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Donald Trump continua a mostrarsi ottimista sulla possibilità di un accordo con l’Iran entro pochi giorni. La Casa Bianca attende una risposta iraniana a un memorandum d’intesa in 14 punti che dovrebbe congelare almeno temporaneamente il conflitto e creare una cornice per negoziati più approfonditi sul programma nucleare. Per quanto noto, il documento prevederebbe una moratoria sull’arricchimento dell’uranio, l’alleggerimento delle sanzioni americane, lo sblocco di fondi iraniani congelati e soprattutto un allentamento delle restrizioni attorno allo Stretto di Hormuz. Fonti iraniane lo definiscono “wishful thinking” della Casa Bianca, ironizzando anche sulla brevità del testo — una sola pagina — considerato inadeguato per affrontare questioni strategiche di questa portata. Ma per Washington rappresenta soprattutto l’inizio di un percorso e una cornice minima per evitare una nuova escalation immediata.

Dietro l’ottimismo pubblico di Trump emerge infatti una realtà più complessa. La Casa Bianca vuole arrivare al summit del 14-15 maggio con il leader cinese, Xi Jinping, a Pechino con una crisi mediorientale almeno parzialmente stabilizzata. Non necessariamente risolta, ma sufficientemente contenuta da evitare che il presidente americano si presenti in Cina con un margine negoziale ridotto. Trump continua infatti a costruire la propria narrativa politica sulla capacità di ottenere risultati economici e diplomatici evitando al tempo stesso conflitti lunghi e costosi, le “endless wars” più volte criticate già durante la campagna elettorale del primo mandato, narrazione sfociata poi con le più recenti mire al Premio Nobel per la Pace.

È in questo quadro che acquista rilevanza la visita del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a Pechino, dopo il recente passaggio da Mosca. Formalmente, i colloqui con Wang Yi, il capo della diplomazia del Partito/Stato, riguardano il negoziato nucleare e le tensioni nello Stretto di Hormuz. Ma il loro significato reale appare più ampio: il dossier iraniano si sta progressivamente trasformando in un elemento centrale della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina.

Ed è proprio la coincidenza temporale tra i colloqui sino-iraniani, la nuova proposta negoziale e il successivo summit Trump-Xi a spiegare buona parte delle accelerazioni diplomatiche delle ultime ore. La guerra con l’Iran, iniziata come tentativo di ristabilire deterrenza e ridefinire gli equilibri regionali, rischia infatti di produrre un effetto collaterale problematico per Washington: indebolire la capacità americana di concentrarsi sull’Indo-Pacifico proprio mentre la competizione con la Cina entra in una fase più sensibile. Il rischio per gli Stati Uniti è che una guerra aperta per rafforzare la deterrenza in Medio Oriente finisca per erodere leva strategica nel teatro considerato prioritario: l’Indo-Pacifico.

Le conseguenze strategiche militari sono già visibili. Da oltre due mesi non vi è alcuna portaerei americana operativa stabilmente nel Pacifico occidentale. Il conflitto ha consumato munizioni avanzate, logorato assetti navali e imposto una redistribuzione delle risorse militari verso il Golfo e il Mar Rosso. Nel lungo periodo, questo significa minore disponibilità operativa per la deterrenza verso la Cina, per esempio per la protezione di Taiwan o di alleati chiave come Giappone, Filippine e Corea del Sud. Tutti paesi centrali nelle catene tecnologiche e produttive avanzate che Washington sta cercando di consolidare come priorità di interesse nazionale assoluto, per esempio attraverso iniziative come “Pax Silica”, la rete strategica fondata su semiconduttori, infrastrutture digitali e sicurezza tecnologica integrata tra Stati Uniti e partner asiatici, europei e mediorientali.

Non è un caso che negli ultimi giorni Trump abbia mostrato una postura più prudente nei confronti di Pechino. Il rinvio dell’approvazione di nuove vendite di armi a Taipei, la risposta limitata alle nuove pressioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale e il mancato sostegno esplicito al Giappone nelle recenti tensioni verbali con Pechino sono stati letti da diversi osservatori come segnali di de-escalation tattica in vista del summit.

Trump punta infatti a stabilizzare parzialmente almeno il rapporto economico con la Cina dopo le tensioni commerciali degli ultimi mesi, nella consapevolezza che una vera intesa politico-strategica tra le due potenze resti sostanzialmente irraggiungibile. Sul tavolo vi sarebbero nuovi acquisti cinesi di soia e aeromobili americani, oltre alla possibile creazione di meccanismi permanenti di gestione delle dispute commerciali e degli investimenti.

In questo contesto, il dossier iraniano assume una rilevanza ulteriore. Se la crisi nello Stretto di Hormuz dovesse prolungarsi, Trump arriverebbe a Pechino con la necessità di chiedere indirettamente l’aiuto cinese per riportare Teheran al tavolo negoziale e garantire la sicurezza dei flussi energetici globali. Nel loro incontro, Araghchi e Wang hanno chiesto la riapertura ”prima possibile” del chokepoint, che però è parzialmente chiuso come rappresaglia tattica di Teheran, oltre che dal ”blockade” statunitense – ma l’ambiguità è parte della strategia.

La richiesta, invece tutt’altro che ambigua, avanzata dal segretario al Tesoro Scott Bessent a Pechino affinché utilizzi la propria influenza sull’Iran ha rappresentato un chiaro segnale. Washington riconosce implicitamente che la Cina dispone oggi di leve su Teheran che gli Stati Uniti non possiedono più. Ma per Pechino, la situazione presenta al tempo stesso rischi e opportunità.

Da un lato, la Cina ha un interesse diretto alla stabilizzazione della regione. Lo Stretto di Hormuz rimane essenziale per l’approvvigionamento energetico cinese, che basa parte del proprio mix sugli idrocarburi acquistati dal Golfo, e per il commercio asiatico con quella regione sempre più centrale e vivace. Un conflitto prolungato rischierebbe di danneggiare la crescita economica cinese in una fase già complessa.

Dall’altro lato, Pechino non vuole assistere a un indebolimento strutturale dell’Iran. Negli ultimi anni, Teheran è diventata un asset strategico della proiezione cinese in Medio Oriente: fornitore energetico a basso costo, partner nel processo di de-dollarizzazione e delle dinamiche di entità come la Shanghai Cooperation Organization e dell’espansione dei Brics, attore regionale capace di esercitare pressione indiretta sugli interessi americani. Il suo ruolo di leva emerge chiaramente in questo momento.

Pechino continua così a mantenere una linea calibrata: critica le operazioni americane e israeliane definendole illegittime, difende Teheran alle Nazioni Unite, ma allo stesso tempo spinge discretamente per una riapertura di Hormuz e per il ritorno ai negoziati. La leadership cinese sa che un accordo ridurrebbe inevitabilmente parte della capacità di pressione iraniana nella regione, ma ritiene allo stesso tempo che una crisi fuori controllo danneggerebbe interessi economici e strategici cinesi ben più ampi. La vera partita potrebbe dunque giocarsi proprio nel summit tra i leader di Stati Uniti e Cina.

Una fonte diplomatica prevede confidenzialmente che Xi proverà a sfruttare la vulnerabilità americana sul dossier iraniano per ottenere segnali più accomodanti sulla questione taiwanese. Pechino vorrebbe spingere Washington a modificare almeno linguisticamente la propria posizione su Taiwan, passando dal tradizionale “non supportiamo l’indipendenza” a un più netto “ci opponiamo all’indipendenza”. Una sfumatura apparentemente minima ma strategicamente significativa per la Repubblica popolare. Trump, almeno finora, ha resistito. Ma il problema per Washington è che una crisi iraniana ancora aperta riduce il margine di manovra americano.

Teheran sembra averlo compreso. Le richieste iraniane si stanno progressivamente irrigidendo mentre l’obiettivo iniziale americano – un accordo ampio e strutturale – si ridimensiona verso un’intesa più limitata e pragmatica, centrata soprattutto sulla de-escalation e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz.

In altre parole, la guerra con l’Iran si sta trasformando in qualcosa di diverso da un semplice confronto regionale. Sta diventando un fattore che influenza direttamente l’equilibrio negoziale tra Washington e Pechino. Ed è proprio qui che emerge il paradosso strategico della crisi. L’amministrazione Trump aveva aperto il confronto con Teheran anche per rafforzare la credibilità americana globale. Ma più il conflitto si prolunga, più aumenta il rischio che sia la Cina a presentarsi come attore stabilizzatore responsabile, mentre gli Stati Uniti appaiono intrappolati in un teatro che sottrae attenzione, risorse e leva diplomatica a quella che negli ultimi anni è stata raccontata come vera priorità strategica americana: l’Indo-Pacifico.

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