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Il 10 gennaio 2023 il Congresso degli Stati Uniti, e in particolare su iniziativa dello speaker della Camera dei Rappresentanti Kevin McCarthy, ha creato il Comitato sulla competizione strategica tra gli Stati Uniti e il Partito Comunista cinese. Ma qual è lo stato del dibattito interno a Washington rispetto alla questione cinese? Proviamo a fare chiarezza tramite un editoriale del Washington Times che riporta le opinioni di alcuni membri del Comitato e della Foundation for Defense of Democracies, un istituto di ricerca su temi di sicurezza nazionale e di politica estera.

Il Comitato si occupa non solo delle relazioni internazionali con la Cina, ma anche delle attività collegate a Pechino che avvengono all’interno degli Usa. Il repubblicano Mike Gallagher, che lo presiede, ha detto durante il discorso di inaugurazione del panel che, nonostante si parli di competizione strategica, il confronto con la Repubblica Popolare “non è una cordiale partita di tennis”.

Al contrario, le dinamiche a cui assistiamo oggi dovrebbero rendere l’idea della “lotta esistenziale su come sarà la vita nel ventunesimo secolo”. La sfida è fondamentalmente tra due modi di intendere la collettività umana e la Cina appare concentrata nel proporre un modello di “tecno-sorveglianza totalitaria dove i diritti umani sono subordinati ai capricci del Partito”.

All’interno del Comitato siedono alcuni tra i principali esperti di Cina con trascorsi in diverse amministrazioni presidenziali. Ad esempio Matt Pottinger, già consigliere di Donald Trump sulle questioni di sicurezza nazionale, ha parlato di come l’obiettivo di Pechino sia di raggiungere “la supremazia globale”. Secondo il deputato è sufficiente leggere le affermazioni provenienti direttamente dal competitor strategico. “Un mondo collettivizzato è proprio lì, oltre l’orizzonte”, ha detto Xi Jinping in un discorso del 2018. “Chi rifiuta quel mondo sarà rifiutato dal mondo”.

Uno spunto che Pottinger ha ripreso sostenendo che il presidente cinese sia impegnato in uno sforzo per “stravolgere il concetto di Stati uguali e sovrani che è emerso in Europa quattro secoli fa e che è la pietra miliare delle relazioni internazionali”.

Se il discorso rischia di apparire eccessivamente retorico, la propaganda cinese spinge esattamente nella stessa direzione in segno opposto. “Xi Jinping ha sottolineato che l’ideologia e il sistema sociale del nostro Stato sono fondamentalmente incompatibili con l’Occidente”, si legge in un libro di testo del Pcc. “Xi ha detto: ‘Questo fa sì che la nostra lotta e la nostra competizione con i Paesi occidentali sia inconciliabile, quindi sarà inevitabilmente lunga, complicata e a volte anche molto aspra’”.

Molti policymaker statunitensi hanno a lungo creduto che il Partito Comunista Cinese potesse diventare un partner nell’ordine mondiale a guida Usa. Come osserva l’autore dell’articolo, Clifford D. May, “avremmo aiutato la Cina a diventare prospera e la prosperità avrebbe generato moderazione”. La realtà è andata in un altro modo.

“Nel governo, nel mondo accademico e a Wall Street”, ha scritto il generale Herbert R. McMaster, “i leader sono stati lenti nel superare la pia illusione riguardo alle intenzioni del Pcc”. Di conseguenza, gli Stati Uniti e le altre nazioni del mondo libero hanno contribuito all’erosione dei propri vantaggi competitivi attraverso il trasferimento di capitali e tecnologie a un concorrente strategico.

Una conseguenza di questo approccio: le amministrazioni statunitensi in passato non hanno assegnato sufficiente importanza all’enorme furto di proprietà intellettuale americana da parte di Pechino. Nemmeno si sono particolarmente interessate della creazioni degli Istituti Confucio che diffondevano propaganda sul suolo Usa. Né delle droghe sintetiche prodotte in Cina e smerciate in Nord America, né delle stazioni di polizia cinesi all’estero, né della sostituzione  di funzionari Onu con agenti di Pechino.

Un trend che oggi viene progressivamente invertito in maniera bipartisan.

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