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Caccia grossa al paperone. Cinese. Nel Dragone è arrivato il momento di regolare qualche conticino con chi, in questi anni, ha portato il proprio denaro altrove. D’altronde, alla seconda economia mondiale servono soldi, se non altro perché la crescita è costantemente anemica (4,5% nel 2026), nonostante i buoni propositi del partito e il progressivo spostamento del baricentro industriale su tecnologia e Intelligenza Artificiale. E così le autorità cinesi hanno deciso di dare un giro di manovella, intensificando gli sforzi per tassare i trust offshore che detengono azioni di alcune società quotate a Hong Kong.

Di che si tratta? In altre parole, di tutti quei capitali che hanno lasciato notte-tempo la Cina per atterrare alla Borsa di Hong Kong, decisamente più al riparo dall’occhio indiscreto dello Stato cinese. Il più delle volte si tratta di patrimoni miliardari che, per sfuggire a improvvisi e non annunciati blitz fiscali da parte del governo centrale, hanno preso il volo per altri lidi. Alcune province e città, tra cui Jiangsu e Shenzhen, hanno richiesto proprio in queste ore ai titolari di questi trust di fornire alle autorità del Dragone informazioni finanziarie dettagliate, inclusi i guadagni da investimenti derivanti da dividendi e cessioni di azioni.

L’obiettivo è semplice: se non è possibile riportare tali capitali sulla terraferma, tanto vale tassarli. Una mossa che evidenzia una stretta sulle strutture offshore, da tempo considerate da Pechino una zona grigia per l’applicazione delle norme fiscali, nell’ambito dei crescenti tentativi della stessa Cina di tassare i capitali detenuti all’estero. I trust presi di mira dalle autorità fiscali sono stati utilizzati per investire in società costituite all’estero, comprese società quotate in borsa.

I trust offshore sono stati a lungo strumenti popolari per gli azionisti di società che miravano alla quotazione a Hong Kong, in parte perché erano in gran parte al riparo dal controllo delle autorità fiscali della Cina continentale. Tuttavia, gravata da un’economia stagnante e da un deficit di bilancio in aumento, la Cina ha cercato nuove fonti di entrate fiscali. E alla fine le autorità hanno intensificato gli sforzi per tassare l’ingente patrimonio patrimoniale non dichiarato dei cittadini all’estero.

Tutto questo, però, ha un prezzo. Il mercato, infatti, mal sopporta l’ingerenza dello Stato, specialmente quando si tratta di tasse. La stretta sui redditi dei trust, dunque, rischia di creare anche una notevole incertezza. In Cina non se ne sentirebbe il bisogno, vista la già massiccia fuga di capitali alla quale Pechino ha assistito lo scorso anno. In cui gli investimenti esteri diretti in Cina sono crollati di quasi 170 miliardi, facendo registrare il peggior esodo dal 1990 ad oggi. Ne vale la pena?

Caccia grossa ai paperoni fuggiaschi. La stretta cinese sui trust

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