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“Le attività militari della Cina e la retorica nei confronti di Taiwan e di altri Paesi nella regione aumentano inutilmente le tensioni”, scrive il Dipartimento di Stato in una nota, uscita il primo gennaio 2026 a commento di “Justice Mission 2025”, la grande esercitazione con cui la Cina ha mosso dozzine e dozzine di assetti militari di vario genere attorno a Taipei, simulando anche lanci missilistici live-fire contro le acque dell’isola. “Esortiamo Pechino a esercitare moderazione, a cessare la sua pressione militare contro Taiwan e a impegnarsi invece in un dialogo significativo. Gli Stati Uniti sostengono la pace e la stabilità attraverso lo Stretto di Taiwan e si oppongono ai cambiamenti unilaterali dello status quo, anche con la forza o la coercizione”, continua il Dipartimento di Stato.

L’esercitazione Justice Mission 2025 ha rappresentato una simulazione credibile di uno scenario di blocco di Taiwan, concentrandosi in particolare sulla chiusura delle principali città portuali e sull’interdizione delle importazioni energetiche dell’isola, un punto di vulnerabilità strutturale. Il dispiegamento di 14 unità della China Coast Guard indica con chiarezza l’intenzione di Pechino di attribuire alla Ccg un ruolo operativo centrale in un’eventuale quarantena marittima, soprattutto nell’intercettazione del traffico commerciale e non militare, così da costruire una cornice di apparente legittimità giuridica sotto il pretesto di operazioni di “law enforcement”. In questo quadro, la cooperazione testata tra la Ccg e la People’s Liberation Army Navy segnala una crescente integrazione tra strumenti civili e militari, coerente con un approccio graduale e ambiguo all’escalation. Le manovre hanno inoltre incluso elementi riconducibili a uno scenario di invasione, come assalti aerei e anfibi e l’impiego di fuoco missilistico a lungo raggio, mentre la composizione delle forze impiegate – con assetti ad alta capacità di attacco di precisione, guerra antisommergibile e anti-superficie – suggerisce una chiara focalizzazione su operazioni di contro-intervento volte a scoraggiare o ritardare l’ingresso di attori esterni a sostegno di Taiwan. Nel complesso, Justice Mission 2025 appare come una tessera di un più ampio disegno multi-dominio volto a isolare l’isola, accompagnato da una narrativa ufficiale che presenta le esercitazioni come risposta alle presunte ingerenze statunitensi e straniere, ma che al tempo stesso mira a intimidire il fronte indipendentista taiwanese e a delegittimare l’autorità politica di Taipei.

Dopo che a dicembre la National Security Strategy (Nss) ha dichiarato che gli Stati Uniti “non sostengono” alcun cambiamento unilaterale dello status quo, si è ipotizzato che Washington avesse indebolito il proprio tono riguardo al sostegno a Taipei. Ma la Nss ha anche affermato che gli Stati Uniti “manterranno la nostra politica dichiarativa di lunga data su Taiwan”. Un punto significativo. Dalla dichiarazione di Washington sembra emergere che l’amministrazione Trump non cambierà il suo discorso politico su Taiwan, restando sostanzialmente in linea con il principio dell’“ambiguità strategica”. In un ragionamento speculativo, la reazione americana potrebbe essere stata anche frutto di un’attesa tattica: Washington potrebbe aver atteso il linguaggio usato nel messaggio di fine anno del leader cinese, Xi Jinping. Nel discorso alle sue collettività, e indirettamente alla comunità internazionale, Xi non ha usato mezzi termini: “I compatrioti su entrambi i lati dello Stretto di Taiwan sono legati da legami di sangue più spessi dell’acqua, e la tendenza storica verso la riunificazione nazionale è inarrestabile”, ha detto. Senza citare l’uso della forza, ma nemmeno inserendo l’aggettivazione “pacifica” prima del concetto cinese di riunificazione — concetto respinto dai taiwanesi, che sostengono che la Repubblica di Cina non è mai stata parte della Repubblica Popolare Cinese e dunque non c’è nulla da riunificare. La dichiarazione, priva della componente più armoniosa della narrazione, è ormai classica. Ma la tempistica la fa suonare tetra (e forse anche per questo Washington ha scelto di dare una risposta netta).

Sempre in tema di risposta, c’è poi un altro elemento da valutare. Le recenti esercitazioni cinesi, storiche per imponenza, hanno innescato una reazione discreta ma significativa da parte di Taipei, con il movimento di un sistema associato al missile da crociera terrestre Hsiung Feng IIE (HF-2E), uno degli asset più riservati dell’arsenale taiwanese. Sebbene lo sviluppo di quest’arma risalga almeno ai primi anni Duemila, la sua esposizione pubblica è stata finora estremamente rara, rendendo particolarmente rilevante la sua comparsa proprio in questa fase di tensione. Un veicolo transporter-erector-launcher (t.e.l.) collegato all’HF-2E è stato osservato in movimento lungo la costa sud-orientale dell’isola, in trasferimento da Hualien verso Taitung, come documentato da un video diffuso sui social.

Le esercitazioni di questa settimana sono le seste — e le più imponenti — condotte contro Taiwan dal 2022, quando Pechino circondò l’isola con manovre militari su larga scala in risposta alla visita dell’allora speaker della Camera dei Rappresentanti statunitense, Nancy Pelosi. Finché queste attività proseguiranno, è plausibile che Taipei continui a mostrare, in modo più o meno esplicito, alcune delle proprie capacità di deterrenza, mettendo alla prova i propri strumenti militari in risposta alle pressioni cinesi.

Gli Usa supportano Taiwan dopo le esercitazioni cinesi (e le parole di Xi)

La dichiarazione di Washington contro le esercitazioni cinesi attorno a Taiwan riafferma la linea statunitense a difesa dello status quo nello Stretto e la continuità della politica di ambiguità strategica. Sullo sfondo, le manovre “Justice Mission 2025” segnano un’ulteriore escalation della pressione militare di Pechino, cui Taipei risponde in modo misurato rendendo visibili alcune delle proprie capacità di deterrenza

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