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Quale credibilità internazionale arriva dal dibattito surreale nato nel cosiddetto campo largo? Il no agli aiuti all’Ucraina scandito dal leader del M5S di fatto può rappresentare la pietra tombale su una coalizione che cerca ancora un leader e un programma condiviso. Sullo sfondo l’ombra delle primarie e l’opa grillina sul Nazareno. Formiche.net lo ha chiesto al prof. Carlo Galli, docente dell’Alma Mater Università di Bologna e uno dei politologi più prestigiosi del panorama nazionale.

Ucraina e M5S, storia di un amore mai nato. Sarà un punto di rottura?

Al momento sì, è indice di una divergenza forte che difficilmente può essere mascherata in un programma attraverso qualche artificio verbale retorico. C’è la posizione di chi è disposto a difendere militarmente l’Ucraina, in sintonia con la politica statunitense, inglese ed europea. Non sono identiche fra di loro queste tre posizioni, ma sono tutte orientate a far soffrire quanto più è possibile la Russia e aiutare la resistenza dell’Ucraina con tutti i modi possibili, da quelli finanziari a quelli militari, tranne forse l’intervento di truppe della Nato. Dall’altra parte c’è la posizione dei Cinque Stelle secondo cui l’aiuto all’Ucraina non deve essere militare, visto che l’Ucraina è già abbastanza rifornita di armi e che l’aiuto economico è già stato dato.

Quindi il rapporto costi benefici?

Secondo il M5S per l’Italia non è conveniente, e quindi c’è il rifiuto dell’aiuto militare.

Che cosa significa questo?

Due cose: sotto il profilo internazionale significa distanziarsi piuttosto nettamente da una posizione mainstream dell’Occidente (anche in merito al riarmo), e sotto il profilo interno significa la scommessa che la posizione non-bellicista paghi elettoralmente, dato che gli italiani probabilmente non sentono molto la questione Ucraina e non vedono tanto urgente reiterare gli aiuti. I cui costi vengono percepiti come dannosi per altri interventi della mano pubblica in ambiti ritenuti più utili per gli italiani.

E sotto il profilo politico?

Sostanzialmente Conte scommette sul fatto che il campo largo si farà, che nel campo largo comanderà lui perché vincerà le primarie su questa posizione, avvantaggiando anche elettoralmente il Movimento Cinque Stelle, trasformando così il Partito Democratico in un alleato politicamente subalterno al Movimento. Questo è quanto, cioè appunto una scommessa.

Che immagine offre sulla scena internazionale questo dibattito in corso nel centrosinistra italiano?

L’Ue non è precisamente una realtà omogenea, però in questa fase lo è diventata per quanto riguarda la questione dell’Ucraina. Forse la posizione di Conte conta su un certo raffreddamento dell’appoggio statunitense all’Ucraina: forse Conte si è fatto l’idea che questa sua posizione non lo porterà in rotta di collisione con gli Stati Uniti trumpiani. Teniamo conto anche del fatto che l’Europa avrà a breve due elezioni decisive: quelle in Germania dove c’è probabilità che AfD vinca e quelle in Francia, dove la posizione della destra non è particolarmente entusiasta dell’Ucraina. E ci saranno anche le elezioni in Russia che, seppure meno importanti, potrebbero portare a una situazione in cui Putin, vinte ovviamente le elezioni, si impegnerà in modo molto più massiccio nella guerra per stroncare l’Ucraina in poche settimane, magari attraverso misure che finora non ha preso, come una mobilitazione generale. Per cui Conte sta giocando sul fatto che la prospettiva di guerra eterna dell’Europa e del mondo anglofono contro la Russia, in realtà potrebbe a breve termine essere smentita da queste tre elezioni.

L’alleanza sì, testardamente, ma non a qualunque costo, ha detto Giorgio Gori. Ha ragione?

Nel Pd la quota di cosiddetti riformisti evidentemente si sente apertamente sfidata dalla posizione di Conte e sta cercando di mandare un messaggio a Schlein. Il messaggio è: “Piuttosto perdiamo le elezioni che promuovere il disimpegno dall’Ucraina”. Schlein si è recentemente spesa in un’intervista, in modo abbastanza nuovo rispetto al suo stile, a favore dell’appoggio militare all’Ucraina. Ed è per questo che Conte ha reagito. Schlein si è mossa perché scommette su uno scenario opposto a quello di Conte, cioè scommette sulla permanenza dello scenario di guerra infinita contro la Russia, mentre invece Conte palesemente scommette sulla fine di quello scenario.

Ma il nocciolo della questione all’interno del campo largo è davvero solo direttamente proporzionale alla scelta del leader? Cosa deve fare il Pd?

La risposta non lo sa neanche il Pd, che è lacerato al proprio interno. Tranne il Movimento Cinque Stelle che è coerente e compatto su questa posizione, i partiti d’opposizione sono divisi, eccezion fatta per Avs che è molto tiepida se non fredda nei confronti dell’invio di armi in Ucraina. Ma il Pd è spaccato, e non da oggi. L’uscita di Schlein ha da una parte tranquillizzato i cosiddetti riformisti, dall’altra ha suscitato la contromossa di Conte. E adesso Schlein deve decidere se e come “testardamente” perseguire l’ipotesi del campo largo e preparare il programma che veda lo scioglimento dei conflitti, soprattutto quelli relativi alla politica internazionale. Ma certamente la sfida lanciata da Conte è durissima.

Ovvero?

Andare alle primarie su posizioni contrapposte è praticamente suicida sotto il profilo politico, perché se vincesse Conte l’esito sarebbe un Pd subalterno al M5S: un’ipotesi che spaccherebbe il Pd. A quel punto il campo largo, che ancora non c’è, non si formerebbe di fatto. Anche la destra ha avuto le sue contraddizioni, ma ricordo che la Lega non ha mai votato una misura per l’Ucraina contro il governo. Naturalmente questa analisi ha senso se Conte tiene ferma la sua posizione, ovvero se non ci sarà un esito compromissorio, un’uscita cosmetica dalla impasse, un compromesso verbale che chiuda il conflitto riavvicinando le parti.

 

 

La scommessa di Conte sull'Ucraina può rompere il Pd. Galli spiega perché

Conte punta sul fatto che il campo largo si farà, e che nel campo largo comanderà lui perché vincerà le primarie proprio su tale questione. Avvantaggiando elettoralmente il Movimento Cinque Stelle e trasformando così il Partito Democratico in un alleato politicamente subalterno al Movimento. Conversazione con il politologo e docente universitario, Carlo Galli

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