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C’è un cortocircuito che va oltre la polemica e lambisce il terreno della visione del mondo. Da una parte la forza, dall’altra l’universalismo; da una parte la semplificazione del potere, dall’altra la sua complessità. È dentro questo crinale che si consuma lo scontro tra Donald Trump e papa Leone XIV, un confronto senza precedenti per intensità e modalità, amplificato da una stagione – quella dei social e della politica-spettacolo – che non ammette sfumature. Ne parliamo con Pasquale Annicchino, professore di diritto e religione all’Università di Foggia e già membro del panel di esperti Osce/Odihr sulla libertà religiosa.

Professore, siamo davanti a uno scontro razionale o a qualcosa che sfugge alle categorie tradizionali della politica?

Sono arrivato alla conclusione che è sempre più difficile razionalizzare quello che fa Donald Trump. Non che ci volesse un genio per arrivare a questa conclusione. Siamo davanti a una persona che dice tutto e il suo contrario. Più che una lettura lineare, si può offrire un’analisi di contesto: il punto è che Trump tende a semplificare anche l’esercizio del potere, senza coglierne la complessità.

In che senso questa semplificazione incide nel rapporto con il papa?

Trump sembra ritenere che, essendo il papa statunitense, debba in qualche modo rispondere ai suoi diktat. È un ragionamento semplicistico, che non tiene conto del fatto che il potere non è solo verticale, ma è fatto di equilibri, relazioni, dimensioni simboliche e universali.

C’è anche una dimensione interna, legata al suo elettorato?

Assolutamente sì. Trump ha costruito con una parte del suo elettorato un rapporto quasi idolatrico, direi messianico, soprattutto nell’area conservatrice. Questo rafforza una dinamica in cui il consenso si nutre di contrapposizioni forti.

Quanto pesa il fattore mediatico in questo scontro?

Pesa moltissimo. Per Trump il piano mediatico coincide spesso con la realtà. Sa che il papa è una figura molto popolare, con un seguito globale, e questo lo mette in competizione anche su quel terreno. Non è un caso che certe tensioni emergano proprio in coincidenza con momenti di alta visibilità mediatica del Pontefice.

È uno scontro senza precedenti tra Stati Uniti e Chiesa Cattolica?

Direi di sì, almeno con queste modalità. È la prima volta che assistiamo a un confronto così diretto e pubblico tra Washington e la Santa Sede, amplificato dai social. Ed è uno scontro tra due visioni opposte dell’esercizio del potere, sullo sfondo di una crisi evidente del multilateralismo.

Le dichiarazioni degli ultimi mesi hanno preparato questo terreno che ha portato alla frattura?

Certamente. Il papa ha criticato apertamente una diplomazia basata sulla forza, mentre la Santa Sede – basti pensare alla posizione del cardinale Pietro Parolin – ha mostrato freddezza verso alcune iniziative statunitensi come il Board of Peace. Da gennaio le frizioni erano già molto rilevanti.

Trump ha sottovalutato la natura della missione del papa?

Sì, questo è un punto centrale. Non riesce a comprende che il papa esercita una missione universale, che travalica le logiche nazionali. Pensare di ricondurlo a una dinamica interna statunitense è un errore di fondo.

Che riflessi ha tutto questo sull’Italia dal suo punto di vista?

Dal punto di vista italiano emerge un problema politico. Alcuni segnali di posizionamento, come il comunicato di Forza Italia di sostegno al Pontefice, indicano una difficoltà più ampia della coalizione di governo: direi una crisi dell’infrastruttura culturale della destra di governo, anche perché è venuto meno un certo riferimento all’“orbanismo”.

Il nostro Paese dovrebbe prendere posizione?

A mio avviso sì. Non si tratta di schierarsi contro gli Stati Uniti, ma di riconoscere il valore della Santa Sede, che è sul nostro territorio e rappresenta un asset geopolitico unico. Molti leader internazionali hanno condannato attacchi di questo tipo al papa: il silenzio italiano rischia di essere problematico.

In ultima analisi, qual è il nodo vero di questo scontro?

Il nodo è una diversa concezione del potere e, più in profondità, una scarsa comprensione di come funziona la Chiesa cattolica. È lì che si gioca la partita, ben oltre la contingenza della polemica.

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