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Quella tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz sarà pure una “strana coppia”. Ma quel sodalizio sembra destinato a rimettere in moto un treno europeo che rischiava di perdersi nelle convulsioni di una situazione internazionale sempre più complessa e, per molti versi, più pericolosa. Basti pensare alla protervia di Vladimir Putin che, a distanza ormai di quattro anni e nonostante i morti causati e subiti, non sembra arretrare di un passo rispetto agli “obiettivi” dell’”operazione militare speciale”. Facendo così abortire, sul nascere, qualsiasi seppur timido tentativo di pace.

Ebbene, in un contesto così difficile, Italia e Germania stanno tentando di dare gambe ai suggerimenti che Mario Draghi ed Enrico Letta avevano avanzato, solo qualche mese fa. E che sarebbero rimasti lettera morta – un’esercitazione calligrafica – se la politica non avesse dato segni di reagire. Per fortuna questo è avvenuto e con una velocità sorprendente. Solo poco tempo fa, la stessa Giorgia Meloni aveva avanzato più di un dubbio sulla necessità di abbandonare il metodo nell’unanimità nelle decisioni europee. Oggi è invece paladina di quel “federalismo pragmatico”, secondo la più recente definizione di Mario Draghi, che apre le porte delle “cooperazioni rafforzate” in grado rimuovere quegli elementi di paralisi che, negli anni passati, avevano ritardato fino a bloccare il motore europeo.

Il nuovo metodo, per altro previsto dai Trattati, ma finora confinato in un limbo, sarà destinato a produrre una slavina, che non inciderà solo sulle tematiche settoriali in cui sarà invocato – dall’energia, all’automotive, alla difesa – ma sarà destinato a ridisegnare i rapporti tra Parlamento, Commissione europea e Consiglio europeo. Ne deriverà uno snellimento procedurale e, di conseguenza, la possibilità di incidere con maggiore efficacia sull’andamento dei processi reali.

Finora, infatti, la farraginosità del processo decisionale ha prodotto, e purtroppo continua a produrre, decisioni cervellotiche. Caratterizzate da incoerenze sistemiche. Da ritardi. Da un’astrattezza destinata molte volte a tradursi nel peggiore dei libri di sogni. In situazioni che, alla fine, hanno finito per favorire convitati di pietra com’era avvenuto, in campo energetico, con le importazioni di gas dalla Russia, (alternative allo sviluppo del nucleare) o nel settore automobilistico, con le automobili elettriche “made in China”.

In questo secondo caso, il rispetto dei tempi del “green deal”, divenuto fin da subito un vero e proprio dogma, avrebbe richiesto, fin dalla sua originaria declinazione, investimenti pari a 1.000 miliardi di euro all’anno. Secondo gli stessi calcoli della Commissione europea. Che, tuttavia, non si era posta minimamente il problema di dove trovare i necessari finanziamenti. Risultato? La crisi del gruppo Stellantis e di tutta l’automotive europea, oggi costretta a rivedere irrealistici piani di produzione, e tentare una difficile riconversione verso quell’endotermico troppo precipitosamente abbandonato.

Spunti sufficienti per comprendere la necessità di un rapido cambiamento nelle strutture essenziali di un Europa che, all’improvviso, si è scoperta orfana. Non potendo più contare sulla benevolenza della Casa Bianca, e avendo Annibale alle porte. Sebbene alcuni autorevoli rappresentanti politici, sia della destra che della sinistra italiana, non sembrino disposti a considerare quest’ultima eventualità. Ma preferiscano rifugiarsi nell’idea di un velleitario pacifismo. Un’Europa, quindi, non solo orfana, ma fragile: costretta di conseguenza a porre fine all’illusione che un intero Continente potesse essere governato da un “asse”, come quello che si era stabilito tra Nicolas Sarkozy e Angela Merkel.

Giorgia Meloni, alludendo alla Francia, ha fatto, quindi, bene a chiarire ogni equivoco. Non si tratta di sostituire o escludere qualcuno, ma di sviluppare una politica inclusiva che faccia proseliti, per accelerare la trasformazione europea. La logica della “cooperazione rafforzata” è di per sé competitiva. “Che cento fiori fioriscano, che cento scuole di pensiero gareggino”: verrebbe da dire, parafrasando la celebre frase di Mao Zedong che diede vita al tentativo cinese di smarcarsi dall’Unione sovietica. Se, alla fine, non si fosse risolto in una svolta ancora più autoritaria.

I risultati, comunque, si vedranno in seguito, ed essi andranno attentamente valutati. Nel frattempo, tuttavia, è necessario concedere almeno una minima apertura di credito. Cosa che – spiace dirlo – non abbiamo trovato nell’editoriale di Goffredo Buccini su Il Corriere della Sera di giovedì scorso (Nuova Ue e cautela). Lì si mescolano i due diversi eventi “che potrebbero almeno abbozzare il percorso di una nuova Europa”: la riunione presso il castello di Alden Biesen dei vertici europei, con la presenza di Draghi e di Letta per discutere di competitività; e quella all’indomani, presso un hotel di Monaco, dove si parlerà, com’era avvenuto anche negli anni precedenti, di sicurezza. Eventi che, invece, dovrebbero rimanere distinti.

Dell’incontro di Monaco, l’autore contesta, soprattutto, la partecipazione dei rappresentanti parlamentari di AfD (Alternative für Deutschland). Paventando il pericolo dello sdoganamento di “quell’etnonazionalismo che mira a disarticolare la nostra casa comune fatta di democrazia e diritti”. Per questo chiama in causa sia Vannacci che JD Vance, il vice di Trump, che lo scorso anno aveva criticato l’Ue per il suo atteggiamento anti AfD. La cosa è indubbiamente buona e giusta, se non fosse per un particolare. A differenza dell’ufficialità dell’incontro informale dei Capi di Stato e di Governo, la conferenza di Monaco sulla sicurezza – ha specificato un portavoce dell’evento – è organizzata da una “fondazione privata e indipendente” che ha deciso di “invitare i parlamentari di tutti i partiti rappresentati nel Bundestag”. Compresi quelli di AfD. Difficile allora equiparare le due cose. Sarebbe come confondere il sacro con il profano.

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