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L’escalation attualmente in corso in Medio Oriente conferma una volta di più l’importanza dell’uso delle loitering munitions, altresì note come droni kamikaze, nelle dinamiche belliche del XXI secolo. Economici, difficili da intercettare e impiegabili in grandi quantità, questi sistemi rappresentano una sfida crescente per le difese aeree tradizionali. Teheran lo sa bene, e infatti sfrutta questi sistemi come cuore del proprio approccio. Ma anche Washington ormai sembra non poterne fare più a meno. Formiche.net ha rivolto alcune domande a Federico Borsari, non-resident fellow presso il programma di Transatlantic Defense and Security del Center for European Policy Analysis, per cercare di approfondire la questione nel dettaglio.

Accanto all’arsenale missilistico, negli ultimi anni l’Iran ha investito molto sui droni. Quali sono le ragioni che lo hanno spinto a investire così tanto in questi sistemi?

Vero, accanto allo sviluppo dei missili l’Iran ha puntato molto sui droni kamikaze. Questi sistemi sono stati particolarmente attraenti per Teheran perché offrono un rapporto costi-benefici molto favorevole e possono essere prodotti e impiegati più facilmente anche in condizioni di sanzioni e limitato accesso a tecnologie avanzate. Fattore cruciale per un Paese le cui forze convenzionali, soprattutto l’aviazione, sono rimaste tecnologicamente indietro. Inoltre, quando la rete di proxy regionali iraniana era pienamente operativa, i droni venivano spesso impiegati proprio attraverso questi attori, che fungevano da piattaforme avanzate per lanciare attacchi contro avversari regionali e interessi occidentali. In questo modo Teheran poteva proiettare potenza a distanza mantenendo un certo grado di negabilità. E, tra l’altro, missili e droni sono strumenti perfettamente complementari.

Come dimostrato in Ucraina, dove le forze russe hanno fatto ricorso ai droni di progettazione iraniana accanto ai propri missili per ridurre il costo medio delle operazioni di attacco.

Giusto, ma anche per rendere più complicata la difesa, poiché ondate di attacco che includono diversi tipi di vettori o di sistemi richiedono una capacità di identificazione e di management più complessa per via delle diverse tracce radar. Rendendo quindi fondamentale la presenza di operatori che riescano a fare questa distinzione tra i vari sistemi, per dare le priorità su quali ingaggiare e quali no, e in base a questo anche distribuire le contromisure sul campo.

A proposito di guerra in Ucraina, crede che sia stato un momento importante per l’Iran per raffinare il suo expertise nell’uso di questi sistemi? E stiamo vedendo i risultati oggi nel contesto medioorientale?

Sì, ma solo fino a un certo punto. L‘Iran ha investito sui droni per decenni, e a mio avviso aveva già sviluppato una conoscenza a livello non solo di tecnologia, ma anche di tattiche di impiego già prima dell’invasione dell’Ucraina. Ciò non toglie che l’Iran abbia poi guardato con molta attenzione a come gli Shahed, riprogettati e migliorati dalla Russia, siano stati impiegati e con quale impatto, anche grazie ai feedback diretti che la Russia ha fornito. Sulla base di ciò l’Iran ha avuto l’opportunità di capire come poter migliorare il sistema, quali tattiche si potevano utilizzare per migliorare la sua efficacia contro sistemi di difesa avanzati come quelli di americani che sono stati dispiegati in Ucraina, con un occhio a quelli israeliani che pur non essendo in Ucraina sono a livello di sofisticatezza al pari di quelli americani.

Nell’escalation mediorientale le loitering munitions sono state usate anche da parte americana. Mi riferisco ai Lucas, che sono molto, molto simili agli Shahed.

Simili sì, ma non una copia. Questo perché la copia presuppone una riproduzione fedele dell’originale, mentre il Lucas è una riproduzione parziale dell’originale: di fatto la struttura e il design sono molto simili, però la parte di componentistica è ovviamente diversa, così come la sensoristica che è probabilmente più sofisticata. L’obiettivo del Lucas è quello di essere economico e facile da produrre in grande quantità, quindi di fatto non dobbiamo considerarlo un sistema particolarmente avanzato. Però sicuramente non è identico allo Shahed, pur avendo un concetto operativo molto simile, ovvero offrire agli Stati Uniti o a chiunque abbia accesso a questo sistema un’alternativa a più costosi missili da crociera che può essere impiegata su larga scala per saturare le difese attorno a un particolare obiettivo o per complicare il lavoro delle difese aeree.

Gli attori ostili all’Iran dispongono oggi di contromisure adeguate contro droni e attacchi saturanti?

Le contromisure esistono, ma il problema principale riguarda il rapporto costi-benefici e la disponibilità dei sistemi. Molte difese attualmente impiegate derivano da sistemi progettati per contrastare missili balistici o da crociera, quindi risultano spesso troppo costosi rispetto alla minaccia rappresentata da droni relativamente economici. Alcuni sistemi di difesa aerea a corto raggio, come artiglieria antiaerea o razzi, possono essere efficaci, e il conflitto in Ucraina ha dimostrato che soluzioni già esistenti possono contribuire alla difesa. Tuttavia, da sole non sono sufficienti, soprattutto quando si tratta di proteggere territori molto ampi. Per questo stanno emergendo soluzioni più sostenibili, come droni intercettori, missili miniaturizzati a basso costo – come l’Apkws – e sistemi basati sulla guerra elettronica. Queste tecnologie sono promettenti perché permettono di ridurre i costi per intercettazione, ma presentano ancora limiti legati alla produzione, alla disponibilità e all’addestramento degli operatori. In sostanza, la tecnologia esiste già, ma la capacità di schierarla su larga scala dipende ancora da investimenti governativi, sviluppo industriale e formazione del personale.

Perché Teheran (e non solo) ha puntato sui droni kamikaze. L'analisi di Borsari

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