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Con il conflitto infuriato nel corso degli ultimi mesi nel Golfo Persico che sembra essere in procinto di avviarsi a una conclusione, arriva adesso il momento sia per gli attori coinvolti che per gli osservatori esterni di trarre delle lezioni dalle dinamiche belliche a cui abbiamo assistito nel confronto militare tra Stati Uniti e Iran per cercare di adeguare e migliorare i propri apparati di Difesa. Un processo molto delicato, poiché è in queste circostanze che si compie il rischio di commettere errori di cui poi si pagheranno conseguenze significative, come già avvenuto più volte in passato. Uno di questi errori è quello di pensare che diversi attori militari si comportino allo stesso modo.

Errore commesso, come ricorda Decker Eveleth, anche da militari esperti come il Feldmaresciallo tedesco Gerd von Rundstedt, che nel 1944 decise di strategia di difesa della Wermacht in Francia sfruttando quelle tecniche impiegate con successo sul fronte orientale contro l’Armata Rossa. Scelta che si rivelerà essere un errore madornale per via delle profonde differenze dottrinali e di hardware delle forze alleate rispetto a quelle sovietiche. E oggi, quasi ottant’anni dopo, i decisori militari di Washington devono stare attenti a non commettere lo stesso errore, pensando che le logiche che hanno caratterizzato il confronto con l’Iran possano eventualmente applicarsi anche in quello con altri attori. Locuzione che implica, ovviamente, la Repubblica Popolare Cinese.

Il caso dei missili è esemplare. I successi tattici conseguiti dagli Stati Uniti nel contrastare la minaccia missilistica di Teheran ha alimentato una lettura ottimistica sulla base della quale diversi analisti hanno riconsiderato la minaccia missilistica in altri teatri. Se le difese aeree e antimissile americane sono riuscite a smussare le raffiche iraniane nel Golfo, perché non dovrebbero fare altrettanto con quelle cinesi su Taiwan e nel più ampio scacchiere del Pacifico?

La risposta giace in quelle differenze di hardware e di dottrina menzionate poco sopra. Rispetto al primo fattore, l’arsenale iraniano sconta un limite strutturale, cioè quello della scarsa precisione. I missili di Teheran non hanno l’accuratezza per colpire bersagli puntuali come un singolo velivolo, un hangar, o una postazione di comando, e si prestano semmai a centrare obiettivi estesi come serbatoi e depositi di carburante. Sapendo quindi di non poter, sia per qualità che per quantità, impiegare i propri missili secondo una pura logica counterforce, Teheran ha puntato sull’imposizione di costi, logorando le scorte di intercettori e alzando il prezzo politico della campagna per esaurire la disponibilità di Washington a proseguirla.

La Cina ragiona all’opposto. In caso di scontro militare per Tawian Pechino non si accontenterebbe infatti di imporre costi sufficienti a scoraggiare i partner di Taipei, ma punterebbe a una vittoria netta sulle forze alleate e alla conquista dell’isola, obiettivo per cui si prepara da decenni, aumentando la quantità di vettori e migliorandone la qualità.

Ecco perché, suggerisce Eveleth, conviene ribaltare la prospettiva, e anziché cercare conferme nei successi, sia debba piuttosto guardare ai problemi che la guerra con l’Iran ha messo a nudo. Il più insidioso riguarda i radar. Usando droni monouso a basso costo seguiti da missili, Teheran avrebbe danneggiato o distrutto sistemi di rilevamento statunitensi siti in Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati. Una falla decisiva, perché senza radar l’intera architettura di difesa statunitense perde efficacia in modo drastico, venendo meno la capacità di individuare i vettori in arrivo, e con essa ogni certezza su quando e come usare gli intercettori.

Ed è questa la vulnerabilità che pesa in chiave cinese. Se un pugno di droni è bastato all’Iran, la Repubblica Popolare potrebbe accecare ampie porzioni delle griglie di difesa alleate già nelle prime ore grazie ai propri sistemi avanzati (come i sistemi ipersonici Df-17, Df-27, Yj-17 e Yj-19), per poi sfruttare i varchi con un dispositivo multidominio fatto di centinaia di caccia, navi di superficie, portaerei e sottomarini. Per questo, anziché adagiarsi sugli allori delle prestazioni positive americane in Medio Oriente, è necessario isolarne i fallimenti, e cercare di far funzionare cosa è invece andato storto.

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