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Gigi Tivelli se ne è andato alla vigilia della Festa della Repubblica, “da vero repubblicano” come ha detto Ada, la sua compagna di una vita, dopo aver rappresentato una presenza costante nella vita pubblica italiana degli ultimi quattro decenni.

Tivelli è stato, infatti, innanzitutto un civil servant, lo stimato consigliere parlamentare, giovane vincitore di concorso alla Camera dei Deputati, chiamato più volte a ricoprire incarichi istituzionali in gabinetti ministeriali.

Ma è stato anche un acuto commentatore politico per diverse testate nazionali, tra cui anche Formiche.net; è stato uno scrittore, autore di una quarantina di libri di contenuto politologico, e almeno uno, che io ricordi, di narrativa; è stato l’instancabile organizzatore di cultura politica, proiettata verso l’obiettivo di tenere insieme figure significative della cultura liberal-democratica; ha promosso festival cinematografici, rassegne letterarie, meeting ed eventi, a Roma e nella “sua” Sabaudia, che hanno richiamato sempre personalità di livello e grande partecipazione di pubblico.

Stava lavorando a definire i programmi della sua ultima creatura, la Academy Spadolini, un think tank volto a valorizzare i talenti delle giovani generazioni, che dichiarava, già nella sua intestazione, una devozione al repubblicanesimo del politico-intellettuale, anche a monito polemico e a denuncia dell’incultura politica dominante.

Gigi aveva amato la politica fin da ragazzo, quando ancora adolescente si impegnava nei gruppi giovanili repubblicani facendosi apprezzare da Ugo La Malfa, e, pur non avendolo mai dichiarato espressamente, credo che avrebbe volentieri assunto in prima persona l’onere della rappresentanza, dopo aver sperimentato ogni altra dimensione possibile della politica non militante, da quella più vicina all’attività legislativa, a quella teorizzata con i libri, a quella impartita con l’insegnamento che esercitò da professore a contratto nelle Università.

Fu un laico integrale che, però scelse Guglielmo Negri come suo riferimento di vita e di visione culturale nell’universo repubblicano, un cattolico fervente che per lui fu un mentore insieme amorevole e severo.

Tivelli era nato ad Adria, nel Polesine povero della metà degli anni cinquanta-da dove partivano gli emigrati per cercare lavoro all’estero- da una famiglia cattolica della piccola borghesia.

Dunque fu un “meridionale del nord”, un rodigino che, forse anche per questo, ha avuto sempre un rapporto di grande empatia con il popolo meridionale, dai calabresi, ai pugliesi, ai campani, in particolare.

Fu un uomo generoso: non ricordo mai di aver ascoltato dalla sua voce una richiesta, una perorazione, un’istanza, che fosse rivolta a sé stesso.

Ricordo, invece, la “presa in carico” di tante situazioni difficili: giovani di qualità che non riuscivano a trovare lavoro, padri di famiglia in difficoltà, persone in salute precaria e con assistenza ancora più precaria.

Una generosità laica, dunque, altrettanto meritevole, perché non si aspetta l’effetto collaterale, quello di un ristoro nell’aldilà.

Gigi Tivelli amava il sarcasmo costruito su una montagna di paradosso. È la risorsa di talune persone intelligenti che cercano così di esorcizzare la debilitante realtà di un’ignoranza crassa che galoppa felice verso i suoi più arditi margini di peggioramento.

Ma è una risorsa pericolosa perché può capitare, appunto, che qualche interlocutore non entri nella sintonia e allora, prende fischi per fiaschi e battute e paradossi diventano, a parere del travisatore, cose serie. E a Tivelli è capitato più volte, e più volte ha pagato.

Diceva Francesco Guccini in Parole, un bel brano del 2011: “per una battuta mi farei spellare”. Accadde, infatti, anche questo. Addio Gigi: sarai oggi sicuramente nella zona laica del Paradiso, a dibattere ancora di politica.

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