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Nonostante le aspettative, le operazioni condotte da Washington e Tel Aviv in territorio iraniano a partire dalla fine dello scorso febbraio non avrebbero annichilito l’apparato militare-industriale di Teheran, A poco più di sei settimane dall’inizio del cessate il fuoco con Stati Uniti e Israele, l’Iran avrebbe infatti già riavviato parte della propria produzione di droni e starebbe ricostruendo le capacità militari danneggiate durante la campagna aerea occidentale a una velocità superiore rispetto alle stime iniziali dell’intelligence americana, ristabilendo alcune linee produttive e recuperando una quota significativa delle proprie infrastrutture missilistiche e industriali.

Questo è almeno quanto emerge da una serie di valutazioni dell’intelligence Usa riportate dalla Cnn. Secondo le fonti citate dall’emittente americana, la Repubblica islamica potrebbe ripristinare completamente la propria capacità offensiva basata sui droni entro sei mesi. Un dato che ridimensiona le dichiarazioni pubbliche dell’amministrazione Trump e dei vertici militari statunitensi, secondo cui l’operazione congiunta israelo-americana avrebbe compromesso per anni la base industriale della difesa iraniana (a partire dall’ammiraglio Brad Cooper, che ha sostenuto davanti al Congresso che il 90% della base industriale militare iraniana fosse stato distrutto). L’intelligence Usa ritiene invece che il danno sia stato grave ma non definitivo e che Teheran stia dimostrando una notevole capacità di resilienza industriale e logistica. Inoltre migliaia di Uav e circa due terzi dei lanciatori missilistici iraniani sarebbero sopravvissuti agli attacchi (nonostante quanto emerso in una prima fase) oppure recuperabili dopo essere stati sepolti dai bombardamenti. Restano inoltre operative parte delle capacità anti-aeree e dei missili da crociera costieri impiegabili per minacciare il traffico navale nello Stretto di Hormuz.

Un dettaglio importante riguarda l’intervento di potenze straniere. Le valutazioni dell’intelligence americana suggeriscano anche che la rapidità della ricostruzione iraniana dipenda non solo dalla sopravvivenza di parte dell’apparato industriale, ma anche dal supporto esterno ricevuto da Russia e Cina. In particolare, secondo fonti citate dalla Cnn, Pechino avrebbe continuato a fornire componenti utilizzabili nella produzione missilistica anche durante il conflitto, accuse respinte ufficialmente dal ministero degli Esteri cinese.

La notizia arriva in contemporanea con quella di una stretta sul tema del nucleare. Secondo Reuters, la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei avrebbe infatti emesso una direttiva che vieta il trasferimento all’estero delle scorte iraniane di uranio altamente arricchito, irrigidendo ulteriormente la posizione di Teheran su una delle principali richieste avanzate dagli Stati Uniti. La decisione potrebbe complicare i colloqui sostenuti dall’amministrazione di Donald Trump, che secondo fonti israeliane avrebbe garantito a Israele l’inclusione, in qualsiasi futuro accordo, di una clausola per la rimozione dal territorio iraniano del materiale fissile potenzialmente utilizzabile a fini militari.

La resilienza militare iraniana sfida i calcoli di Washington

L’intelligence di Washington ammette che Teheran si stia riarmando più velocemente del previsto, con il supporto di Russia e Cina. Mentre la Guida Suprema Khamenei vieta il trasferimento all’estero dell’uranio altamente arricchito

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