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La vittoria elettorale di Sanae Takaichi non è stata soltanto ampia: è stata dirimente. Con la scelta di convocare elezioni anticipate per cercare una legittimazione diretta dopo essere subentrata alla guida del Partito liberaldemocratico, dunque del governo, secondo le regole del sistema politico giapponese, Takaichi ha trasformato una leadership percepita come consequenziale in un mandato politico pieno. Il risultato — una maggioranza dei due terzi nella Camera bassa — consegna a Tokyo una stabilità che oggi poche democrazie avanzate possono vantare.

I mercati hanno colto immediatamente il segnale. L’indice Nikkei ha superato livelli storici, mentre il Topix ha seguito la stessa traiettoria, alimentando quello che gli investitori già definiscono un ritorno del “Takaichi trade”. La scommessa è duplice: da un lato, la capacità del nuovo governo di imprimere un’accelerazione agli investimenti in settori ad alta intensità tecnologica — intelligenza artificiale, semiconduttori, difesa — dall’altro, la fine del rischio politico di breve periodo che per anni ha accompagnato la politica giapponese, segnata da leadership fragili e orizzonti temporali limitati.

Il cuore della narrazione che Takaichi ha costruito in campagna elettorale è quello di una “nazione forte e prospera”, in cui lo Stato assume un ruolo strategico nel guidare la trasformazione industriale. Non si tratta di una rottura con l’ortodossia economica giapponese recente, ma di una sua radicalizzazione: stimolo mirato, rafforzamento della base manifatturiera avanzata, e una lettura della sicurezza economica come parte integrante della sicurezza nazionale. È in questo quadro che si inserisce anche il dibattito, politicamente sensibile, sulla revisione della Costituzione del 1947, inclusa la clausola pacifista. L’ostacolo procedurale resta alto — maggioranze qualificate in entrambe le Camere e referendum nazionale — ma per la prima volta da anni esiste una finestra politica reale per aprire la discussione.

Sul piano internazionale, la vittoria di Takaichi rafforza l’asse con Washington. Il sostegno esplicito del presidente statunitense Donald Trump, che ha elogiato la scelta di “andarsi a contare” alle urne, segnala una convergenza non solo personale ma strategica: sicurezza regionale, deterrenza nell’Indo-Pacifico e difesa delle catene di approvvigionamento critiche. In un contesto globale segnato da crescente competizione sistemica, Tokyo appare sempre più come uno dei pilastri della stabilità occidentale in Asia.

Ma uno degli elementi più interessanti di questa tornata elettorale emerge guardando all’Europa, e in particolare all’Italia. Tra i primi leader internazionali a congratularsi con Takaichi c’è stata Giorgia Meloni, che in un messaggio pubblico ha sottolineato non solo la solidità del partenariato strategico tra Roma e Tokyo, ma anche la dimensione personale del rapporto costruito negli ultimi anni. Il riferimento alla visita di gennaio in Giappone — definita come un momento che ha “ulteriormente consolidato il legame tra le nostre Nazioni” — non è un dettaglio protocollare, ma il segnale di una relazione politica che ha trovato una propria chimica.

Il parallelismo tra le due leader non è solo simbolico. Meloni e Takaichi sono oggi le uniche due donne alla guida di Paesi del G7 e condividono un percorso politico segnato da una lunga gavetta nei rispettivi partiti, oltre a una visione che potremmo definire di conservatorismo nazionale: attenzione alla sovranità, centralità dello Stato nelle scelte strategiche, lettura realistica delle dinamiche di potere internazionali. In un momento in cui questo approccio appare dominante tanto in Giappone quanto in Italia, l’asse Roma–Tokyo assume una valenza che va oltre il bilateralismo tradizionale.

Per l’Italia, il rafforzamento del Giappone come attore stabile e assertivo rappresenta un’opportunità. Dalla cooperazione industriale alla sicurezza, dalla tecnologia avanzata alla governance delle sfide globali, il dialogo con Tokyo si inserisce in una più ampia strategia di diversificazione delle partnership e di proiezione nell’Indo-Pacifico. Per il Giappone, l’Italia è un interlocutore europeo credibile, capace di muoversi con autonomia all’interno dell’Unione e di parlare un linguaggio politico affine.

Resta, naturalmente, l’incognita dell’attuazione. Gli investitori di lungo periodo attendono di vedere come le promesse si tradurranno in politiche concrete, e come il governo finanzierà una strategia ambiziosa senza destabilizzare il quadro macroeconomico o la valuta. Ma il dato politico è ormai acquisito: Sanae Takaichi non è più una leader “per designazione”. È una premier consacrata dal voto, con un mandato forte e una finestra di opportunità che difficilmente si ripresenterà. In un mondo frammentato e incerto, la stabilità — quando esiste — diventa essa stessa una risorsa strategica.

Takaichi domina alle urne. Tokyo si lancia come motore dell’Indo-Pacifico

La vittoria elettorale di Sanae Takaichi consegna al Giappone una rara stabilità politica e apre una nuova fase di assertività economica e strategica, subito premiata dai mercati. Nel quadro di un conservatorismo nazionale ormai dominante, si rafforza anche l’asse con l’Italia di Giorgia Meloni, tra convergenza politica e partenariato strategico

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