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L’allargamento del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran sta assumendo contorni sempre più regionali, mentre segnali paralleli di attivismo diplomatico suggeriscono un tentativo, ancora fragile, di contenerne l’escalation.

Sul piano militare, l’ingresso degli Houthi segna un passaggio qualitativo. Il movimento yemenita, sostenuto da Teheran, ha rivendicato il lancio di missili balistici contro Israele, presentando l’operazione come risposta alla crescente pressione militare su Iran e sui suoi alleati regionali. L’esercito israeliano ha confermato di aver rilevato almeno un missile proveniente dallo Yemen e di aver attivato i sistemi di intercettazione.

L’iniziativa degli Houthi non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce nella più ampia architettura del cosiddetto “Axis of Resistance”, la rete di attori non statali e proxy sostenuti dall’Iran. La loro attivazione amplia il raggio geografico del conflitto e rafforza il rischio di una guerra distribuita su più teatri.

Il potenziale impatto si estende oltre la dimensione militare. Il gruppo ha indicato come “opzione praticabile” la chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb, uno dei principali choke point del commercio globale, attraverso cui transita una quota significativa del traffico tra Asia ed Europa. Un’interruzione prolungata lungo questa direttrice, già esposta a tensioni negli ultimi anni, avrebbe effetti immediati sulle catene di approvvigionamento e sui mercati energetici, aggiungendo pressione a un sistema logistico globale già fragile.

Parallelamente, il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti continua a intensificarsi. Secondo fonti ufficiali, almeno dieci militari americani sono rimasti feriti in un attacco iraniano contro una base aerea in Arabia Saudita. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che la guerra “non è ancora finita” e che restano migliaia di obiettivi da colpire, mentre il segretario di Stato Marco Rubio ha sottolineato la possibilità di raggiungere gli obiettivi strategici senza l’impiego di truppe di terra e in un arco temporale di settimane.

Questa impostazione suggerisce una strategia americana basata su superiorità aerea, capacità di strike a distanza e pressione continua, nel tentativo di evitare un coinvolgimento prolungato sul terreno. In linea con questa postura, nuovi assetti militari sono in fase di dispiegamento: la portaerei USS George H.W. Bush dovrebbe essere inviata in prossimità dell’area di crisi, mentre oltre mille militari aggiuntivi sono stati mobilitati.

Tuttavia, la dinamica sul terreno resta fluida. L’espansione del conflitto attraverso attori come gli Houthi aumenta il rischio di incidenti e di escalation non controllata, soprattutto lungo le principali rotte marittime e nei pressi di infrastrutture critiche.

In parallelo alla dimensione militare, si registra un’intensificazione dell’attività diplomatica, con il Pakistan che emerge come uno snodo centrale. Il primo ministro Shehbaz Sharif ha avuto un colloquio di un’ora con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, alla vigilia di una riunione a Islamabad che vedrà la partecipazione dei ministri degli Esteri di Turchia, Arabia Saudita ed Egitto.

Il formato, inizialmente previsto in Turchia, è stato trasferito in Pakistan per ragioni logistiche, ma riflette una convergenza di attori regionali interessati a contenere la crisi. Islamabad si sta proponendo come piattaforma di mediazione, anche attraverso la trasmissione a Teheran di un piano di pace articolato in quindici punti elaborato da Washington.

Questo attivismo segnala la presenza di un doppio binario: da un lato l’intensificazione delle operazioni militari, dall’altro il tentativo di costruire spazi negoziali prima che il conflitto superi una soglia critica.

Il nodo centrale resta la sostenibilità di una strategia di Donald Trump che punta a risultati rapidi, ormai impossibili, attraverso strumenti militari limitati, in un contesto in cui gli alleati e i proxy dell’Iran dimostrano capacità crescente di coordinamento e di proiezione. Il segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, parlando dalla ministeriale del G7 è stato chiaro: ci sono almeno dalle due alle quattro settimane di combattimenti – che significano un approfondimento della disruption delle supply chain.

Ma la necessità di chiudere la guerra, per Trump, è sempre più politica. Qui emerge il ruolo potenziale del vicepresidente statunitense, JD Vance. Scettico fin dalle fasi iniziali rispetto all’opportunità di un conflitto, Vance si sta progressivamente affermando come possibile interlocutore chiave per una soluzione negoziale. Ha già intrattenuto contatti diretti con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, incontrato alleati del Golfo e partecipato a comunicazioni indirette con Teheran, consolidando un profilo che, secondo fonti dell’amministrazione, lo rende un canale più credibile agli occhi iraniani rispetto ad altri negoziatori.

La sua posizione riflette una linea pragmatica: evitare conflitti prolungati, ma al contempo sostenere un uso della forza mirato e rapido una volta avviate le operazioni. In questo quadro, Vance potrebbe guidare eventuali negoziati, anche alla luce del coinvolgimento già emerso nei contatti mediati da Pakistan, Egitto e Turchia. La sua centralità segnala un possibile riequilibrio interno all’amministrazione americana tra approccio militare e opzione diplomatica, mentre resta aperta l’ipotesi di un’escalation ulteriore nel caso in cui i canali negoziali non producano risultati.

Nel breve termine, l’evoluzione dipenderà dalla capacità delle parti di evitare un’escalation nei choke point strategici – dallo stretto di Hormuz al Bab el-Mandeb – e dalla tenuta dei canali diplomatici emergenti. Nel medio periodo, il rischio è che la guerra si trasformi in un conflitto regionale a bassa intensità ma ad alta volatilità, con implicazioni durature per la sicurezza energetica e la stabilità delle catene globali del valore.

(Foto: X, @CENTCOM)

Gli Houthi attaccano, mentre i negoziati con l’Iran procedono (con Vance?)

L’ingresso del movimento yemenita sostenuto dall’Iran amplia il raggio della crisi e riporta al centro i rischi per le rotte marittime globali, mentre Washington combina pressione militare e aperture diplomatiche

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