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Secondo Daniele Fattibene, curatore di uno studio sul Piano Mattei per l’Istituto Affari Internazionali (Iai), uno dei principali punti di forza dell’iniziativa italiana risiede nella sua progressiva strutturazione finanziaria e operativa. In meno di due anni, osserva l’analista, sono state avviate 29 iniziative già operative e 35 in fase iniziale in 14 Paesi africani, distribuite lungo sei pilastri tematici, con una concentrazione particolare su istruzione e formazione (24 iniziative), seguite da energia (14) e acqua e infrastrutture (12). Un ruolo centrale è stato svolto dalla Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) e dalle garanzie di Sace, che dal 2024 hanno mobilitato circa 2 miliardi di euro, contribuendo a rendere più sostenibili investimenti altrimenti considerati ad alto rischio.

È in questo quadro che si inserisce il summit Italia-Africa del 13 febbraio ad Addis Abeba, il secondo vertice dedicato al Piano Mattei e il primo ospitato nel continente. Per il governo guidato da Giorgia Meloni, l’appuntamento rappresenta un momento di verifica politica e operativa: una sorta di passaggio dalla fase di impostazione a quella di consolidamento, con l’obiettivo di dimostrare che l’iniziativa non è rimasta una cornice narrativa ma si è tradotta in strumenti finanziari, progetti concreti e partenariati strutturati.

L’Etiopia non è una scelta casuale. Addis Abeba, sede dell’Unione Africana, è diventata negli ultimi due anni un punto di riferimento per la diplomazia italiana nel Corno d’Africa. La partecipazione della presidente del Consiglio anche alla 39ª sessione ordinaria dell’Assemblea dei capi di Stato e di governo dell’Unione Africana rafforza il messaggio di un dialogo che ambisce a essere sistemico e non episodico.

Dimensione approfondita nello studio dell’Iai che inquadra il Piano Mattei come il principale vettore della politica estera, cercando uno sviluppo italiano verso l’Africa con una discontinuità rispetto al passato. Il primo elemento distintivo è la governance: la Cabina di regia, incardinata a Palazzo Chigi e presieduta dalla premier, è stata pienamente operativizzata, con l’integrazione di esperti provenienti da grandi gruppi industriali e finanziari italiani. Questo assetto ha favorito un coordinamento più stretto tra diplomazia, cooperazione e settore privato, superando una frammentazione storica che aveva spesso indebolito l’efficacia dell’aiuto pubblico allo sviluppo italiano.

Il secondo elemento riguarda appunto l’architettura finanziaria. Oltre alle risorse mobilitate dal Fondo Italiano per il Clima e dal Plafond Africa di Cdp, il Piano ha rafforzato il proprio allineamento con istituzioni multilaterali, in particolare la Banca Africana di Sviluppo. La creazione della Growth and Resilience Platform for Africa (GRAf), con un impegno fino a 400 milioni di euro in cinque anni, e il prestito decennale da 250 milioni di euro all’Africa Finance Corporation, sostenuto da garanzie Sace, rappresentano esempi di una strategia di “blended finance” che punta a usare l’Oda (Official Development Assistance) come leva per attrarre capitali privati.

Sul piano geografico, dunque geopolitico, il Piano è ormai passato da 9 a 14 Paesi partner, includendo tra gli altri Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania. L’ingresso dell’Angola, snodo chiave per lo sviluppo del Corridoio di Lobito che collega l’Atlantico all’Africa centrale, segnala un orientamento sempre più attento alle infrastrutture strategiche e alle catene del valore regionali — con un focus sulle materie critiche. Parallelamente, l’allineamento con il Global Gateway europeo – formalizzato nel vertice dell’internazionalizzazione che Roma ha ospitato nel giugno 2025 – ha inserito il Piano Mattei nel quadro della “Team Europe”, ampliandone ulteriormente la portata finanziaria, ma soprattutto cornice e solidità politica.

In una conversazione con Formiche.net, Fattibene evidenzia che “il summit del 13 febbraio sarà un’occasione importante per capire non solo lo stato di attuazione del Piano, ma anche conoscere le posizioni dei Paesi africani e i nuovi accordi economici e finanziari che saranno firmati in Etiopia”. In questi due anni, continua, “il Piano Mattei si è strutturato sempre di più, con una Cabina di regia incardinata a Palazzo Chigi e un ruolo sempre più importante del settore privato (in particolare delle grandi aziende di Stato)”.

Per l’analista, che è anche coordinatore dello European Think Tanks Group, “il Piano sta trasformando in profondità la cooperazione italiana allo sviluppo, rafforzando il ruolo di Cdp come banca pubblica di sviluppo e di Sace come attore chiave nel de-risking degli investimenti”. 

Il passaggio da una logica prevalentemente assistenziale a una di partenariato economico, in cui l’aiuto pubblico allo sviluppo funge da catalizzatore, rappresenta uno dei cambiamenti più significativi rispetto al modello tradizionale — è uno dei due fattori attrattivi della strategia italiana.

L’analista riconosce inoltre che permangono alcune criticità, “tra cui proprio l’assenza di una prospettiva di lungo periodo, ma anche la mancanza di una piattaforma digitale trasparente per monitorare i progressi, la difficoltà di coinvolgere le diaspore. Inoltre, occorrerebbe creare strumenti finanziari specifici per le piccole e medie imprese e gli Stati più fragili, dove l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo rimane essenziale per sostenere i beni pubblici e lo sviluppo delle capacità”.

Tra le indicazioni su come consolidare i risultati raggiunti, Fattibene sottolinea l’importanza della creazione di una piattaforma digitale pubblica e trilingue che renda trasparenti stato dei progetti, fonti di finanziamento e indicatori di performance; la destinazione di una quota del plafond da 5,5 miliardi a strumenti finanziari mirati — come garanzie first-loss e assistenza tecnica — per facilitare l’accesso di Pmi e diaspore; e l’istituzione di una task force per snellire i passaggi regolatori. Viene inoltre suggerito di riservare risorse Oda e del Fondo Clima ai Paesi più fragili, privilegiando servizi essenziali e adattamento climatico, e di includere formalmente società civile e diaspore nella governance del Piano.

Per Roma, la sfida ora è duplice: consolidare la credibilità acquisita sul terreno e dimostrare che il Piano Mattei può implementarsi come una piattaforma stabile di partenariato euro-africano, capace di coniugare interessi economici, sicurezza energetica e sviluppo locale. Addis Abeba rappresenta il banco di prova di questa ambizione.

La struttura finanziaria dà solidità al Piano Mattei. Lo studio di Fattibene

Alla vigilia del summit Italia-Africa di Addis Abeba, il Piano Mattei si presenta come il perno della strategia italiana nel continente. Daniele Fattibene, autore di uno studio per l’Istituto Affari Internazionali, analizza come in due anni Roma ha consolidato governance e strumenti finanziari, con 29 progetti operativi e un ruolo centrale di Cdp e Sace. Il vertice servirà a misurarne la maturazione e a rafforzarne la credibilità di lungo periodo

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