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Sicuro. Senza l’emergenza sanitaria causata dalla pandemia, il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) non avrebbe mai visto la luce. Eppure la sanità, devastata dal Covid, non ha ricevuto nemmeno un decimo della somma complessiva stanziata nel Pnrr. Ripartizione (rectius penalizzazione) davvero singolare. Roba che un marziano sbarcato a Roma penserebbe tuttora a uno scherzo, o a un abbaglio da parte degli organi di informazione. E pensare che le cronache quotidiane sono più ripetitive di un rosario nel raccontare i disagi, le difficoltà, le carenze nel settore più importante per la vita di ciascuno. Macché.

La spia più eloquente del malessere sanitario è la scarsità di medici. Curarsi sul serio è ormai diventato un lusso, come vivere a Montecarlo. Attese logoranti per i pazienti. Cure rinviate nel tempo. Turni massacranti per medici, infermieri e operatori vari. Mortalità in aumento, tra i malati, rispetto agli anni pre-pandemici. Reparti ospedalieri in affanno, a iniziare, quasi ovunque, dal Pronto soccorso, dove, per gli addetti, è necessaria una cospicua dose di eroismo per riuscire a reggere ritmi di lavoro sempre più insostenibili e per affrontare, spesso, situazioni ad alto rischio per la propria incolumità personale.

Chiunque, davanti a uno scenario così sconfortante, si chiederebbe per quale ragione alla sanità non sono stati destinati i quattrini necessari per attenuare le sue (davvero) gravi emergenze. Chiunque suggerirebbe che, in attesa degli indispensabili improcrastinabili investimenti, sarebbe opportuno premiare il personale medico e paramedico con cospicui aumenti di stipendio. Primo perché non si lavora gratis. Secondo perché in economia il valore di un bene, ma anche di una prestazione, sale automaticamente se l’offerta diminuisce e la domanda aumenta. Terzo perché nella sanità si registrano anomalìe che gridano vendetta al cielo.

Prendiamo il caso dei medici specializzandi. In teoria sarebbero le ultime ruote del carro. In realtà, quasi sempre, consentono la sopravvivenza e l’agibilità di interi reparti ospedalieri che, senza di loro, nel migliore dei casi, funzionerebbero a singhiozzo (e non solo metaforicamente). Nel peggiore dei casi, amen. Il trattamento economico dei neolaureati in corsia è da economia di guerra, solitamente avara di gratificazioni salariali: 22.700 euro lorde all’anno. Netto in tasca: 1700 euro al mese.

Come sia possibile per un giovane medico mantenersi per i 4-5 anni della specializzazione con la modica stupefacente (!) cifra di 1700 mensili, non è dato sapere. O meglio, è facile da immaginare. O il dottorino o la dottorina hanno la fortuna di vivere con i propri genitori nella città dove si trova il corso di specializzazione, il che è più infrequente di una vittoria a tennis contro Novak Djokovic. O devono risparmiare pure sul latte. O devono fare ricorso al portafogli di mamma e papà, specie se stanno facendo praticantato in un centro con affitti da infarto. La qual cosa, invece, è più frequente di una (scontata) sconfitta in tre set a zero contro il campione serbo.

Certo, il numero chiuso ha scombussolato ogni programmazione, perché solo un’autorità divina e divinatoria è in grado di conoscere il futuro: le nuove malattie, le evoluzioni delle nuove patologie, le possibili pandemie, l’allungamento degli anni di vita, i flussi migratori, le mutazioni demografiche. Tutti fattori che incidono pesantemente sull’assistenza sanitaria e che possono mandare all’aria, come sempre succede, anche i piani dei massimi esperti della materia. E però sarebbe da irresponsabili rendere gli studi universitari di medicina più comodi di una passeggiata, con tanti saluti alla serietà e alla credibilità del settore e con i relativi scongiuri da parte di tutti gli sfortunati bisognosi di cure. La selezione della classe medica è fondamentale, nell’interesse generale.

E comunque. Per affrontare il problema della carenza numerica di medici, non ci sono molte opzioni sul tavolo. La prima è quella di rendere appetibile questa professione, mortificata da retribuzioni poco appaganti rispetto all’impegno profuso e alle capacità richieste. La seconda è quella di aumentare il numero delle borse per gli specializzandi. La terza è quella di irrobustire da subito il trattamento economico di quest’ultimi, non foss’altro che per preservarne l’entusiasmo, insidiato invece da un compenso modesto, nominalmente superiore al reddito di cittadinanza, ma nella sostanza, tolte le spese fisse, palesemente inferiore. La quarta opzione è quella di investire nella rete ospedaliera, realizzando poli d’eccellenza, ma potenziando anche l’assistenza di prossimità.

Si può obiettare: i soldi sono sempre pochi rispetto alle aspettative crescenti. È vero. Ma siccome la politica è sinonimo di scelte, di priorità nelle scelte, nessun ambito, come la salute, ha il diritto di aspirare alla preminenza rispetto agli altri. Ergo, andrebbe rimodulata, a favore della sanità, la suddivisione (decisa dal governo precedente) dei fondi del Pnrr. Che oggi è la seguente e non ha bisogno di commenti. Pnrr e Fondo complementare: 222,1 miliardi di euro. Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura: 40,32 miliardi. Rivoluzione verde e transizione ecologica: 59,47 miliardi. Infrastrutture per una mobilità sostenibile: 25, 40 miliardi. Istruzione e ricerca: 30,88 miliardi. Inclusione e coesione: 19,81 miliardi. Salute: 15,63 miliardi.

Fanalino di coda, dunque, la salute. Proprio il settore, dalla cui paralisi, provocata dal Covid, è sorta la necessità, inderogabile, di stanziare la somma più colossale di aiuti pubblici per rimettere in piedi il Paese. Proprio il settore, dalla cui efficienza e solidità dipende la vita di tutti.

Forse si è fuori tempo massimo. Ma le cronache dal pianeta sanità sono univoche: il settore è al collasso. Urge ridargli molti più soldi, nella speranza che l’autonomia regionale differenziata, se arriverà, non generi altri guai. È o non è la salute il bene più prezioso che abbiamo?

La sanità al collasso, tra Pnrr e ipotesi autonomia regionale. Il commento di De Tomaso

Drammatica la carenza di medici in ospedale, dove guadagnano poco, a cominciare dai poveri specializzandi. Urge dare alla Sanità molti più soldi, nella speranza che l’autonomia regionale differenziata, se arriverà, non generi altri guai. È o non è la salute il bene più prezioso che abbiamo?

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