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“Credo che Evgeny Prigozhin abbia deciso da solo che era arrivato il momento opportuno per portare il presidente Vladimir Putin a scegliere: o lui, o il ministro della Difesa Sergei Shoigu. Ha dimostrato le sue ambizioni, anche la sua efficacia, ma ha sbagliato i calcoli”. La sua intenzione “non era quella di rovesciare Putin, che ha deciso di appoggiare Shoigu e avrebbe compiuto una scelta in ogni caso. Prigozhin ha marcato il territorio contro una Difesa russa che sembra morta. Si è esposto troppo. Detto questo, in qualche modo apprezzo questa sua genialità”.

Marat Gabidullin, 56 anni, è ormai noto in Europa come ex ufficiale del Wagner Group, la compagnia militare privata che Prigozhin ha guidato contro Mosca per poi tornare sui propri passi pochi giorni fa. Autore di “Io, comandante di Wagner”, edito in Italia da Pienogiorno, ha combattuto sotto ordine del ribelle e per conto del Cremlino in Ucraina e in Siria, contro le forze dello Stato Islamico. Dal 2019 vive in Francia e partecipa al dibattito pubblico analizzando quanto accade a Mosca. Così Formiche.net lo ha raggiunto, all’indomani della rivolta di Prigozhin, per uno sguardo agli eventi da chi ha vissuto e respirato l’operato della milizia.

Il collegamento che traccia Gabidullin è con un episodio che chi segue e seguiva le dinamiche siriane ricorda: la battaglia di Conoco Field, il 7 febbraio 2018. Quattro ore di scontro a fuoco tra le città di Khasham e Al Tabiyeh, nel governatorato di Deir ez-Zor, quando le forze della Wagner, che sostenevano gli assadisti, provarono a conquistare il quartier generale delle Syrian Democratic Forces — le unità curdo-arabe sostenute dagli Stati Uniti e dall’Operazione Inherent Resolve. Fu la prima volta dai tempi della Guerra Fredda in cui combattenti russi rimasero uccisi da unità occidentali. “Anche in quell’occasione, quando Prigozhin capì che non avrebbe funzionato, diede il comando di dietrofront, la squadra si girò e tornò ai campi base”.

Come in Siria, anche sulla strada verso Mosca lo “chef di Putin” ha cercato un all-in. Ma secondo l’ex Wagner la rivolta di Prigozhin non ha avuto un impatto significativo sulla forza dello zar. In generale, la posizione di Putin dall’inizio della guerra si è indebolita, sostiene Gabidullin, ma non abbastanza perché possa essere rovesciato – ammesso e non concesso che convenga rovesciare questo regime. “Al contrario, si potrebbe dire che Putin ha dimostrato di essere in grado di reprimere qualsiasi rivolta armata, anche di tale portata”.

Altro discorso per il destino della Wagner. Nonostante a Prigozhin sia stato ordinato un confino bielorusso – anche grazie dalla mediazione del batka Alexander Lukashenko –, l’ex mercenario pensa che sarebbe controproducente toglierli il controllo della compagnia militare e delle attività in contesti come la Siria e l’Africa, perché il sistema di penetrazione creato dalla Russia in quei quadranti dipende dalle sua capacità, per così dire, imprenditoriali. “Se la leadership russa non ha completamente perso la testa e si preoccupa davvero di mantenere le posizioni in Siria e le capacità del progetto in Africa, allora dovrà fare in modo che non cambi nulla”.

Prigozhin rimarrà al suo posto, sostiene Gabidullin, perché è importante per il controllo della sua creatura, che serve a Mosca per una serie di scopi disparati – dal mantenere una presenza operativa all’assicurarsi i canali di approvvigionamento delle materie prime. “C’era praticamente un programma statale di diffusione dell’influenza della Russia sul continente africano e di utilizzo delle risorse. Non ostacoleranno il suo ulteriore sviluppo, anche perché il sistema dà ricavi ben distribuiti”, sottolinea l’ex miliziano.

C’è anche un contesto particolare dietro al ruolo di Wagner in Africa: in molti Paesi, il lavoro dei contractor russi è sostanzialmente ben percepito perché si inserisce in contesti securitari assolutamente alterati, dove l’aiuto delle unità russe per combattere i gruppi insorgenti (molti di matrice jihadista) è considerato fondamentale. Spesso è anche visto come ultima risorsa davanti alle difficoltà che certe missioni internazionali a guida occidentale non sono riuscite ad appianare. E agendo con meno scrupoli, la Russia può facilmente rivendersi al mondo come potenza stabilizzatrice.

L’esempio per eccellenza è quello della Repubblica Centrafricana, spiega Gabidullin. Lì Prigozhin ha applicato un particolare schema di business “che nessun altro nel continente africano aveva mai praticato prima: aveva un presidente già pronto, un governo già pronto e si assicurò l’indipendenza. Il potere di quel presidente gli ha garantito stabilità. Ha ampliato i territori controllati dal governo all’interno del Paese e così facendo ha raggiunto una certa stabilità, quella di cui i civili avevano bisogno”.

Pur trattandosi di un regime autoritario, le persone sono comunque stanche di guerre civili e hanno bisogno di qualche tipo di ordine, spiega l’ex Wagner. “So, per esempio, che adesso la gente può permettersi di spostarsi da una città all’altra, per andare a trovare i propri parenti, senza aver paura di essere derubata o uccisa lungo la strada. Poi i mercenari russi hanno cacciato dal campo diverse bande criminali che costringevano i locali a lavori forzati. Hanno in qualche modo messo le cose in ordine. E questo anche perché controllano la situazione nel Paese, non permettono alcun ammutinamento militare e hanno soppresso molti dei gruppi militanti ribelli”.

Altrove le capacità operative del Wagner Group sono ancora limitate. L’intervento sul campo è stato richiesto da giunte militari come quella in Mali, per esempio, che ha usato i contractor russi come unità di protezione contro le fazioni dell’opposizione. In Mali, contro la Wagner, pendono anche accuse per azioni brutali contro la fazione che si oppone alla giunta del Paese. Le Nazioni Unite hanno recentemente pubblicato un report su questo genere di fatti, ma la leadership di Bamako respinge le denunce e sostiene che si tratta di operazioni anti-terrorismo.

La versione di Gabidullin è che il clamore contro le attività di Wagner in Africa è generato dall’Occidente perché sta perdendo accesso al continente. Per esempio, il Mali ha chiesto l’uscita dal Paese dei Caschi Blu dell’Onu, e questo amplierà le attività delle unità russe — uno dei motivi per cui al Cremlino non conviene troppo alterare il sistema wagneriano in Africa. “Il più delle volte tutte le accuse ai mercenari russi si basano su dati non verificati, su prove incomplete o su una percezione soggettiva della realtà e nulla più”, sostiene l’ex mercenario.

Esistono diverse indagini e ricostruzioni che evidenziano come l’attività del Wagner Group siano spesso spregiudicate e contro l’ordine internazionale per come lo conosciamo. In Libia, per esempio, sono stati più volte fotografati membri della Wagner in prima linea nell’operazione che tra l’aprile del 2019 e l’ottobre 2020 intendeva rovesciare il governo onusiano di Tripoli, avallato dalla Russia stessa.

A ogni modo, il pragmatismo cinico di Gabidullin racchiude un nocciolo di realismo. “La situazione in Africa centrale rimarrebbe instabile per molto tempo. Nessuno offre un’alternativa decente al ritiro di Wagner dall’Africa, non esiste”. E in effetti, in contesti come quello del Sahel dove l’insicurezza generale è il problema determinante per le attività socio-economiche e politico-statuali, le alternative sono state inefficaci. Un esempio è la missione francese Barkhane, che doveva stabilizzare il quadro securitario del Sahel e che di cinque Paesi coinvolti ne ha visti tre — Mali, Ciad e Burkina Faso — precipitare in crisi istituzionali legati alle incapacità dei governi di sopraffare i gruppi ribelli.

“Wagner è un fenomeno ambiguo: non bisogna avere un approccio semplicistico. Sì, sono coinvolti in una guerra, che non è solo criminale contro l’Ucraina ma anche nel confronto degli interessi russi”. E ciononostante, quello che la compagnia privata militare sta facendo altrove — come in Repubblica Centrafricana — è “solo per il bene della popolazione”. Ma anche per il bene delle casse di Prigozhin, che ha guadagnato dalle sue attività africane, e della Russia, che ha guadagnato con i dispiegamenti africani l’influenza locale e la capacità potenziale di destabilizzare. A detrimento dell’Occidente, che fa fatica a trovare la sua voce in Africa.

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Di Otto Lanzavecchia e Emanuele Rossi

Il dietrofront del ribelle ricorda una tattica usata in Siria, spiega Marat Gabidullin, ex ufficiale della milizia privata. Putin rimane quasi inamovibile, ma probabilmente non toglierà a Prigozhin il controllo delle operazioni africane, dove il suo tocco “imprenditoriale” ha permesso alla Russia di porsi come potenza benefica

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