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Nel corso dei raid di questa mattina, durante i vari strike su obiettivi logistici e strategici, la Delta Force ha prelevato il presidente Nicolàs Maduro, insieme alla moglie, per condurlo sul suolo statunitense.

La divisione Usa

La Delta Force non è una divisione militare convenzionale, ufficialmente 1st Special Forces Operational Detachment – Delta, il reparto rappresenta la punta più avanzata dell’ecosistema delle special mission units statunitensi, attivata quando l’obiettivo non è combattere una guerra, ma risolvere un problema ad altissima sensibilità politica.

Delta Force opera all’interno del Jsoc, il comando che integra forze speciali e comunità d’intelligence. Qui la dimensione cinetica è solo l’ultimo passaggio di una catena che parte dall’intelligence: raccolta umana, intercettazioni, sorveglianza persistente, fusione analitica. Senza questo apparato, il reparto semplicemente non esiste. È il motivo per cui le sue operazioni non vengono annunciate, e spesso nemmeno riconosciute.

Le missioni attribuite a Delta Force che sono emerse nel dominio pubblico raccontano una costante: Panama nel 1989, con la cattura di Noriega; Mogadiscio nel 1993, dove l’intelligence incompleta trasformò un raid mirato in una crisi strategica; Afghanistan e Iraq dopo il 2001, con una campagna sistematica di high-value targeting; fino al raid contro Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019. In tutti questi casi, la forza militare ha funzionato come estensione diretta della decisione politica attraverso intel-mil operations.

Modalità

Il pattern operativo dell’azione appare collocarsi lungo un’architettura coerente con i pattern consolidati del Jsoc e delle Special Mission Units. Una prima fase di isolamento del teatro, ottenuta tramite strike mirati contro nodi militari, telecomunicazioni e infrastrutture di comando e controllo per ridurre capacità di reazione e coordinamento.

Una seconda fase di targeting basata su intelligence multi-fonte, con la localizzazione dell’high value target attraverso l’integrazione di Sigint e Humint, l’analisi delle routine, dei cerchi di sicurezza e delle finestre di vulnerabilità. Da qui, il raid di cattura vero e proprio, condotto con ingresso rapido, neutralizzazione selettiva della scorta, presa “viva” dell’obiettivo con finalità politica, narrativa, giudiziaria e immediata siteexploitation per acquisire materiale sensibile. Infine, l’esfiltrazione, con estrazione verso una piattaforma sicura, aerea o navale, e trasferimento fuori dal Paese e sul solo statunitense.

La traduzione geopolitica di una simile sequenza va oltre la dimensione militare, si tratterebbe di un atto di regime pressure e di decapitazione del comando. È proprio per questo che unità come la Delta Force risultano intrinsecamente intelligence-driven. Ovvero, funzionano solo quando l’informazione è tempestiva, costantemente aggiornata, proveniente da più fonti e immediatamente traducibile in azione; quando questa catena si indebolisce, come dimostrato dal precedente di Mogadiscio nel 1993, l’operazione tende a trasformarsi da successo tattico in evento politico globale. Inserita in questa cornice, la vicenda attuale si somma a una lunga sequenza di operazioni coperte e azioni “grigie” sul Venezuela, dal tentativo di colpo di Stato del 2002 contro Hugo Chávez, rispetto al quale emerge una conoscenza preventiva statunitense dei piani golpisti senza prove definitive di regia operativa, ai programmi di democracy support finanziati da Washington, fino al riconoscimento di Juan Guaidó nel 2019, al fallito tentativo irregolare dell’Operazione Gedeone nel 2020 e agli strike del 2026 oggi al centro di una battaglia informativa ancora aperta. In questo senso, più che un episodio isolato, l’operazione contro Maduro rappresenterebbe l’ultimo tassello di una strategia di lungo periodo in cui pressione politica, intelligence e opzione militare restano strumenti alternativamente attivabili.

Motivazioni

Questo insieme di azioni ufficiali e coperte conferma come il Venezuela rientri a pieno nell’interno del perimetro di sicurezza Usa, questo per cinque motivi principali. L’energia, le riserve venezuelane restano una leva potenziale sui mercati globali e sugli equilibri regionali. La dimensione geografica Caracas si affaccia sui Caraibi, uno spazio che Washington continua a considerare parte del proprio perimetro di sicurezza. Il narcotraffico, che vede gli snodi del Paese sudamericano come asset chiave. E la competizione sistemica, negli ultimi anni, il Venezuela è diventato una piattaforma di influenza per attori revanscisti e revisionisti extra-emisferici come Russia, Cina e Iran, dalla cooperazione economica o militare, alla presenza simbolica in un’area che gli Stati Uniti considerano storicamente sensibile. Ecco perché Ridimensionare questo spazio significa inviare un segnale e mettere in sicurezza un perimetro vicino ma estremamente conteso. Infine, il fattore politico. Un’azione decisa sul Venezuela comunica che la soglia di tolleranza statunitense verso regimi ostili nel continente può cambiare rapidamente. È un messaggio che produce deterrenza, rischiando però di alimentare nuove asimmetrie.

La Delta Force, in questo contesto, non è la causa ma il mezzo. Il vero terreno di confronto resta quello dell’intelligence, della legittimità internazionale e della gestione dell’escalation. Senza conferme indipendenti, la vicenda Maduro resta sospesa tra operazione riuscita e guerra narrativa. Ed è proprio in questo spazio grigio che oggi si gioca una parte rilevante della competizione geopolitica tra Washington e Caracas.

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