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Donald Trump arriverà a Pechino questa settimana accompagnato da alcuni dei nomi più influenti dell’economia americana. L’elenco diffuso dalla Casa Bianca assomiglia meno a una tradizionale delegazione diplomatica e più a una rappresentazione plastica dei centri di potere economico, tecnologico e finanziario degli Stati Uniti.

Tanto per dare nome e cognome a quanto scritto, della missione saranno parte Elon Musk di Tesla e SpaceX, Tim Cook di Apple, Mark Zuckerberg di Meta, Chuck Robbins di Cisco, Cristiano Amon di Qualcomm, Sanjay Mehrotra di Micron, Larry Fink di BlackRock, Stephen Schwarzman di Blackstone, David Solomon di Goldman Sachs, Jane Fraser di Citigroup, Kelly Ortberg di Boeing, Larry Culp di GE Aerospace, Brian Sikes di Cargill, Ryan McInerney di Visa, Michael Miebach di Mastercard, Jacob Thaysen di Illumina e Jim Anderson di Coherent.

La composizione della delegazione, la densità che essa rappresenta, è già di per sé un messaggio politico. Dentro ci sono Wall Street, Big Tech, aerospace, biotech, pagamenti digitali e supply chain globali: tutti settori che, nonostante anni di tariffe, restrizioni e retorica sul decoupling, restano profondamente intrecciati con il mercato cinese.

La missione racconta dunque la contraddizione strutturale della strategia americana verso Pechino: competizione sistemica totale da una parte, impossibilità di rompere completamente l’interdipendenza economica dall’altra. A rendere ancora più evidente la complessità della relazione economica tra Washington e Pechino sono anche gli ultimi dati commerciali cinesi, pubblicati a pochi giorni dall’arrivo di Trump nella capitale cinese. Ad aprile le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono aumentate dell’11,3% su base annua, raggiungendo i 36,8 miliardi di dollari, mentre le importazioni dalla controparte americana sono cresciute del 9%, portando il surplus commerciale cinese a 23,1 miliardi di dollari. Numeri che mostrano come, nonostante anni di tensioni, tariffe ed export controls, la relazione economica tra le due superpotenze resti ancora profondamente intrecciata.

Non a caso Alicia Garcia-Herrero, chief economist Asia-Pacific di Natixis, ha osservato sul South China Morning Post che “le catene di approvvigionamento si stanno diversificando, non disaccoppiando”. Secondo Garcia-Herrero, gli Stati Uniti continuano infatti a dipendere da input intermedi cinesi in settori strategici come elettronica, componentistica automotive e minerali critici, anche quando parte di questi flussi viene reindirizzata attraverso mercati terzi.

Eppure, più dei nomi presenti, potrebbe contare un’assenza, che racconta parte delle dinamiche in corso. Secondo Bloomberg, Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, non sarebbe stato invitato e non parteciperà alla visita. In condizioni normali, l’esclusione del leader dell’azienda che oggi domina il mercato globale dei chip per l’intelligenza artificiale apparirebbe quasi incomprensibile. Ma, se confermata, nel clima di competizione totale incorso, sembrerebbe invece una scelta logica.

L’assenza di Huang rifletterebbe il progressivo irrigidimento della postura americana sull’intelligenza artificiale avanzata. A Washington, l’AI non viene più considerata semplicemente una frontiera tecnologica o commerciale, ma una questione di potenza nazionale, sicurezza strategica e controllo degli affari globali (per esempio: se l’hantavirus dovesse trasformarsi in un’epidemia globale, sarà chi ha l’intelligenza artificiale maggiormente sviluppa e integrata nel proprio sistema Paese a reagire più in fretta; ed è probabile che se invece non si trasformerà in un nuovo Covid, sarà anche grazie alle applicazioni bio-mediche dell’AI).

Ryan Fedasiuk, fellow dell’American Enterprise Institute, ha sintetizzato il concetto sostenendo che tenere Huang fuori dalla delegazione invia “un segnale forte” a Pechino: i laboratori cinesi di intelligenza artificiale difficilmente avranno accesso ai chip più avanzati prodotti da Nvidia. “L’amministrazione Trump comprende quanto la potenza computazionale sia cruciale per vincere la corsa all’AI contro la Cina”, ha spiegato Fedasiuk. “Non c’è molto di cui le aziende americane dei semiconduttori possano parlare con il governo cinese”.

È probabilmente questa la vera linea strategica che sta emergendo alla vigilia del summit Trump-Xi. Il contrasto interno alla delegazione è emblematico. Elon Musk, il cui ecosistema industriale dipende ancora fortemente dalla Gigafactory di Shanghai, sarà a Pechino. Jensen Huang no. Il primo rappresenta la persistenza dell’interdipendenza economica tra Stati Uniti e Cina. Il secondo incarna invece la frontiera tecnologica che Washington sembra intenzionata a proteggere a ogni costo.

Il cambiamento sta emergendo su più livelli della politica americana. Come raccontato da Lorenzo Santucci, l’amministrazione Trump starebbe valutando un nuovo ordine esecutivo per introdurre standard di sicurezza e affidabilità per i modelli avanzati di intelligenza artificiale prima del loro rilascio pubblico. Le discussioni si sarebbero accelerate dopo le preoccupazioni legate a “Mythos”, il modello sviluppato da Anthropic capace, secondo le indiscrezioni, di individuare vulnerabilità informatiche precedentemente sconosciute.

Fino a poco tempo fa, l’approccio dominante a Washington era basato sulla deregulation: meno vincoli per accelerare innovazione e leadership americana. Ora la logica sembra cambiare. L’intelligenza artificiale viene sempre più trattata come un dominio strategico che richiede supervisione statale e gestione geopolitica.

L’intelligenza artificiale sarà dunque inevitabilmente uno dei temi centrali dell’incontro tra Trump e Xi Jinping. Ma il punto chiave è che Washington non sembra voler costruire una vera architettura di cooperazione tecnologica con Pechino – e viceversa. Piuttosto, prende forma l’idea di un dialogo limitato alla gestione del rischio: prevenzione di usi catastrofici dell’AI, riduzione delle possibilità di escalation incontrollata, creazione di canali di comunicazione e “guardrails” minimi.

Parallelamente, però, gli Stati Uniti sembrano intenzionati a rafforzare ulteriormente le restrizioni tecnologiche su chip avanzati, cloud computing e infrastrutture critiche per l’AI. Questa impostazione, come accennato, riflette un dibattito sempre più presente all’interno della comunità strategica americana. In una recente analisi pubblicata dal Council on Foreign Relations, Chris McGuire, Senior Fellow for China and Emerging Technologies, sostiene che gli Stati Uniti dovrebbero accompagnare eventuali dialoghi con Pechino sull’AI safety con una campagna di “maximum pressure” basata su export controls più rigidi e sul contenimento dell’accesso cinese ai semiconduttori avanzati. L’obiettivo, secondo McGuire, non sarebbe tanto fermare completamente lo sviluppo cinese dell’intelligenza artificiale, quanto ampliare il vantaggio americano in un settore ormai considerato cruciale.

La logica ricorda sempre meno l’epoca della globalizzazione e sempre più quella della deterrenza strategica della Guerra Fredda. All’interno della comunità strategica americana cresce infatti l’idea che modelli avanzati, semiconduttori e capacità computazionale rappresentino asset paragonabili alle tecnologie nucleari del XX secolo. Non si tratta più soltanto di chi svilupperà il prodotto migliore: la vera partita riguarda il controllo delle infrastrutture strategiche del XXI secolo.

È anche per questo che gli export controls sono diventati il centro della strategia americana verso la Cina. L’obiettivo non è soltanto limitare l’accesso cinese ai chip più avanzati, ma ampliare il gap tecnologico tra i due Paesi. Alcuni analisti americani ritengono che Pechino sia indietro rispetto agli Stati Uniti di meno di un anno nello sviluppo dell’AI avanzata. In un settore in cui le capacità evolvono a velocità esponenziale, pochi mesi possono avere un peso geopolitico enorme.

La strategia emergente di Washington sembra dunque essere questa: mantenere aperti i canali economici con la Cina, evitando uno shock sistemico globale, ma allo stesso tempo rallentare abbastanza la corsa tecnologica cinese da preservare un vantaggio americano duraturo nell’intelligenza artificiale e nei semiconduttori avanzati. La grande iniziativa Pax Silica è per buona parte questo. Trump arriverà a Pechino circondato dai titani del capitalismo americano, ma il messaggio più importante del viaggio potrebbe essere proprio quello inviato attraverso chi non potrebbe non essere sull’aereo.

Trump vola a Pechino con Wall Street, ma lascia a casa Nvidia? Ecco perché

La delegazione che accompagnerà Donald Trump a Pechino riunisce i vertici di Wall Street, Big Tech e dell’industria americana, confermando quanto l’interdipendenza economica tra Stati Uniti e Cina resti profonda. Ma l’assenza del ceo di Nvidia, Jensen Huang, rivela il vero messaggio strategico del viaggio: Washington considera ormai l’intelligenza artificiale e i semiconduttori avanzati una questione di sicurezza nazionale e competizione geopolitica

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