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“Ha ben detto Dario”. “Pier ha ragione”. È un continuo passaggio di scena, senza che nessuno però oscuri l’altro. Una consuetudine che si misura dalle date impresse sugli aneddoti che raccontano. Era la fine del ’74. Pier Ferdinando Casini e Dario Franceschini condividono la provenienza politica. La Democrazia cristiana. E in qualche modo lì si sono ritrovati.

Vederli assieme non è strano, forse. Ma osservarli in Emilia, a Ferrara, “dove Dario clandestinamente mi indicava chi contattare per prendere voti per contrastare l’eminente rivale, Nino Cristofori”, è un salto alle origini di tutto. L’occasione è la presentazione di ‘C’era una volta la politica’. Pochi conoscono la vena ironica dell’ex ministro. Ma quando è il tempo degli aneddoti non si sottrae. “Eravamo in cinque, tornando da Bergamo, a bordo di una Prinz. Congresso giovanile della Dc. Il ragazzo che guidava, nel mezzo del viaggio di ritorno, si voltò verso di noi e disse: sono partito moroteo e ritorno doroteo”.

Suonano come parole antiche, che però sia Franceschini che Casini rendono attuali, nella consapevolezza che “allora la politica si faceva anche così: si frequentavano le sezioni, ci si formava. E si costruivano legami destinati a durare nel tempo”. Un po’ autobiografico, ma senza nostalgia. Il parallelismo con la classe politica della Prima Repubblica e quella attuale è inevitabile. “Toni Bisaglia mi insegnò la trasparenza, a non dire mai bugie per evitare contraddizioni e figuracce – rivela Casini – . Da Arnaldo Forlani, che fu in qualche modo il padre della politica estera sul Mediterraneo, imparai la flemma e la capacità di riconoscere le priorità”.

Anche qui, gli aneddoti si sprecano. Emblematico il “viaggio di ritorno dal parlamento all’Eur, quando sfiorò la presidenza della Repubblica”, racconta Casini. “Mancavano 29 voti – continua – ma non ci riprovò il giorno successivo. Raggiungemmo l’accordo con Craxi e votammo Scalfaro. Lui, durante il viaggio di ritorno, con grande pacatezza, mi disse che era finita. E si mise a parlare dell’Inter”.

“Erano anni in cui nei partiti si costruiva un’identità”, aggiunge un po’ laconico Franceschini. Questione di velocità. “C’era il tempo di approfondire le questioni, oltre che i rapporti- rimarca – oggi invece si pensa che con una chat di whatsapp si possa esaurire tutto”. A proposito di cambiamenti, Franceschini introduce il derby in rosa Meloni-Schelin. “Questa competizione la segue con attenzione tutto il mondo”. Casini accoglie l’assist e va in gol: “Il fatto che Giorgia Meloni sia la prima premier donna in Italia è tutt’altro che banale”.

La neo segretaria Pd è stata accolta con grande favore dall’ex ministro ai Beni Culturali che le assegna il merito di aver saputo “interpretare quella grande voglia di cambiamento che c’era nel centrosinistra”. Casini è più circospetto, anche se parte da una convinzione: “Non penso che sarà così sciocca da sconfessare la linea di Letta in politica estera sul pieno sostegno all’Ucraina. Per me è una questione fondamentale”

Sì, tanto fondamentale quanto spinosa perché proietta immediatamente sul punto nevralgico delle alleanze. Schlein, in odore di semi-sposalizio grillino, ha già fatto pervenire messaggi chiari. Franceschini, proprio sui 5 Stelle, spende parole di apprezzamento circa la “maturazione politica”. “Sono passati dall’essere una forza populista e anti-europeista – analizza – all’essere una forza che ora è a pieno titolo nel centrosinistra. Questo è un grande merito del Pd”. Suona un po’ come una risposta a chi accusava i dem – correvano gli anni tumultuosi del Conte II – di essere succubi dei pentastellati. Casini, pur tributando il giusto riconoscimento evolutivo, si concentra maggiormente sulle contraddizioni a 5 Stelle: “Dall’autobus di Fico, al viaggio in seconda classe di Di Maio”. Addirittura, racconta Casini, “quando entrarono per la prima volta in Parlamento, i grillini non mi salutavano neanche perché per loro incarnavo quanto di più negativo potessero immaginare”. Poi, si sa, si cresce.

Il momento più profondo, Casini lo raggiunge quando parla del suo rapporto con i pontefici. “Indubbiamente – spiega – quello a cui sono più legato è Giovanni Paolo II, un gigante che veniva dall’Est e che contribuì a far crollare il comunismo. Francesco è figlio della sua epoca, ma senza di lui molti problemi gravissimi come la pedofilia avrebbero investito la Chiesa e probabilmente l’avrebbero trascinata in un vortice”. E’ figlio del suo tempo anche per “come affronta il tema dei migranti, che coinvolge tutti e che non può essere gestito dai singoli Paesi ma ha una portata molto più ampia, epocale”. Benedetto “venne considerato un conservatore bavarese. In realtà fece il gesto più rivoluzionario della storia moderna della Chiesa”. Se il titolo del libro può indurre a un anelito di rimpianto per i tempi in cui “c’era la politica”, vogliamo dare una rassicurazione: la Prima Repubblica non è (ancora) finita. E per fortuna.

Gli aneddoti degli ultimi democristiani. Pier, Dario e la politica di oggi

La rivalità in rosa tra Schlein e Meloni “è seguita con attenzione da tutto il mondo”. Dario Franceschini e Pier Ferdinando Casini condividono la scena da primi attori. Dal viaggio sulla Prinz nel 1976 alla (lunga) esperienza tra le aule parlamentari. Il rapporto coi pontefici e i “maestri” Bisaglia e Forlani

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