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La Reuters ha un pezzo informato attraverso fonti interne all’Organizzazione dei produttori di petrolio secondo cui si procederà a un taglio di 1 milione di barili al giorno (bpd) sull’output attuale. Di solito queste informazioni sono sempre molto affidabili, a maggior ragione se arrivano a stretto giro prima delle decisioni.

Quella che sarebbe la più grande mossa dopo la pandemia da Covid-19 per affrontare la debolezza del mercato petrolifero potrebbe arrivare infatti già nella riunione che ci sarà il 5 ottobre (prima  in presenza post-pandemia). Sullo sfondo il calo dei prezzi del petrolio e mesi di forte volatilità del mercato che hanno spinto il principale produttore Opec+, l’Arabia Saudita, a dichiarare che il gruppo potrebbe tagliare la produzione.

L’Opec+ è il formato allargato che raggruppa i Paesi Opec e gli alleati petroliferi come la Russia (secondo produttore al mondo). Finora l’organizzazione (in tutte le sue forme) si è rifiutata di aumentare la produzione totale per abbassare i prezzi del petrolio, nonostante le pressioni dei principali consumatori, tra cui gli Stati Uniti e l’Unione europea, che volevano tramite quello aiutare l’economia globale.

I prezzi sono comunque scesi bruscamente nell’ultimo mese a causa dei timori sull’economia globale (legati anche al rallentamento della produzione economica e dei consumi cinese) e al rally del dollaro statunitense dopo l’aumento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve. Il calo del petrolio è stato uno dei pochi fattori di contenimento dell’inflazione e su di esso si è basato il calcolo di scenari ottimistici recenti.

Un taglio significativo della produzione come quello prospettato potrebbe cambiare le carte in tavola, rialzare il prezzo del greggio, scombussolare ulteriormente l’economia globale, irritare gli Stati Uniti — che hanno esercitato pressioni sull’Arabia Saudita affinché continui a pompare di più per stabilizzare al ribasso i prezzi del petrolio.

Su questa necessità di Washington ci sono due ragioni: la prima riguarda le elezioni di metà mandato che ci saranno a novembre, con i contribuenti statunitensi sempre influenzati e interessati ai prezzi alla pompa; la seconda riguarda la Russia, che pagherebbe una riduzione delle entrate e avrebbe meno spinta nel finanziare l’invasione ucraina.

Quello in programma sarebbe il taglio più consistente dal 2020, quando l’Opec+ ridusse la produzione di un quantitativo record di 10 milioni di bpd a causa del clamoroso crollo della domanda dovuto alla pandemia. Adesso non è da escludere che le riduzioni possano includere anche un’ulteriore taglio volontario della produzione da parte dell’Arabia Saudita.

Il punto è infatti che un petrolio sotto i 90 dollari al barile non è in questo momento negoziabile per i Paesi Opec+, che intendono quindi lavorare per mantenere un prezzo minimo più alto.

Nelle ultime due settimane, chi ha famigliarità con questo genere di discussioni faceva notare che Mosca stava pressando per tagliare le produzioni. Pur con cautela, alcuni analisti finanziari che operano nel settore stanno da giorni mettendo in guardia i propri clienti, e alcuni broker hanno già iniziato a riposizionare certi asset.

È noto infatti che quella spinta russa — da Mosca arriverebbe la proposito sul quantitativo da ridurre — incontra la sponda morbida saudita. Riad ha reagito timidamente alle richieste fatte direttamente da Joe Biden e ad agosto aveva prospettato un aumento delle produzioni nient’altro che simbolico (100mila barili giornalieri).

Recentemente, anche durante i loro viaggi nel Golfo, pure il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, hanno cercato di convincere il regno. Ma fonti a conoscenza dell’andamento delle discussioni fanno capire da tempo che ci sono pochi spazi — e le nuove informazioni di Reuters corroborano la situazione (aggravandone il contenuto).

Un barile in testa all'Occidente. L'Opec+ taglierà la produzione

Possibile un taglio da un milione di barili al giorno alle produzioni petrolifere. L’Opec+, spinto dalla Russia e sostenuto dall’Arabia Saudita, vuole mantenere alto il prezzo del greggio, che con il suo calo negli ultimi mesi aveva permesso di limitare i danni dell’inflazione

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