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Non c’è un modo diplomatico di dirlo: Santa Sede e Stati Uniti non sono mai stati così lontani, perlomeno quando si parla di attività internazionale. Ed è un paradosso, perché il momento in cui il governo degli Stati Uniti è portatore massimo di una serie di valori che sono ovviamente cari al mondo cattolico (dai temi della famiglia a quelli della vita, fino alla battaglia contro la cultura woke), c’è una divisione netta, che riguarda il modo in cui l’attività internazionale viene dispiegata.

Così, le azioni degli Stati Uniti in Venezuela e Iran, nonché l’emergenza di ordine pubblico scatenata dagli omicidi dell’Ice a Minneapolis, hanno creato non poco scontento oltre Tevere. Anche se si devono fare i dovuti distinguo.

In Venezuela, la Santa Sede aveva lasciato campo ai vescovi per prendere posizione, e lo avevano fatto con forza, fino a chiedere nuove elezioni dopo la rielezione del presidente Maduro, e persino a chiedere una riforma costituzionale e la legittimazione del voto popolare. Per un certo periodo, la nunziatura in Venezuela (l’ambasciata della Santa Sede) non ha avuto un nunzio, ed è stata retta da un incaricato d’affari, e questo testimonia un po’ la volontà di non mandare un profilo qualunque, un po’ la necessità di mantenere i rapporti con Maduro ad un livello più basso, proprio per evitare una legittimazione completa. Ma la Santa Sede non interrompe mai le relazioni diplomatiche, perché l’idea è quella di essere sempre lì dove la gente ha bisogno, e perché la sua neutralità si basa anche sulla dialogo con chiunque sia al governo.

Per quanto riguarda l’Iran, il dialogo in corso era piuttosto stretto, ma si basava soprattutto su valori religiosi condivisi. La Santa Sede non negava i problemi, soprattutto quelli relativi alla libertà religiosa. Nel 2021, il governo di Teheran negò il visto a Suor Giuseppina Berti, che da più di 30 anni era missionaria in Iran, per ragioni non precisate, scatenando le ire di oltre Tevere. Ma questo non si è mai risolto in una protesta diplomatica formale, mentre il dialogo diplomatico è proseguito ai più alti livelli, e si è persino intensificato dopo i fatti del 7 ottobre 2023. Perché la Santa Sede guardava a tutti gli attori nell’area mediorientale e, in fondo, si doveva dialogare con l’Iran anche per ribadire la soluzione dei due popoli e dei due Stati, come veniva riferito in un comunicato del 30 ottobre a seguito di un colloquio telefonico tra il ministro degli Esteri di Teheran, Hossein Amir Abdollahian, e il suo omologo vaticano, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher.

Per quanto però le situazioni siano profondamente diversi, in entrambi i casi la linea della Santa Sede resta uguale. Da una parte, non ci potrebbe mai essere un appoggio reale e concreto su un regime che non gode della volontà popolare (il Venezuela) e che mette a rischio la libertà religiosa (l’Iran). Dall’altro, il dialogo resta aperto, sempre, anche perché si tratta di Stati sovrani, che hanno un riconoscimento internazionale, e con i quali la Santa Sede ha un rapporto diplomatico formale e stretto.

Per questo motivo, i due interventi Usa sono stati visti con grande preoccupazione Oltretevere. Tanto che il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, in una intervista resa ai media vaticani lo scorso 4 marzo, a domanda precisa sull’attacco israeliano e Usa in Iran, ha risposto: “Ritengo che la pace e la sicurezza debbano essere coltivate e perseguite attraverso le possibilità offerte dalla diplomazia, soprattutto quella esercitata negli organismi multilaterali, dove gli Stati hanno la possibilità di risolvere i conflitti in modo incruento e più giusto. Dopo la seconda guerra mondiale, che ha causato circa 60 milioni di morti, i padri fondatori, con la creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, volevano risparmiare ai figli gli orrori che essi stessi avevano vissuto. Perciò, nella Carta dell’ONU vollero dare indicazioni precise sulla gestione dei conflitti. Oggi, questi sforzi sembrano essersi vanificati”.
Tradotto: si deve negoziare, si devono evitare invasioni di sovranità, si deve lavorare tutti insieme considerando le istituzioni multilaterali, a partire proprio dalle Nazioni Unite.

Per essere chiari: non è che la Santa Sede ritenga che le Nazioni Unite abbiano avuto sempre successo. Da tempo, ci sono proposte di riforma delle Nazioni Unite, soprattutto per migliorare lo strumento negoziale e multilaterale, e da tempo si mettono in luce alcune criticità dei processi onusiani.

Allo stesso tempo, però, la Santa Sede non ha mai sostenuto fino in fondo le cosiddette riunioni “G” (i G7, G8, G20), considerate più che altro riunioni di pochi che decidono per molti, una sorta di club di amici che però non permette a tutti di parlare.

Sulla base di queste premesse, era anche ovvio che la Santa Sede non accettasse di entrare nel “Board of Peace” proposto dal presidente Trump, e non solo per l’enorme quota di partecipazione (che la Santa Sede non si sarebbe mai potuta permettere), ma piuttosto per il fatto che si trattava di una operazione di pochi per decidere del destino di molti. “Un’operazione colonialista”, per dirla con le parole del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme.

Considerate tutte queste criticità, va da sé che il rapporto tra Santa Sede e Stati Uniti non possa essere fluido come lo era in passato, perché ormai una “santa alleanza” sui grandi valori comuni non basta a ribilanciare l’interventismo americano in tutto il mondo.

L’ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Brian Burch, ha parlato in varie interviste di due gradi diversi di bene che spesso non si allineano, e che riguardano alcuni temi cruciali come la politica estera o anche la politica migratoria. C’è, comunque, uno sforzo di dialogo, ma si scontra poi con la necessità della Santa Sede di rispondere in un certo modo alle questioni internazionali.

In effetti, a ben guardare, all’Angelus del 1° marzo, a seguito degli attacchi in Iran, il Papa si è concentrato sulle questioni della stabilità e della pace e il suo silenzio sull’uccisione della leadership iraniana era già di per sé un segno.

Il Papa, alla fine, non avrebbe mai potuto approvare alcun intervento militare che tocchi la sovranità di un popolo. E, tuttavia, ha dimostrato, con le sue parole, che la Santa Sede non appoggiava nemmeno il modo in cui Alì Khamenei ha esercitato il potere.

Ovvio che le modalità di politica estera dell’amministrazione Trump sono quanto di più lontano ci possa aspettare dalla diplomazia della Santa Sede. Allo stesso tempo, però, la Santa Sede mantiene le sue posizioni con pazienza. Per quanto in alcuni casi discorde, sarà pronta comunque a partecipare ed essere presente. Perché, in fondo, il fine della diplomazia pontificia è di esserci sempre, nonostante tutto. E resterà così.

Cosa c'è dietro le divergenze tra Trump e la Santa sede. Scrive Gagliarducci

Santa Sede e Stati Uniti non sono mai stati così lontani, perlomeno quando si parla di attività internazionale. Le azioni di Trump in Venezuela e Iran, nonché l’emergenza di ordine pubblico scatenata dagli omicidi dell’Ice a Minneapolis, hanno creato non poco scontento oltre Tevere. Il commento di Andrea Gagliarducci

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