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Pochi giorni fa è arrivata la significativa notizia che il presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping non avrebbe partecipato alla conferenza del G20, i cui lavori saranno ospitati dall’India di Narendra Modi tra il 9 e il 10 settembre. E a poche ore di distanza dall’apertura degli stessi lavori è arrivata un’altra notizia, altrettanto significativa: il ministero degli Esteri di Pechino ha annunciato che il presidente venezuelano Nicolas Maduro si recherà nella Repubblica Popolare per una visita diplomatica che durerà dall’8 al 14 settembre, dopo cinque anni dalla sua ultima visita in Cina.

I temi centrali delle discussioni bilaterali che avranno luogo durante la permanenza del leader venezuelano in territorio asiatico saranno, molto probabilmente, quelli degli investimenti e della cooperazione in ambito energetico: la Repubblica Popolare è ad oggi il primo importatore mondiale di petrolio, mentre il Venezuela dispone dei più vasti giacimenti conosciuti e non ancora sfruttati. Due Paesi con interessi perfettamente complementari dunque, che hanno dispongono di ampi margini di manovra per portare ad un livello superiore le loro relazioni economiche, che già al momento sono decisamente rilevanti. Seppur non ufficialmente (a causa delle sanzioni imposte dal governo di Washington sul petrolio venezuelano), lo scorso anno Pechino ha importato all’incirca 283 milioni di barili di petrolio dal Paese sudamericano; inoltre, la compagnia statale cinese PetroChina è impegnata come socio quasi alla pari nel progetto Sinovensa, una joint-venture tra Pechino e Caracas responsabile della produzione del 15% di tutto il petrolio venezuelano. Inoltre, un accordo stipulato nel 2007 dall’allora leader venezuelano Hugo Chavez che prevedeva la cessione di petrolio in cambio di prestiti ha fatto sì che il Venezuela contraesse un forte debito con il Dragone, debito che ancora sussiste nonostante una parziale cancellazione da 19 miliardi di dollari registrata nel 2020.

Ma sarebbe sbagliato interpretare la visita di Maduro soltanto attraverso la lente dell’economia: dietro a questo tour diplomatico vi è un significato politico palese. L’assenza del leader cinese dal summit di New Delhi, assieme a quella del presidente russo Vladimir Putin, fa sì che nessuno dei grandi protagonisti del “blocco revisionista anti-occidentale” sia presente al G20. Ma se l’assenza di Vladimir Putin è interpretabile come una costrizione, a causa del mandato internazionale che pende sulla sua testa (lo stesso che gli ha impedito di partecipare al vertice dei Brics svoltosi a Johannesburg meno di un mese fa), quella di Xi Jinping è una scelta intenzionale. Snobbando il G20, il messaggio che il Segretario del Partito Comunista intende trasmettere è che, piuttosto che partecipare ai lavori di un evento internazionale a trazione occidentale, egli preferisce portare avanti un agenda diplomatica bilaterale coinvolgendo Paesi come il Venezuela, scollegato ed esecrato dal blocco euroatlantico per il regime dittatoriale e socialisteggiante al potere (che è invece motivo di lode da parte di Pechino, il quale condivide questa caratteristica con Caracas) e allo stesso tempo importante produttore petrolifero, che garantisce allo stato sudamericano un ruolo sì secondario, ma non di comparsa, nel grande teatro geostrategico globale.

Nel segno di un “serrare i ranghi” della coalizione antagonista all’Occidente, in un confronto economico, politico e militare che segnerà le dinamiche geopolitiche negli anni a venire.

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