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L’Unione europea ha annunciato un Green Deal Industrial Plan per rispondere ai 369 miliardi di dollari di incentivi previsti dall’Inflation Reduction Act (Ira) e destinati ad investimenti verdi e alla sicurezza energetica degli Stati Uniti. Una risposta che non sembra pienamente adeguata e soprattutto di rapida attuazione.

Nel merito specifico della risposta all’Ira potremmo parafrasare una vecchia battuta di Fortebraccio, “si aprì la porta e non entrò nessuno: era l’Unione europea”. Bisogna infatti capire che siamo di fronte al più grande piano contro il cambiamento climatico mai realizzato negli Usa, per di più caratterizzato da una chiara impronta protezionistica. In un colpo solo gli Stati Uniti hanno messo in chiaro due punti fondamentali: l’importanza strategica della transizione energetica e la scelta di perseguire il raggiungimento degli obiettivi ambientali sviluppando adeguate capacità tecnologiche e produttive internamente. In altre parole, prendendo atto che l’accelerazione nella diffusione delle energie rinnovabili solleva enormi problemi dal punto di vista delle dipendenze da Paesi terzi, viene adottata una strategia “make” invece che una strategia “buy” anche al costo di rinunciare ai vantaggi della libera concorrenza internazionale in termini di maggiore efficienza e minori costi.

Per comprendere meglio l’impatto dell’Ira, secondo un recente studio, solo nel settore del fotovoltaico i sussidi saranno talmente rilevanti da coprire un’ampia parte dei costi di produzione, tanto da rendere potenzialmente gli Stati Uniti la regione al mondo dove sarà più conveniente produrre pannelli solari. Al contrario, nonostante le iniziative già messe in campo dall’Unione europea in questo settore, l’attuale sostegno fornito alle imprese europee è di assai più modesta entità, con il rischio concreto che queste possano essere spiazzate sul mercato.

Purtroppo, la consapevolezza che il mondo stia cambiando e che gli Stati Uniti stiano fissando nuove regole del gioco non sembra albergare ovunque nelle cancellerie europee e negli uffici della Commissione. E infatti sulla risposta dell’Unione all’Ira si è consumato un dibattito acceso tra chi sostiene che inseguire gli altri Paesi sul terreno dei sussidi finanziati con risorse europee sia una rincorsa verso il basso e un ostacolo alla concorrenza e chi vorrebbe utilizzare questa occasione per dotare finalmente l’Europa di strumenti finanziari adeguati ad aumentare la propria autonomia strategica, leggasi Fondo di Sovranità europeo.

Ne esce fuori una soluzione di compromesso, in cui si prevede una riorganizzazione del quadro normativo sugli aiuti di Stato, un più efficace e indirizzato utilizzo dei fondi già disponibili e, in prospettiva, il varo di un Fondo di Sovranità europeo ancora tutto da definire. Non molto, in verità, in un contesto in cui Usa e Cina già stanno investendo centinaia di miliardi per sostenere la propria competitività tecnologica e produttiva. D’altra parte, sembra quasi anacronistico il tentativo dell’Ue di perseguire unilateralmente l’obiettivo di realizzare un “level playing field”, ovvero un’equità di condizioni a livello internazionale, in una fase in cui il processo di globalizzazione rallenta e il Wto versa in una situazione di forte impasse. Guardando poi al mercato unico europeo, bisognerà vedere come, nei fatti, la Commissione riuscirà a evitare che l’allentamento delle regole sugli aiuti di stato non crei un’alterazione delle condizioni di concorrenza interna per effetto dell’evidente diversa capacità degli stati membri di finanziarli. Questo non farebbe altro che rafforzare quei fenomeni di polarizzazione e divergenza che si osservano da tempo all’interno dell’Unione europea e che possono condurre a una frammentazione che nell’attuale contesto geopolitico sarebbe fortemente problematica. Su questo basti pensare che secondo i dati forniti dalla stessa Commissione europea, gli Stati membri hanno ottenuto l’approvazione di sussidi nell’ambito del quadro temporaneo sugli aiuti di stato pari a 672 miliardi di euro. Di questi non meno del 53 per cento è stato notificato dalla Germania (parliamo di circa il 9% del suo Pil), mentre la quota della Francia è stata del 24 per cento (il 6% rispetto al Pil).

L’Italia, a causa dei suoi vincoli all’indebitamento, si è limitata a chiedere l’approvazione per un ammontare di sussidi pari a circa il 7 per cento del totale, meno del 3% in relazione al Pil. Per inciso, Paesi cosiddetti frugali come Finlandia e Danimarca hanno ottenuto l’approvazione di sussidi per un ammontare, rispettivamente, pari al 9,4% e l’8% del Pil. L’Europa ha sviluppato negli anni una leadership significativa nel quadro regolamentare e nello sviluppo di un’articolata strategia contro il cambiamento climatico, che però guarda soprattutto al lato della domanda e della diffusione delle tecnologie. La sfida che l’Ira ci pone di fronte non è quella di impedire a un’azienda europea di costruire una fabbrica di pannelli fotovoltaici o di batterie negli Stati Uniti, ma di garantire che analoghi impianti vengano costruiti anche in Europa. È il momento cioè di passare anche noi da una strategia “buy” a una strategia “make” e per questo servono una politica industriale mirata e nuove risorse centralizzate a livello europeo.

All'Europa serve più coraggio per rispondere all'Ira americana

Di Rosario Cerra e Francesco Crespi

In un colpo solo gli Stati Uniti hanno messo in chiaro due punti fondamentali: l’importanza strategica della transizione energetica e la scelta di perseguire il raggiungimento degli obiettivi ambientali sviluppando adeguate capacità tecnologiche e produttive internamente. Mentre l’Ue ha messo in campo una risposta debole… L’analisi di Rosario Cerra, fondatore e presidente del Centro Economia Digitale e Francesco Crespi, direttore Ricerche del Centro Economia Digitale, Università Roma Tre

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