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Domenica 7 giugno 2026 quattro imbarcazioni cinesi hanno violato la zona ristretta a trenta miglia nautiche dalla punta meridionale di Taiwan. Sette motovedette della Guardia Costiera taiwanese le hanno intercettate e scortate fuori dalle proprie acque. Il termine usato da Taipei è stato “espulso”. La Guardia Costiera taiwanese ha diffuso la registrazione dello scambio radio tra le due parti: secondo Reuters che ha potuto ascoltare l’audio, l’ufficiale cinese a bordo rivendicava giurisdizione piena su quelle acque, mentre il collega taiwanese rispondeva che la Cina non godeva di alcun diritto sovrano nelle acque orientali di Taiwan e che, in caso di conflitto, sarebbe stata Pechino a dover rispondere al giudizio del mondo.

L’episodio era stato preceduto, il sabato, dall’annuncio ufficiale di una «operazione speciale di presidio del traffico marittimo nelle acque a est di Taiwan, disposta dal Ministero dei Trasporti cinese insieme alle autorità marittime del Fujian e del Guangdong. La nave di punta era la Haixun 09, la più grande unità di pattugliamento civile della flotta cinese. Nessuno scafo militare in prima fila: tutta la formazione era composta da imbarcazioni di guardia costiera e soccorso marittimo, tecnicamente civili o paramilitari. Una scelta che è già di per sé un messaggio.

Non è la prima volta che Pechino ricorre a questo dinamica. Nel 2023, in risposta all’incontro tra l’allora presidente Tsai Ing-wen e lo Speaker McCarthy in California, le esercitazioni della PLA avevano già fatto largo uso di navi civili e della guardia costiera attorno ai confini marittimi taiwanesi. Nel maggio 2024, per l’insediamento di Lai Ching-te, l’apparato era stato ancora più imponente: operazioni che simulavano un accerchiamento dell’isola con un coordinamento intenso tra mezzi militari e paramilitari. L’ambiguità è deliberata: strumenti formalmente civili, finalità strategicamente identiche a quelle della marina da guerra, pressione che non supera la soglia del conflitto aperto ma la popola di incertezza. L’operazione di questa settimana è un’accelerazione di questa dinamica, piuttosto che una novità.

Domenica le navi cinesi non hanno superato le ventiquattro miglia nautiche delle acque contigue di Taiwan — si sono fermate prima, costruendo una presenza che è pressione senza essere attacco, che sfida senza offrire il pretesto per una risposta militare. È il manuale della coercizione graduata affinato nel Mar Cinese Meridionale, applicato ora sistematicamente anche al quadrante orientale di Taiwan.

Il pretesto: Manila e Tokyo tracciano confini

Pechino ha spiegato senza ambiguità cosa avesse fatto scattare l’operazione. A fine maggio, il vertice di Tokyo tra la premier Takaichi e il presidente filippino Marcos Jr. aveva sancito quello che l’agenzia Jiji Press ha definito una “quasi-alleanza”: i due Paesi hanno elevato le relazioni a Partenariato Strategico Globale — il primo mai sottoscritto dalle Filippine con un attore internazionale— e annunciato trattative formali per delimitare i propri confini marittimi nelle acque a est di Taiwan, area in cui le zone economiche esclusive di Giappone e Filippine si sovrappongono e dove la Cina avanza le proprie rivendicazioni. L’annuncio, nell’interpretazione di Pechino, aveva «gravemente violato la sovranità territoriale e i diritti marittimi cinesi» e perciò il pattugliamento era «una misura necessaria».

A Tokyo, Takaichi aveva inquadrato l’intesa con una frase programmatica: “Rafforzeremo legami che non saranno influenzati dai cambiamenti nell’ambiente globale». I “cambiamenti nell’ambiente globale” è il modo diplomatico per menzionare Donald Trump: il rafforzamento bilaterale è anche, esplicitamente, un modo per tenere Washington agganciata all’Indo-Pacifico senza affidarsi ciecamente alla sua continuità.

Le Filippine al centro

Per Manila, l’escalation è la conseguenza di una scelta precisa: non rinunciare all’alleanza con Washington, costruire una partnership sempre più strutturata con Tokyo, senza chiudere i canali con Pechino — il principale partner commerciale dell’arcipelago. Una traiettoria che Pechino non ha accettato in silenzio. La convergenza con il Giappone era già in piena accelerazione. Il vertice di Tokyo ha prodotto impegni di investimento per oltre tre miliardi e mezzo di dollari — manifattura avanzata, semiconduttori, cantieristica, energia — e soprattutto un quadro di accesso militare reciproco e trattative per la condivisione di intelligence classificata. Il Giappone finanzia infrastrutture filippine da decenni, ha trasformato la Guardia Costiera dell’arcipelago in un corpo operativo credibile, ha equipaggiato la marina militare con sistemi di sorveglianza. Quello che era già in costruzione da anni è diventato, con Marcos-Takaichi, un’alleanza dichiarata.

Poche settimane prima, Balikatan 2026 aveva mostrato dove si orientasse la bussola strategica dell’arcipelago. Oltre diciassettemila soldati di sei nazionalità, il contingente più numeroso di sempre, addestrati per quasi tre settimane nell’area del nord di Luzon, le province che si affacciano sullo stretto verso Taiwan. Per la prima volta il Giappone ha partecipato con propri soldati e proprie navi. In mare, le forze americane hanno sperimentato droni navali capaci di colpire bersagli di superficie — la stessa tecnologia che ha ridisegnato i connotati del conflitto nel Mar Nero. I rifornimenti sono stati dispersi su rotte alternative a Subic Bay, grande ma vulnerabile, segnalando che il pensiero tattico si sta adattando agli scenari di una guerra vera.

C’è un paradosso che non sfugge agli osservatori più attenti. Sotto Duterte, tra il 2016 e il 2022, Manila aveva preso le distanze da Washington in modo esplicito — sospendendo le esercitazioni, corteggiando Pechino e Mosca. Fu il momento in cui la Cina aveva l’opportunità di attrarre stabilmente le Filippine nella propria orbita. Non la sfruttò: le milizie marittime continuarono a disturbare i pescatori filippini, la guardia costiera cinese a bloccare i rifornimenti verso le postazioni di Manila nel Mar Cinese Meridionale, le rivendicazioni territoriali non arretrarono di un millimetro. Oggi in molti nelle Filippine ricordano quel periodo non come una stagione di avvicinamento ma come la prova che la pressione cinese era strutturale, indipendente da qualsiasi scelta politica di Manila.

In questo quadro si inserisce anche il Vietnam. Hanoi ha sempre gestito i rapporti con Pechino attraverso la cosiddetta diplomazia del bambù — la capacità di piegarsi senza spezzarsi, di non legarsi a nessuno schieramento. Ma la pressione cinese nel Mar Cinese Meridionale sta erodendo quella neutralità: le frizioni attorno al Second Thomas Shoal, le dispute sulle zone di estrazione energetica, le contestazioni alla nine dash line” sono conflittualità strutturali che la cortesia diplomatica non ammorbidisce. Non è un caso che negli stessi giorni del vertice di Tokyo Marcos ricevesse a Manila il leader To Lam, elevando i rapporti a Partenariato Strategico Rafforzato. Al forum di Shangri-La, Lam aveva avvertito contro un ordine regionale in cui «i pesci grandi inghiottono i pesci piccoli». Il Vietnam non si sta schierando apertamente, ma si sta avvicinando — e Manila è il punto di convergenza naturale.  È quella memoria, più di qualsiasi calcolo strategico, a rendere la svolta di Marcos irreversibile. Difficilmente il suo successore potrà ridirezionare l’approccio di Manila nei confronti di Pechino, anche se fosse Sara Duterte ossia la figlia maggiori di chi ha voluto l’apertura nei confronti della Cina.

Il pericolo cinese è riconosciuto trasversalmente nella classe dirigente filippina — non è propaganda americana, è esperienza accumulata nel proprio mare di casa. E così, anche quando Washington appare meno affidabile di un tempo — i dazi, la guerra nel Golfo, gli impegni difensivi soggetti a rinegoziazione, l’approccio transazionale — la risposta di Manila non è cercare un nuovo protettore. È costruire una rete più fitta: Tokyo, Hanoi, i partner regionali, chiunque condivida l’interesse agarantire la libertà di navigazione nel Mar Cinese meridionale.

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