fed sarà differente dal passato.

Critiche sul comportamento della Fed, invece, sono state espresse da un’accademica di Princeton, L. Mester, che ha insistito sulla perdita di fiducia nella Fed e in altre banche centrali da parte della gente. In un contesto pieno di incertezze, la Fed dovrebbe essere più sistematica nel condurre le sue politiche, chiarire ad inizio d’anno le sue ipotesi nel tracciare il corso delle sue politiche, essere più prevedibile nelle sue mosse e chiarire ex-ante le mete da raggiungere in termini quantitativi. L’analisi di scenari alternativi di evoluzione economica servirebbe a chiarire le sue probabili risposte. Servirebbe anche un atteggiamento pro-attivo nel comunicare le sue strategie.

La miglior risposta a queste critiche è stata data indirettamente dal lungo intervento della Yellen. Dopo aver precisato quale è il mandato della Fed fissato dal Congresso, unica autorità a cui deve rispondere del suo operato, ha sottolineato che nell’attuale regime non è al servizio della politica di bilancio, né è rivestita del ruolo di autorità di bilancio. Un regime di dominio “fiscale” sulla politica monetaria è pericoloso perché conduce a prezzi sempre più elevati e instabili ed aspettative dei mercati disancorate dal ritorno alla loro stabilità. Nel contempo, l’alta inflazione non contribuisce a ridurre il debito pubblico. Questo non è il regime attuale, ma aumentano le precondizioni perché si instauri un simile regime.

Attualmente il costo netto del servizio del debito è al 3,2% del Pil e tende a salire sopra il 5,4% nel prossimo trentennio, mentre il deficit ha raggiunto una punta del 5,9% del Pil e il deficit primario si colloca attorno al 3%. Con un debito al 100% del Pil un incremento dell’1% del tasso medio nominale d’interesse porta a un aumento di pari importo del costo netto in rapporto al Pil. La crescita economica, peraltro, potrebbe ricevere un impulso dalla diffusione dell’impiego dell’AI, che si riflettesse in un rialzo della produttività dello 0,5% all’anno. Ma questa accelerazione dovrebbe persistere per 30 anni per stabilizzare il rapporto debito/Pil e questo non appare realistico attualmente. È necessaria quindi una maggiore collaborazione tra maggioranza ed opposizione al Congresso per affrontare il problema del debito senza asservire la Fed al suo finanziamento, ma occupandosi insieme di risolverlo e di provvedere anche all’atteso esaurimento dei fondi per la sicurezza sociale e l’assicurazione medica (Medicare).

Il tema del ruolo e delle possibilità di sviluppo dischiuse dall’AI ha occupato il maggior numero di sessioni, inquadrato nell’interrogativo se questa volta l’avanzamento tecnologico fosse differente dalle svolte tecnologiche del passato. Le analisi inducono a ritenere che questa volta si è di fronte a un importante cambiamento di tecnologia e di economia, malgrado si sia agli albori della sua diffusione, particolarmente nel settore industriale. In questo campo quando si parla di AI si riferisce a un insieme di applicazioni diverse che non necessariamente sono adottate da ogni impresa.

Da un’indagine su un vasto campione di imprese industriali americane risulta che tra il 2017 e il 2021 l’impiego dell’AI è stato eterogeneo, lento a diffondersi, ancora poco diffuso (meno del 15%) e tendenzialmente concentrato in una tipologia di imprese manifatturiere. Risulta, infatti, più elevato tra le grandi imprese, quelle stabilite da lunga data, dalle strutture organizzative più articolate, e dalla capacità di finanziarne i costi.

Le principali barriere all’adozione riguardano proprio i costi per il 43% delle imprese, seguiti dalla difficoltà a identificare in quali attività impiegarla (28%) e dal livello di competenza specifica, che tuttavia rileva per una quota minore di imprese (12%), mentre l’atteggiamento dei lavoratori è citato da meno del 10% delle imprese. Né il fabbisogno di investimenti fissi complementari rappresenta un ostacolo maggiore all’adozione, anche per via della possibilità di ricorrere ai servizi resi dal cloud computing. Va notato che caratteristiche simili si riscontrano in Europa.

L’effetto sulla produttività ha profili particolari: nel breve periodo è negativo per la difficoltà di introdurre profonde ristrutturazioni nell’organizzazione e nelle varie funzioni, ma nel medio periodo le prime imprese ad adottarla, specialmente le giovani, riescono ad accrescere la loro performance più rapidamente delle altre. Inoltre, producono ricadute positive su altre che non l’hanno ancora adottata. Il processo attraverso cui si ottengono benefici nel medio termine comprende una migliore gestione della produzione e delle scorte, la riduzione delle forze di lavoro, più estesa automazione e robotizzazione. Si ha quindi una curva di performance dalla forma di una J, che mostra come bisogna sostenere costi consistenti nella fase iniziale prima di ottenere una più rapida progressione della produttività.

Ancor più delle innovazioni del secolo scorso, vi sono prove che la tecnologia dell’AI Generativa si configura al tempo stesso come una dalla vasta gamma di impieghi (General Purpose Technology), come Innovazione nel metodo di innovare e come Innovazione nell’organizzare un’impresa, in breve una tecnologia trasformativa. La sua evoluzione futura verso l’Artificial General Intelligence dischiude orizzonti di radicali trasformazioni e sostituzione del lavoro umano. Da alcuni test risulta altresì che nell’evoluzione più avanzata ha mostrato capacità logiche di ragionamento superiori a quelle umane. Allo stato attuale di avanzamento negli Usa si stima che possa accelerare la produttività multifattoriale di circa 0,9 punti percentuali all’anno e quella del lavoro di 1 punto nei prossimi 10 anni.

Alla luce dei dati delle imprese americane, nel periodo 2017-2024 avrebbe già contribuito per il 50% all’incremento della produttività del lavoro e per più del 40% a quello della produttività multifattoriale. A livello aggregato di economia complessiva, l’impatto sulla produttività sarebbe in parte oscurato dal metodo di misurazione e dall’effetto costi (Baumol’s effect). In sintesi, la parificazione dei costi del lavoro nei settori a bassa produttività (soprattutto i servizi) con quelli ad alta, determina un calo di produttività nei primi che compensa in parte gli incrementi realizzati nei secondi.

Quali conclusioni trarre da queste analisi per l’Europa e l’Italia? I progressi nell’avanzamento tecnologico e nella sua diffusione nell’economia americana in congiunzione con le politiche sconvolgenti della presidenza Trump costituiscono grandi sfide per i Paesi europei. Da un lato il protezionismo americano e le penalizzazioni tariffarie previste nell’accordo dell’Ue con Trump del luglio scorso rendono più difficile competere sul grande mercato americano. Sul piano monetario e delle future politiche della Fed l’Europa probabilmente dovrà fronteggiare perdite di competitività dovute al persistente deprezzamento del dollaro verso l’euro. Sul piano del progresso tecnologico e dell’innovazione, soprattutto indotti dagli sviluppi dell’AI Generativa e dal loro impatto sulla produttività, rischia di rimanere indietro ed accusare crescenti ritardi di sviluppo economico e sociale. In un simile scenario, ai Paesi europei non resta altra alternativa che svecchiare i loro sistemi e innovare profondamente e senza indugi.

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