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Gli Stati Uniti stanno lavorando per riprendere missioni di intelligence sul Mali, segnando un possibile ritorno operativo nel Sahel dopo anni di tensioni con le giunte militari ostili all’Occidente che hanno preso il controllo di una serie di Paesi nella regione. Washington punta a ottenere l’autorizzazione per far volare aerei e droni tra i cieli maliani al fine di raccogliere informazioni sui gruppi jihadisti affiliati ad al-Qaida e allo Stato islamico attivi nel Paese.

La mossa rientra in un tentativo più ampio di ricostruire i rapporti tra Washington e Bamako. Fonti statunitensi citate da Reuters affermano che gli Stati Uniti hanno già compiuto un primo passo in questa direzione lo scorso mese, revocando sanzioni contro il ministro della Difesa maliano e altri funzionari accusati in passato di legami con mercenari russi del gruppo Wagner – a cui i golpisti saheliani hanno affidato la gestione della sicurezza, ottenendo ben pochi successi (anzi…). Il gesto americano è stato interpretato come un segnale di apertura verso il governo militare del Paese.

L’obiettivo immediato dell’iniziativa sarebbe quello di ripristinare operazioni di ISR (acronimo internazionale per intelligence, surveillance and reconnaissance) su un territorio vasto e difficilmente controllabile, dove i gruppi jihadisti hanno rafforzato la propria presenza negli ultimi anni. In particolare, l’attenzione americana è rivolta al Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), affiliato ad al-Qaida e tra i principali attori dell’insurrezione jihadista regionale nel Sahel.

Prima di allargare al quadro più ampio e strategico, va detto che la decisione di riavviare le attività di intelligence sarebbe legata anche a un obiettivo operativo specifico: localizzare un pilota americano rapito in Niger mentre lavorava per missionari cristiani e che si ritiene sia detenuto proprio da JNIM in Mali.

Il ritorno pragmatico degli Stati Uniti nel Sahel

Al di là dell’elemento contingente, tuttavia l’iniziativa segnala un possibile cambio di approccio della politica americana verso il Sahel. Negli ultimi anni la regione ha visto un progressivo deterioramento dei rapporti tra governi militari e partner occidentali, in particolare dopo i colpi di Stato che tra il 2020 e il 2023 hanno portato al potere giunte militari in Mali, Burkina Faso e Niger.

Le tensioni hanno portato al ritiro di diversi contingenti occidentali e alla perdita di importanti infrastrutture strategiche. Nel 2024, ad esempio, il Niger ha chiesto agli Stati Uniti di lasciare la grande base di droni costruita ad Agadez, destinata a sostenere le operazioni di sorveglianza sull’intera regione saheliana. Sorte analoga, con maggiori attriti, era toccata alla Francia e ad altri contingenti europei. Attualmente, le uniche unità occidentali ufficialmente presenti nella regione sono quelle italiane. La missione militare italiana in Niger (MISIN) mantiene circa 250-350 soldati (con un picco potenziale di circa 500) a Niamey, focalizzandosi sull’addestramento delle forze locali e il supporto logistico, con l’obiettivo proprio di contrastare il jihadismo e gestire i flussi migratori.

Il nuovo tentativo statunitense di riavvicinamento appare dunque improntato a un pragmatismo più marcato. L’amministrazione Trump sembra disposta a cooperare con governi militari che in passato avevano rotto con l’Occidente, privilegiando l’obiettivo di mantenere una presenza di intelligence in una delle aree più instabili del continente africano.

In questo quadro pesa anche la crescente presenza russa. Negli ultimi anni le giunte saheliane hanno progressivamente rafforzato la cooperazione con Mosca, prima attraverso la compagnia militare privata Wagner e successivamente tramite le unità dell’Afrika Corps, una struttura che ha raccolto parte dell’eredità operativa dei mercenari russi nel continente, ma sotto il coordinamento diretto del ministero della Difesa. I russi usano il Sahel come centro operativo delle attività in Africa – attività competitive con gli interessi di Usa e Ue, a cui si legano anche misure attive e campagne ibride per esacerbare il sentimento anti-occidentale nella regione e nel continente.

Un epicentro di instabilità regionale

Secondo la Relazione annuale 2026 dei servizi di intelligence italiani, il Sahel centrale – formato proprio da Mali, Burkina Faso e Niger – rappresenta oggi il principale focolaio di instabilità, dall’Africa subsahariana al Nordafrica, con prolungamento fino alle coste orientali verso il Corno. La regione è caratterizzata da una crisi simultaneamente politica, economica e securitaria.

Le giunte militari che governano questi Paesi hanno progressivamente rotto anche con alcune delle principali architetture regionali, generando un ulteriore vulnus (anche in questo). Nel 2025 Mali, Burkina Faso e Niger hanno infatti abbandonato la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), consolidando l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), che punta a rafforzare la cooperazione politica e militare tra i tre Paesi.

Anche l’intelligence italiana valuta che il JNIM, dopo aver rafforzato la propria presenza in diverse aree del Mali, ha sviluppato un modello di radicamento locale che gli consente di costruire relazioni con comunità tribali e gruppi armati locali. Parallelamente, i servizi segreti mettono l’obiettivo anche su alcune cellule affiliate allo Stato islamico – in particolare IS-Sahel Province e IS-West Africa Province – continuano a operare in diverse aree della regione, talvolta anche in competizione tra loro.

Le implicazioni per l’Italia e l’Europa

L’instabilità della regione non ha solo conseguenze locali. Secondo l’intelligence italiana, la fragilità del Sahel ha effetti diretti sulla sicurezza europea, contribuendo ad alimentare dinamiche che vanno dalla pressione migratoria verso il Mediterraneo fino al rischio di espansione delle reti jihadiste.

Per l’Italia la stabilità della regione assume una rilevanza particolare anche alla luce del Piano Mattei, l’iniziativa con cui Roma punta a rafforzare cooperazione economica, energetica e infrastrutturale con diversi Paesi africani. La presenza di governi militari diffidenti verso l’Occidente, la crescente influenza russa e l’espansione delle organizzazioni jihadiste rendono più complessa la costruzione di partenariati economici e progetti di sviluppo a lungo termine.

Il possibile ritorno operativo degli Stati Uniti nel Mali segnala qualcosa di più di un semplice riavvicinamento bilaterale? Il Comando Africa (AfriCom) del Pentagono è perfettamente consapevole che il Sahel rimane uno dei principali teatri strategici dove terrorismo, competizione geopolitica e fragilità statale si intrecciano – con implicazioni che arrivano fino all’Europa. L’interesse di un Paese come l’Italia sta nel lavorare perché tale consapevolezza esca dal piano operativo più stretto ed entri nelle stanze decisionali più strategiche.

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