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Il governo Meloni – divenuto recentemente il secondo più longevo della storia della Repubblica Italiana – ha ereditato un vacuum nell’elaborazione strategica sulla sicurezza: l’assenza di una strategia di sicurezza nazionale. Benché non sia ancora facilmente decifrabile il grado di influenza della recente sconfitta al referendum sulla giustizia sulla tenuta dell’esecutivo, l’ampia maggioranza di governo e la leadership di Meloni, tuttavia, hanno permesso a Palazzo Chigi di imprimere una svolta su questo terreno.

Un recentissimo decreto firmato dalla presidente del Consiglio, infatti, formalizza il percorso della futura National security strategy (Nss) italiana. Il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica(Cisr) formulerà la proposta alla PdCM e ne supervisionerà l’attuazione, mentre il lavoro tecnico sarà affidato ad un Cisr tecnico presieduto dal direttore generale del Dis, quest’ultimo investito anche del ruolo di segretariato. Il punto politico è rilevante in quanto la strategia non richiederà approvazione parlamentare, ma sarà adottata dalla presidente del Consiglio, previo parere del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) che richiederà audizioni annuali a Chigi sulle iniziative adottate nell’ambito di tale strategia. Ne emerge una Nss fortemente incardinata sull’esecutivo, con una chiara primazia sugli altri documenti settoriali già pubblicati o in preparazione.

La novità non è soltanto procedurale, come ci è stato confermato nel corso di numerose interviste confidenziali, ma indica la volontà di strutturare un perimetro strategico organico. Una versione non classificata della Strategia Militare Nazionale, elaborata dallo Stato Maggiore della Difesa italiano, sarebbe già pronta per la pubblicazione, ma verrebbe deliberatamente trattenuta in attesa della pubblicazione della Nss. Parallelamente, il ministero della Difesa starebbe valutando anche la successiva redazione di una Strategia di Difesa Nazionale.

La questione centrale, tuttavia, non riguarda più la possibilità di pubblicare una strategia – da oggi sempre più probabile – ma la portata effettiva del testo finale, che rischia di essere influenzato da quattro problemi interconnessi.

Il primo rischio è quello di una Nss eccessivamente concentrata sulle minacce interne e ibride. Affidare il processo all’ecosistema dei servizi di intelligence – che rispondono, in ultima istanza, al governo attraverso l’Autorità delegata – comporta evidenti vantaggi politici: accelera il coordinamento e riduce le resistenze burocratiche. Al tempo stesso, però, tale scelta rischia di orientare l’attenzione del documento soprattutto verso minacce quali black-out energetici, sabotaggi, terrorismo e criminalità organizzata, secondo un approccio emergenziale, a discapito della definizione di una grand strategy realmente utile ad affrontare i grandi mutamenti politici in corso. È innegabile, infatti, che la competizione tra grandi potenze, l’instabilità nel Mediterraneo allargato e la pressione esercitata da Russia e Cina stiano ridefinendo anche il contesto politico-strategico in cui opera l’Italia.

Allo stesso tempo, il secondo rischio è quello di una strategia troppo astratta. Nel tentativo di tenere insieme equilibri politici e istituzionali, alcuni governi del mondo occidentale hanno prodotto documenti sin troppo prudenti, ricchi di principi generici e bipartisan, ma poveri di priorità e di proposte politiche concrete. Anche l’Italia potrebbe essere tentata dall’uscire con una NSS che si limiti a dichiarazioni di principio e generici richiami al multilateralismo. Passaggi simili, ci piaccia o meno, risultano superati dal tempo e non coerenti con una realtà segnata dal declino delle organizzazioni e del diritto internazionale. Una strategia credibile, invece, dovrebbe definire chiaramente quali interessi Roma intende salvaguardare, quali rapporti considera prioritari e quali risorse nazionali è disponibile ad allocare per raggiungere gli obiettivi individuati.

Il terzo rischio riguarda la frammentazione istituzionale. Se, da un lato, la scelta di non creare contestualmente alla pubblicazione del documento un’istituzione simile al National Security Council riflette un compromesso pragmatico, dall’altro lascia aperta una questione decisiva: chi garantirà l’attuazione concreta della Nss italiana? La sua – futura – pubblicazione rappresenterebbe un significativo primo passo, ma potrebbe non essere sufficiente a garantire unitarietà nell’azione dei diversi apparati che si occupano della sicurezza nazionale.

Il quarto rischio è quello di dotarsi di una Nss non realmente sistemica. La sicurezza nazionale oggi contagia anche dimensioni considerate in passato “neutrali” come quelle dell’economia, della tecnologia, della politica industriale e dell’energia. Per questo, una strategia credibile richiederebbe un approccio realmente whole-of-government, capace di includere virtuosamente i diversi dicasteri, gli stakeholder, le Forze armate e di Polizia, il mondo accademico e i think tank. Non tutti questi attori, tuttavia, sembrerebbe abbiano avuto un ruolo centrale nel processo di redazione del documento che – stando a interlocuzioni confidenziali – sarebbe in stato avanzato. Se questo fosse vero, l’efficacia del documento ne uscirebbe seriamente compromessa.

Due fattori critici – uno di ordine interno, l’altro di ordine internazionale – potrebbero rallentare, infine, la pubblicazione della Nss italiana. Anzitutto, in un Paese in cui il dibattito su difesa, sicurezza e riarmo resta fortemente controverso, il documento potrebbe essere utilizzato dalle opposizioni come strumento di pressione contro il governo, alimentando l’accusa di una volontà di imprimere alla politica estera italiana un orientamento troppo assertivo, dispendioso e di ispirazione militarista. Con l’avvicinarsi dell’anno elettorale, quindi, la pubblicazione della Nss potrebbe trasformarsi in una scelta politicamente rischiosa. In secondo luogo, la crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran ha prodotto frizioni finora inedite tra Roma e Washington, rendendo più delicato l’equilibrio tra ambiguità strategica nazionale e allineamento atlantico. Ciò potrebbe persino mettere in discussione l’idea che l’attuale congiuntura rappresenti davvero, per l’Italia, una finestra di opportunità per dotarsi di una Nss.

Il recente decreto in materia di sicurezza nazionale, pertanto, ha finalmente istituito una cornice procedurale che, nonostante fosse da lungo tempo considerata necessaria, faceva ancora difetto all’Italia. Il provvedimento definisce la procedura, l’ancoraggio istituzionale e la prospettiva di aggiornamenti periodici. Ciò che non può garantire da solo, tuttavia, è la chiarezza strategica. Quest’ultima dipenderà dal mandato politico attribuito alla Nss. Non soltanto la gestione delle crisi, ma la definizione dell’interesse nazionale dell’Italia e la gerarchizzazione dei suoi obiettivi in un ambiente internazionale – purtroppo – sempre più competitivo.

Come (non) dovrebbe essere la National security strategy italiana

Di Lorenzo Termine

Un recente decreto firmato da Giorgia Meloni potrebbe avvicinare l’Italia alla pubblicazione della sua prima Strategia di sicurezza nazionale, ponendola al passo di tutti gli altri Paesi del G7. Riuscirà la futura National security strategy italiana a diventare un’autentica bussola strategica per il Paese? Lorenzo Termine con Gabriele Natalizia e Laura Donnini stanno conducendo una ricerca sulla strategia di sicurezza nazionale. In questo articolo sottolineano novità, rischi e criticità

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