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È trascorsa più di una settimana da quando due terremoti hanno distrutto la costa del Venezuela. Secondo la Nasa, sono circa 60.000 i palazzi danneggiati o crollati. A Catia la Mar, nello stato di La Guaira, sono rimasti in piedi solo tre palazzi dei 193 che aveva costruito il governo nella missione sociale della zona residenziale Hugo Chávez. Vi Vivevano 7000 persone.

Giorni dopo le strutture abitative continuano a collassare. Ma i lavori di soccorso non si fermano perché, a quasi 200 ore dalle scosse, ancora si sentono voci, urla, segni di vita da sotto le macerie. Da El Salvador alla Georgia, più di 24 Paesi hanno inviato i loro migliori esperti in lavori di recupero e soccorso per aiutare le vittime e anche per dissotterrare i corpi senza vita e consegnarli ai loro famigliari.

Le operazioni dell’Aeroporto internazionale di Maiquetía, anche questo collassato con il sisma, sono sotto il controllo degli americani per garantire l’arrivo degli aiuti internazionali. Le operazioni umanitarie degli Usa sono sotto la sorveglianza del generale Marine Kevin J. Jarrard e del Dipartimento della Guerra americano.

Dall’Italia, attraverso il Dipartimento della Protezione Civile e il ministero degli Affari esteri, è arrivato a Caracas un volo con personale sanitario, vigili del fuoco e materiale logistico specializzato per supportare le attività di soccorso. Venerdì partirà un altro aereo con altro personale italiano e beni di prima necessità.

La reazione e il contributo del regime venezuelano, come era previsto, si sono rivelati inutili. Non mancano le denunce di ostacoli per fare arrivare aiuti e i vergognosi furti di soldi ed elettrodomestici da parte di alcuni militari e poliziotti. Sui social network circolano i video di funzionari seduti, in totale tranquillità, a guardare i cellulari mentre cittadini comuni spalano tra le macerie. Insieme ai soccorritori esperti che arrivano dall’estero, sono loro a reagire con solidarietà e impegno all’emergenza. Con martelli e picconi, recuperano donne, adulti, bambini e anche cani e gatti da sotto montagne di cemento. Nei centri di accoglienza distribuiscono cibo, acqua e coperte, intrattengono i bambini rimasti da soli. Da Helsinki a Buenos Aires, anche la diaspora venezuelana raccoglie aiuti da inviare, restando con il cuore e il pensiero in Venezuela.

Il bilancio ufficiale dei morti è di 2295 (e sale ogni ora), i dispersi più di 43.000. Per il Servizio di Geologia degli Stati Uniti i defunti sarebbero 100.000. Questa enorme tragedia naturale si è abbattuta su una popolazione già stremata. Da circa 30 anni, la dittatura ha sepolto le libertà democratiche di ogni individuo. Negli ultimi anni, la crisi economica è degenerata in una delle crisi umanitarie più drammatiche della storia contemporanea della regione, facendo scappare più di otto milioni di venezuelani all’estero; un flusso migratorio che supera quello di territori in guerra come l’Ucraina e la Siria.

Dal 3 gennaio, invece, si era accesa una luce di speranza. Con l’arresto del leader del regime chavista, Nicolas Maduro, il miraggio di una transizione politica – con lo svolgimento di vere elezioni trasparenti e libere – sembrava possibile. Che questo processo sarebbe stato dettato dagli Stati Uniti e i loro interessi economici ben poco importava. Fino ad ora, le sorti del Venezuela erano state in mano di russi, cinesi, iraniani e cubani (anche loro poco altruisti) e i risultati lasciano a desiderare. Una strada diversa aveva ravvivato l’ottimismo.

Con il terremoto del 24 giugno il sogno di un cambiamento sembra svanito. L’ipotesi di elezioni presidenziali nel 2027 non è più una priorità. Maria Corina Machado, leader dell’opposizione e premio Nobel per la Pace 2025, promette che rientrerà in Patria per accompagnare il popolo in questa tragedia, per sostenere la ricostruzione. Tornerà come è riuscita a partire? In queste ore drammatiche i venezuelani sono orfani di leadership. La catastrofe è naturale, ma la risposta deve essere politica. Al momento, quella del chavismo è inefficace.

Venezuela, la catastrofe è naturale ma la risposta deve essere politica

A Catia la Mar sono rimasti in piedi solo tre palazzi dei 193 che aveva costruito il governo. La leader dell’opposizione, Maria Corina Machado, non è ancora rientrata in Patria. Come sta rispondendo la classe politica venezuelana all’emergenza umanitaria dopo il terremoto? Il voto è, ancora un miraggio?

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