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Il 1960 è stato l’anno in cui presi la patente, sostenni l’esame di maturità, mi iscrissi a Giurisprudenza e incontrai una ragazza speciale, il tutto in ordine rigorosamente cronologico.

In inverno era morto, a Roma, Fred Buscaglione, schiantato in piena notte ai Parioli, sulla sua Ford Thunderbird lilla. E la mia generazione – nata sotto i bombardamenti di San Lorenzo – che aveva iniziato a ballare con le canzoni di Paul Anka, e si era innamorata con la colonna sonora di You are my destiny, ora rimpiangeva lo swing della sua musica e le fulminanti storie di Eri piccola, piccola così, di Che bambola !! e di tante altre sue canzoni.

Nella primavera precedente, al Fiamma, a due passi da via Veneto, vi era stata la prima di La dolce vita di Federico Fellini, ed era improvvisamente cambiato il nostro modo di vedere Roma e la stessa nostra esistenza di spettatori, come se una tempesta – simile a quella dipinta da Giorgione – si fosse abbattuta sui cieli della capitale.

Ma già in quella stessa primavera la maturità cominciava a guadagnare terreno in una scena tanto affollata. A quei tempi “si portavano” tutti e tre gli anni liceali, e l’esame, alpinisticamente parlando, era una parete di sesto grado, verticale e quasi liscia, con pochi appigli e nessun appoggio. Comunque l’idea che quell’esame era un passaggio importante della vita – come in effetti fu – mi aveva motivato ad affrontarlo con lo spirito giusto.

Ma iniziò con una sorta di presagio che qualcosa non sarebbe andato per il suo verso: la mattina della prima prova scritta, quella del tema d’italiano, arrivai tardi a scuola e il portone era già chiuso. I miei genitori, inconsapevoli antesignani di un’educazione di stampo liberal, mi avevano lasciato dormire fino all’ultimo momento utile. Così saltai la colazione e mi precipitai a scuola.

La figura dell’imponente custode gallonato si materializzò nel riquadro del portone a cui avevo nervosamente bussato, “Stanno già dettando i temi” sillabò. Il rito di passaggio della maturità si presentava subito con un ostacolo da sormontare. “Quindi faccio in tempo ad entrare, dato che non hanno ancora finito” rispose lo studente che aveva già in programma di iscriversi a Giurisprudenza. “Aspetta qui, vado a chiedere al Presidente della tua Commissione” era evidentemente abituato a pronunciare le maiuscole elevando il volume della voce.

Fui ammesso a sostenere la prova nonostante la riluttanza del custode, che mi accompagnò fino a un banco in prima fila, l’unico rimasto libero. Il rito di passaggio, che doveva compiersi nei pochi afosi giorni di luglio, durò invece un paio di mesi, perché all’epoca c’era l’eventualità di essere rimandati a settembre in alcune materie, come se una calcolata suspense potesse intervenire per rallentare lo spettacolo.

Quando uscirono “i quadri” ci fu il coup de théâtre che nessuno di noi maturandi certo si aspettava: meno di una decina furono i bocciati, un solo promosso, tutti gli altri rimandati in italiano, con o senza qualche altra materia.

L’unico a superare la prova regina era stato uno studente grandicello, anche nell’aspetto, fidanzato ufficiale con una ragazza molto intelligente della mia classe, e che poi nella vita adulta avrebbe fatto lo psichiatra.

Eravamo tutti sconvolti dall’anomalia di quei quadri, com’era possibile che nessuno di noi sapesse scrivere un tema?

Per quanto mi riguardava matematica me l’aspettavo, ma l’italiano scritto e orale durante i tre anni del liceo era stato sempre la mia carta vincente da giocare sui tavoli delle altre materie.

Lo sconcerto era generale, incluso quello del futuro psichiatra dato che anche la fidanzata era stata rimandata in italiano, “Abbiamo sempre studiato insieme, è preparatissima, com’è possibile?” ripeteva devastato e incredulo davanti ai quadri.

Insomma rito di passaggio rinviato, estate rovinata da inevitabili numerose ripetizioni, ecco cosa ci aspettava. Ma su quest’ultimo punto intervenne una curiosa circostanza.

Fui avvicinato dal custode che, con fare misterioso, mi allungò un biglietto dov’era segnato un nome con un indirizzo della zona più popolare di Monteverde nuovo, quello di un bravo professore dove andare a prendere le ripetizioni di italiano. Il custode aggiunse in tono falsamente amichevole “È un amico del prof di italiano della commissione…”.

Raccontai la cosa a mia madre, la quale scuotendo la testa commentò: “Ti toccherà prendere almeno due autobus, portati da leggere, e facci sapere quante lezioni si prevedono e quanto ci costerà”. Donna pratica, mia madre, che nella vita aveva già superato riti di passaggio ben più gravosi.

Alla prima lezione fui folgorato dalla scena che si presentava davanti ai miei occhi, una volta varcata la soglia del modesto appartamento di Via Jenner: lungo un corridoio a L , dove saltellavano un numero variabile di bambini di entrambi i sessi, si affacciavano poche stanze con le porte chiuse, la prima delle quali era lo studio con biblioteca dello stimato italianista, e davanti alla sua scrivania erano già seduti tre miei compagni di sventura.

Era una lezione a quattro, roba mai vista!

Il professore era riuscito a incamerare tutti gli studenti che erano stati rimandati a settembre dal suo compare e aveva dovuto organizzare le ripetizioni a quattro per volta; l’impressione che aveva fatto alla maggior parte di noi era, perciò, quella dell’esattore di una tassa supplementare da pagare per l’esame di riparazione. D’altro canto aveva una nidiata di bambini da mantenere e non sembrava passarsela proprio bene.

Raccontai queste circostanze a mio padre, concludendo: “Saranno finte lezioni, c’è una forte puzza di imbroglio sotto…”.

Lui m’interruppe subito: “Vai a ripetizione e studia, risparmieremo sulla matematica, e a settembre vedremo come va a finire questa storia. Dopotutto le vacanze romane sono la cosa migliore che possa capitare d’estate”.

La pensava come Audrey Hepburn, nel film che avevamo visto qualche anno prima, oppure non aveva voglia di denunciare l’inghippo? Come al solito, però, aveva ragione lui perché in poco tempo la situazione si rovesciò completamente.

Il prof di Via Jenner era bravo, le lezioni erano vere e aveva un metodo tutto suo che consisteva nel farci leggere il maggior numero possibile di romanzi italiani recentemente usciti, di parlarne con lui e gli altri compagni in una lezione corale molto simile a una colta conversazione, per poi scrivere le nostre impressioni sui vari romanzi letti. Alcuni ce li prestò lui stesso dalla sua biblioteca, ma la maggior parte andammo a comprarli, se non li trovavamo in casa. Fu così che lessi “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta” e che, mediamente, riuscii a divorare un libro ogni paio di giorni. E fu così che imparai una nuova lingua rispetto a quella scolastica che si fermava all’Ottocento letterario e rispetto a quella, troppo povera, in uso tra i miei coetanei.

La finestra della mia mente, che nella prima adolescenza non era mai stata particolarmente chiusa – con una spiccata predilezione per Stevenson e Dickens ma già incuriosita da Italo Calvino – si spalancò improvvisamente con la ventata di storie degli scrittori italiani di quegli anni.

Insomma con quello strano metodo, in cui si conversava soltanto di Calvino, Brancati, Moravia, Lussu, Levi, Gadda (perfino lui!), Buzzati, Parise, Pavese, Fenoglio, Morante, Pratolini, Ortese e naturalmente Pasolini, imparai quel tanto che serviva per scrivere il tema di settembre in modo completamente diverso da quello di giugno.

Fu come se in quell’estate mi avessero tolto l’ingessatura al braccio che portavo appeso al collo fin dall’inverno scolastico, e, contemporaneamente, avesse preso forma l’idea che essere maturi significava, in primo luogo, saper scrivere un tema con quel mix di immaginazione e realismo che sarebbe stato indispensabile nella vita.

Dopo la promozione, quando gli chiesi come mai non ci avesse proposto Pirandello, con la solita aria pacata il professore di Via Jenner mi rispose sorridendo “Ignoravo che gente come voi non l’avesse ancora letto o che non ve ne abbiano parlato a scuola”.

Per “gente come voi” forse intendeva i figli della borghesia romana che frequentavano buoni licei… Ma non tanto buoni da insegnare la nuova letteratura italiana del Novecento.

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