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La competizione con la Cina sta cambiando anche il mestiere dell’intelligence americana. Non più soltanto apparati militari, sistemi d’arma, intenzioni politiche e capacità strategiche. Una parte crescente delle informazioni considerate rilevanti per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti si trova nelle aziende, nei laboratori e nei settori tecnologici sui quali si gioca il confronto con Pechino.

A dirlo, con un grado di chiarezza piuttosto insolito per un dirigente della Central Intelligence Agency, è stato Michael Ellis, vicedirettore della Cia. Come racconta il New York Times, intervenendo martedì al Billington CyberSecurity Summit di Washington, Ellis ha spiegato che gli Stati Uniti stanno conducendo attività di intelligence su un ventaglio più ampio di obiettivi cinesi, comprese le imprese. La ragione è che la Cina rappresenta per Washington contemporaneamente un concorrente militare, tecnologico ed economico.

È questo il passaggio più interessante delle parole del numero due di Langley. La Cia, ha osservato Ellis, nacque in un contesto nel quale il principale avversario degli Stati Uniti era l’Unione Sovietica e buona parte delle informazioni strategicamente rilevanti poteva essere cercata dentro strutture politiche e militari statali. Con la Cina la configurazione è diversa. Una quota decisiva della competizione passa dall’intelligenza artificiale, dai semiconduttori e dalle biotecnologie, settori nei quali conoscenza industriale, ricerca scientifica e capacità militari tendono sempre più a sovrapporsi.

Da qui l’allargamento del perimetro. Secondo Ellis, molte delle informazioni che interessano oggi l’intelligence americana non si trovano negli stessi luoghi nei quali si raccolgono tradizionalmente informazioni politiche o militari. Sono invece custodite nel settore produttivo e tecnologico. Nel sistema cinese, dove il rapporto tra imprese, Stato e Partito comunista è assai più stretto rispetto alle economie occidentali, Washington considera quindi alcune società un obiettivo legittimo dell’attività informativa.

È un’affermazione che merita però una distinzione. Ellis non ha sostenuto che gli Stati Uniti debbano utilizzare l’intelligence per trasferire segreti industriali alle proprie aziende o assicurare loro vantaggi commerciali. È precisamente questo il confine che Washington aveva cercato di fissare nel 2015, quando Barack Obama e Xi Jinping si impegnarono a non condurre o sostenere il furto informatico di proprietà intellettuale con l’obiettivo di procurare vantaggi commerciali alle rispettive imprese. L’intesa distingueva, almeno sul piano politico, lo spionaggio per ragioni di sicurezza nazionale dallo spionaggio economico destinato a favorire aziende nazionali.

Le parole del vicedirettore della Cia mostrano piuttosto quanto quella distinzione sia diventata più difficile da applicare dieci anni dopo. Se un nuovo modello di intelligenza artificiale può avere applicazioni commerciali ma anche militari e cyber, oppure se una tecnologia per i semiconduttori influenza contemporaneamente industria, capacità di calcolo e sistemi d’arma, stabilire dove finisca l’informazione economica e dove cominci quella strategica è sempre meno immediato.

Non è casuale neppure il momento scelto da Ellis per rendere pubblico il ragionamento. Nelle stesse ore National Security Agency, Fbi e Cisa hanno pubblicato un advisory congiunto nel quale accusano aziende cinesi di intelligenza artificiale di condurre campagne di “distillazione” su scala industriale ai danni dei principali modelli americani. Secondo le agenzie statunitensi, queste attività permetterebbero alle società cinesi di acquisire capacità sviluppate dai concorrenti americani riducendo i costi necessari per la ricerca, la potenza computazionale e l’energia. Il documento collega esplicitamente il progresso dei modelli cinesi anche alle future capacità militari e cyber di Pechino.

È precisamente questa sovrapposizione a spiegare la nuova postura di Langley. Non una semplice estensione dello spionaggio economico, dunque, ma un cambiamento nella definizione di ciò che costituisce informazione strategica.

Ellis ha legato questa trasformazione anche alla riorganizzazione interna della Cia e alla crescente centralità delle competenze scientifiche, tecnologiche e cyber. L’Agenzia, ha spiegato, cerca una forza lavoro più tecnica e obiettivi informativi diversi rispetto al passato. Il punto è prepararsi a una competizione nella quale la superiorità tecnologica non è più soltanto uno strumento della potenza nazionale: ne è diventata una delle componenti principali.

Comprendere la Cina significa ormai conoscere non soltanto ciò che avviene a Zhongnanhai o nelle strutture dell’Esercito popolare di liberazione, ma anche ciò che accade nei suoi centri di ricerca, nelle aziende tecnologiche e nelle filiere industriali strategiche. È lì che si sta spostando una parte crescente della competizione tra le due potenze e, inevitabilmente, anche una parte crescente del lavoro delle loro intelligence.

 

La Cia allarga il perimetro su Pechino. Nel mirino anche le aziende cinesi

Il vicedirettore Michael Ellis spiega che la competizione con la Cina impone agli Stati Uniti di cercare informazioni anche fuori dai tradizionali obiettivi militari e politici. Intelligenza artificiale, semiconduttori e biotecnologie entrano così nel perimetro dell’intelligence. Un cambiamento che dice molto dell’evoluzione della competizione tra Washington e Pechino

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