Skip to main content

Le culture politiche del Vecchio continente si dividono, da più di mezzo secolo, in due schieramenti. Il primo schieramento ritiene che si vada troppo a rilento verso l’obiettivo dell’Europa federale. Il secondo, invece, è convinto che si vada troppo in fretta verso il traguardo dell’Europa federale e che sia preferibile fermarsi alla tappa intermedia dell’Europa confederale, l’unica capace di preservare le identità dei singoli Stati.

Purtroppo la contrapposizione da parte di quest’ultima corrente di pensiero ha frenato non poco il cammino verso l’unità politica dell’Unione europea, anche perché il criterio, in vigore, dell’unanimità delle decisioni tra gli Stati ha fermato sul nascere qualsiasi decisivo scatto in direzione degli Stati Uniti d’Europa. Il voto a maggioranza quasi certamente avrebbe modificato lo scenario e la storia, con buona pace delle nazioni più gelose della propria sovranità, da loro venerata come la reliquia di un santo prodigo di miracoli. Ma quando gli spiriti più sinceramente europeisti tirano in ballo la necessità di votazioni a maggioranza tra i 27 soci del club Ue, il gruppuscolo dei governi contrari si mette di traverso bloccando qualsiasi progetto in senso federale.

Ma il potere di interdizione degli Dtati sovranisti avrebbe avuto modo di esprimere tutta la sua efficacia se i popoli del Vecchio continente avessero avuto in comune la lingua, oltre alla moneta? Molto probabilmente no. Molto probabilmente anche le nazioni più ostili all’integrazione costituzionale definitiva avrebbero deposto le armi a difesa dell’autarchia linguistica. Infatti, tra i popoli che parlano la medesima lingua è più facile intendersi e capirsi. Tra i popoli accomunati dal medesimo vocabolario è più semplice abbassare le barriere delle incomprensioni e dei pregiudizi. Di conseguenza, se il viaggio dell’Unione europea verso l’unità politica ora sta procedendo – per colpa del freno a mano azionato dai sovranisti dell’Est – alla velocità di un’utilitaria anni Cinquanta, molto dipende dall’esorbitante numero di lingue (24) che s’incrociano e si sovrappongono da Cipro fino alla Norvegia. La stessa vicenda nazionale italiana è illuminante al riguardo: la vera, sostanziale unità dello Stivale si realizzò solo grazie ai giornali, alla radio e alla televisione che, informando ed esprimendosi in italiano, misero fine alla babele di idiomi e dialetti che rendevano complicate persino le comunicazioni tra villaggi confinanti, figuriamoci tra regioni distanti centinaia di chilometri. Ergo: la lingua comune è insostituibile come il pane se si vuole davvero realizzare l’unificazione dei popoli, nel nostro caso la costruzione della casa federale europea.

Ecco perché sorprendono e, a volte, sconcertano alcune sortite strapaesane tipo la proposta di multare salatamente chi utilizza termini stranieri. Né attenua lo sconcerto la precisazione tesa a voler circoscrivere, soltanto agli atti della Pubblica amministrazione, l’altolà alle parole forestiere. Uno perché di alcuni vocaboli non esiste un’esatta, esauriente traduzione in italiano. Due perché molti vocaboli inglesi sono d’uso corrente anche nella penisola, risultando sovente più diffusi degli stessi corrispettivi in italiano. Tre, perché specie in economia, la lingua dei mercati resta l’inglese: sarebbe alquanto bizzarro, e nei fatti anacronistico e autolesionistico, introdurre o ripristinare, sia pure solo in alcuni documenti statali, una terminologia nazionale che risulterebbe, giocoforza, metà nostalgica e metà umoristica. Quattro, perché bisognerebbe procedere, nel lessico europeo, in senso contrario, ossia con il privilegiare la lingua più utilizzata nelle transazioni inter-personali, senza per questo prepensionare le parlate nazionali.

Certo, la Brexit non ha giovato alla causa dell’inglese quale lingua di riferimento in Europa. Ma mai come adesso la mobilità delle persone, in particolare dei giovani, in Europa, è cresciuta a ritmi forsennati, un fenomeno reso possibile dalla condivisione della lingua più adoperata al mondo. Che facciamo? Vogliamo mettere sabbia nell’ingranaggio comunitario? Vogliamo rendere più difficoltosi i contatti, gli spostamenti tra gli europei?

Se c’è una pecca nella pubblica istruzione italiana, la modesta diffusione della conoscenza dell’inglese è forse la più vistosa. Non a caso, il Belpaese figura all’ultimo posto in Europa nella conoscenza della lingua di William Shakespeare (1564-1616) e Winston Churchill (1874-1965). Tutto si dovrebbe fare a Roma tranne che aggravare questa lacuna. Oggi, in Italia, solo un giovane su cinque parla fluentemente in inglese. Gli adulti stanno messi molto peggio, basti pensare che il 40% degli italiani rivela di aver perso opportunità di lavoro a causa del loro deficit linguistico.

La parola identità possiede un indiscutibile appeal. Ma quando l’identità diviene un ostacolo per l’integrazione di una comunità, per la facilitazione dei contatti umani, culturali e commerciali, allora è meglio evitare di rimpiangerla e di riproporla in ogni circostanza. Molto meglio immaginarla nel ricettacolo degli oggetti smarriti e farsene una ragione.

Ogni processo socio-politico unitario ha bisogno di un’unità linguistica. Se prima Dante Alighieri (1265-1321) e, parecchi secoli dopo, Alessandro Manzoni (1785-1873) misero il loro genio in due capolavori letterari, lo fecero con l’obiettivo di dotare l’Italia di una lingua comune che superasse gli innumerevoli dialetti locali e favorisse l’integrazione nazionale. Lo stesso schema e la stessa operazione meriterebbero di essere riproposti oggi in Europa, se davvero l’unità del Vecchio continente viene considerata una meta assoluta da raggiungere il più presto possibile.

Peraltro, sono gli stessi europei ad aver intrapreso da tempo la strada della condivisione e facilitazione linguistica. Lasciamo decidere a loro. Lasciamo fare a loro. Lasciamo perdere l’autarchia lessicale, che sfascerebbe persino la timida Europa di oggi. La politica fa già molti danni altrove. Meglio evitare di fare peggio anche nella materia più delicata per una democrazia: la comunicazione.

 

L’autarchia linguistica? No, grazie. Altrimenti l’Europa...

La mancanza di una parlata comune ha già rallentato il processo unitario. Il primato degli idiomi nazionali potrebbe assestare il colpo di grazia all’Ue. La riflessione di Giuseppe De Tomaso

Più Italia nel mondo. Sace aumenta ancora il sostegno alle imprese​

La società assicurativa, tornata nell’orbita del Mef, lo scorso anno ha mobilitato 54,3 miliardi a favore delle aziende italiane che scommettono all’estero. Uno sprint del 46% sul 2021

Maksim Fomin, la morte del blogger e le fratture tra Wagner e Cremlino

Conosciuto anche con lo pseudonimo “Vladlen Tatarsky”, il blogger seguiva la guerra in Ucraina, criticava alcune scelte delle forze armate e i vertici militari ed era molto vicino al leader dei mercenari Wagner, Yevgeny Prigozhin. L’omicidio letto dall’Institute for the Study of War

Perché non basterà il petrolio a trasformare lo yuan in un perno della finanza globale

Pechino spinge per pagare il greggio in moneta nazionale, soprattutto con Russia e Arabia Saudita, per scalzare il dollaro come moneta regina degli scambi globali. Ma questo obiettivo è ben lontano dal realizzarsi. L’analisi del Financial Times​

Piano Ruanda, accordo con Bruxelles e il rischio di lasciare la Cedu per il Regno Unito

Di Filippo Fontanelli e Paolo Busco

Boris Johnson nel 2022 ha lanciato un piano per inviare in Ruanda i richiedenti asilo che arrivano nel Regno Unito. Quel protocollo è stato sospeso in via cautelare dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, portando alla minaccia da parte dei ministri del governo Sunak di abbandonare la Convenzione. Filippo Fontanelli, docente di Diritto internazionale (Università Luiss ed Edimburgo) e Paolo Busco, barrister e avvocato internazionalista, spiegano le conseguenze di una mossa simile, anche sull’accordo post-Brexit

Cosa non convince della consultazione della Commissione europea sulla fair contribution

La consultazione pubblica dell’Ue per il futuro del settore della connettività e la contribuzione ai costi per lo sviluppo delle reti chiede il parere delle parti interessate su come garantire la tempestività degli investimenti necessari per la realizzazione delle infrastrutture. Ecco tutto ciò che manca nell’analisi di Augusto Preta

Giocare da grandi. Tre anni di rilevazioni dell'Osservatorio sul gioco pubblico

La tavola rotonda, organizzata da Formiche in collaborazione con IGT e SWG al fine di analizzare l’attività di ricerca svolta nell’ultimo triennio dall’Osservatorio sul gioco pubblico, ha evidenziato la necessità di aprire una nuova stagione per la regolamentazione del settore

Il Club dei Patrioti mostra le crepe dell'élite russa

Il Club dei Patrioti Arrabbiati è una piattaforma che riunisce militari, politici e attivisti russi che hanno partecipato attivamente alle operazioni in Ucraina dal 2014 in poi. I messaggi del gruppo, tra denuncia della corruzione di una parte dell’élite e l’invito a “non formare milizie irregolari” mostra un conflitto di potere all’interno della classe dirigente russa

Noi, la Cina e la questione morale. L’intervento del sinologo Scarpari

Di Maurizio Scarpari

Il Cdr del “Sole 24 Ore” critica l’inserto della propaganda cinese sollevando la questione morale. È piuttosto inusuale e costituisce un passaggio essenziale per salvaguardare l’onestà intellettuale e professionale di chi a vario titolo opera con la Cina e deve fare i conti con i propri valori, con il codice deontologico della propria categoria di appartenenza e con le finalità dell’azienda

Eredità Merkel. L’agenzia cyber tedesca usa tecnologie Huawei

Il governo ammette che il Bundesamt für Sicherheit in der Informationstechnik fa affidamento su apparecchiature “made in China“. Una questione “esplosiva”, racconta un quotidiano locale. Ecco perché

×

Iscriviti alla newsletter