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Gli attacchi coordinati lanciati nel fine settimana in Mali segnano un punto di svolta nella crisi securitaria del Paese e sollevano interrogativi che vanno oltre la tenuta immediata di Bamako. Secondo diversi osservatori, si tratta delle operazioni più estese e gravi da oltre un decennio, con combattimenti registrati nella capitale e in snodi strategici come Kidal, Mopti, Gao e Sévaré. La simultaneità delle offensive e la loro ampiezza geografica indicano un livello di coordinamento che segna un salto qualitativo nella capacità operativa dei gruppi armati.

A guidare l’offensiva sono due attori distinti: il Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (JNIM), affiliato ad al-Qaeda e attivo su scala nazionale, e il Fronte per la liberazione dell’Azawad (FLA), espressione delle rivendicazioni tuareg nel nord del Paese. Entrambi hanno indicato una cooperazione operativa in questa fase, ma si tratta di una convergenza tattica. I loro obiettivi restano divergenti: jihadista e transnazionale nel primo caso, separatista e territoriale nel secondo.

La pressione su Bamako è concreta. Attacchi ed esplosioni hanno colpito anche Kati, centro nevralgico del potere militare a pochi chilometri dalla capitale. Le modalità operative – incursioni rapide, uso di uniformi militari, capacità di infiltrazione – riflettono un’evoluzione nelle tattiche dei gruppi armati. A ciò si aggiunge il silenzio prolungato della giunta guidata da Assimi Goïta, che contribuisce ad alimentare un clima di incertezza sulla reale capacità di controllo della situazione.

Tuttavia, ridurre quanto sta accadendo a una semplice escalation militare rischia di essere fuorviante. Negli ultimi mesi il JNIM ha sviluppato una strategia che combina dimensione militare, pressione economica e logoramento politico. Il blocco dei rifornimenti di carburante attorno a Bamako già nel novembre scorso aveva evidenziato la capacità di colpire le infrastrutture critiche e di isolare la capitale. L’obiettivo appare sempre più chiaro: non solo colpire l’esercito, ma dimostrare l’incapacità della giunta di governare.

È in questo quadro che emerge una riflessione più ampia sul modello di sicurezza adottato dal Mali negli ultimi anni. Dopo il colpo di Stato del 2021, Bamako ha progressivamente interrotto la cooperazione con i partner occidentali, espellendo le forze francesi e la missione Onu e affidandosi al supporto russo, in particolare attraverso il gruppo Wagner – oggi riorganizzato come “Africa Corps” sotto il controllo diretto del ministero della Difesa di Mosca.

Questo modello ha risposto a una precisa esigenza del regime: garantire sicurezza immediata e protezione politica in cambio di accesso strategico e influenza. In una prima fase, ha effettivamente contribuito a rafforzare la tenuta della giunta e a conseguire risultati tattici sul terreno. Tuttavia, gli sviluppi recenti suggeriscono che tale approccio presenti limiti strutturali.

La criticità principale risiede nella natura stessa del modello. L’intervento russo privilegia la dimensione della sicurezza hard e della sopravvivenza del regime, ma non affronta in modo sistemico le fragilità istituzionali e territoriali dello Stato maliano. Non si traduce, cioè, in un rafforzamento della governance, della capacità amministrativa o del controllo effettivo del territorio. In assenza di questi elementi, i successi tattici restano difficilmente sostenibili nel tempo.

Gli eventi degli ultimi giorni sembrano confermare questa dinamica. Il ritiro da aree sensibili come Kidal, riportato da diverse fonti, e la difficoltà nel contenere un’offensiva coordinata su più fronti evidenziano una capacità limitata di stabilizzazione. In altri termini, il modello russo appare efficace nel sostenere regimi sotto pressione, ma meno nel costruire condizioni di sicurezza duratura.

Per Mosca, le implicazioni sono rilevanti. Il Mali rappresenta uno dei casi più emblematici della strategia post-francese nel Sahel e, più in generale, della proiezione russa nel continente africano. Un eventuale deterioramento significativo della situazione – fino a un collasso della giunta – non sarebbe soltanto un fallimento locale, ma metterebbe in discussione la credibilità di un approccio che si propone come alternativa a quello occidentale.

Al tempo stesso, è necessario mantenere una lettura analitica rigorosa. La possibile convergenza tra JNIM e FLA non implica una fusione politica. I due attori restano portatori di progetti incompatibili nel medio periodo, e la loro cooperazione risponde a una logica contingente. Questa distinzione è cruciale per evitare semplificazioni e per comprendere le possibili evoluzioni del conflitto.

Nel breve termine, la tenuta di Bamako resta l’indicatore più immediato. Nel medio periodo, però, ciò che si sta delineando è una crisi più profonda: non solo dello Stato maliano, ma dei modelli di intervento esterno che privilegiano la sicurezza senza investire nella ricostruzione delle strutture politiche e istituzionali. È in questo spazio di fragilità che attori jihadisti, movimenti separatisti e potenze esterne continuano a ridefinire gli equilibri del Sahel.

Mali, la crisi che espone i limiti del modello russo nel Sahel

Gli attacchi coordinati contro Bamako segnano un’escalation senza precedenti e mettono sotto pressione la giunta militare. Sullo sfondo, emerge una criticità strutturale: il modello di sicurezza promosso da Mosca garantisce sopravvivenza ai regimi, ma fatica a produrre stabilità duratura

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