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Il presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping, da buon seguace della dottrina comunista di Mao, prosegue nelle sue operazioni opache per mettere sotto il suo controllo assoluto l’esercito cinese. Il New York Times nei giorni scorsi ha ben descritto la tecnica.

Dall’esterno, i continui rimpasti dei vertici militari potrebbero far pensare che l’obiettivo apertamente dichiarato di Xi – riunificare Taiwan con la Cina continentale – sia distante ma, invece, non è così. Continuare a cambiare gli alti gradi dell’esercito – 34 generali dei 44 del Comitato centrale del partito sono stati destituiti; dal 2022, poi, cinque dei sei generali della sua Commissione militare centrale rimossi – fa parte di un piano a lungo termine per fare spazio a una nuova generazione di altri generali più disciplinati. Xi con le sue nomine mira a costruire una base di assoluta unità ideologica e lealtà personale per le battaglie future.

Anche Mao fece lo stesso: trasformò l’esercito in una forza combattente disciplinata in grado di battere il governo nazionalista cinese e prendere il controllo del paese. Dietro i cambi costanti, o meglio dire una purga interna senza precedenti, si cela il fine di formare una forza militare sempre più “perfetta” per conquistare Taiwan e prevalere in un potenziale confronto con gli Stati Uniti.

Due considerazioni. La prima: nel 2028 a Taiwan si terranno le elezioni. Se Lai Ching-te, l’attuale presidente, verrà rieletto, sarà la quarta volta consecutiva che gli elettori di Taiwan scelgono un candidato del Partito Democratico progressista, che agli occhi Pechino appare come una forza politica indipendentista. Mancano meno di due anni, un lasso di tempo piuttosto breve. La seconda considerazione: e gli Stati Uniti? Pochi giorni fa il presidente Usa Donald Trump ha avuto una lunga conversazione telefonica con Xi, in vista della sua prossima visita in Cina, durante la quale sono state discusse una vasta gamma di questioni: Iran, la guerra in Ucraina, la soia. Su quest’ultimo punto, Trump ha affermato che la Cina ha accettato di acquistare più soia coltivata negli Stati Uniti nei prossimi mesi.

Una notizia che non è passata inosservata alla stampa americana. Gli agricoltori americani hanno accolto con grande soddisfazione tale dichiarazione e – secondo alcuni analisti – tale annuncio ha contribuito a iniettare fiducia nell’elettorato repubblicano, presto chiamato alle urne delle elezioni mid-term. Si potrebbe evincere che il rapporto Usa-Cina, quindi, sia sereno? Una considerazione forse troppo affrettata.

Sull’argomento Taiwan, la linea americana non è affatto cambiata. Lo scorso dicembre, gli Stati Uniti hanno approvato un pacchetto di armi per Taiwan del valore di oltre undici miliardi di dollari, e – a livello diplomatico e politico – il tema dell’isola ribelle tra Trump e Xi mai è stato messo sul tavolo della discussione. Forse Xi Jinping pensa di poter riorganizzare l’esercito, sfruttare l’alibi della soia e, entro pochi mesi, iniziare una guerra sull’Indo-Pacifico passando inosservato.

Non è così. Nero su bianco, gli Usa hanno scritto chiaramente qual è la loro priorità nella Strategia di Difesa nazionale, pubblicata il 23 gennaio scorso dal Pentagono: “Contenere la Cina nell’Indo-Pacifico attraverso la deterrenza, non attraverso il confronto”. Si legge nel documento, “costruiremo una forte difesa di respingimento lungo la prima catena insulare”, ecco l’interesse statunitense. Come noto la sicurezza marittima lungo la First Island chain, che definisce il confine orientale del mar Cinese Meridionale, passa per Taiwan.

Mantenere aperta quella linea di navigazione, evitando qualsiasi ulteriore influenza cinese nell’area, è fondamentale non soltanto per gli Usa, ma anche per i suoi alleati, Europa in primis. Ancora una volta, l’Indo-Pacifico e il mar Mediterraneo sono due dimensioni strettamente interconnesse, la sicurezza di una è cruciale per l’altra. Tale convergenza di priorità e interessi è evidente. Il mar Mediterraneo è sempre più uno snodo necessario e strategico nella rotta dell’Indo-Pacifico.

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