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Sì, è vero. Per molti decenni è esistito uno slogan che riassumeva con straordinaria efficacia il corso della politica italiana. E lo slogan era semplice e alquanto chiaro. E cioè, in Italia “si vince al Centro e soprattutto si governa dal Centro”. Del resto, per quasi 50 anni la regola aurea del successo politico ed elettorale della Democrazia Cristiana, di comune intesa con i suoi partiti alleati, è rimasta questa.

Dopodiché, e con l’avvento del bipolarismo e del sistema elettorale maggioritario, le cose sono cambiate profondamente, ma la sostanza di quello slogan non è affatto passata di moda. Al punto che qualunque partito o coalizione che è andato al potere ha dovuto semplicemente fare i conti con quei due postulati della politica italiana. Ovvero, il consenso del mondo moderato e centrista resta un tassello centrale nella contesa politica ed elettorale da un lato, ma, soprattutto, si continua pervicacemente e testardamente a governare dal centro.

Dalla sinistra alla destra, dai populisti ai radicali, dai massimalisti ai sovranisti tutti indistintamente devono fare i conti non solo con la cultura di governo – che non sempre possiedono, anzi – ma proprio con il metodo di governare dal centro. Cioè, rinunciando a quegli estremismi, radicalismi, populismi e massimalismi con cui sono andati al potere. Ed è proprio su questo versante che, si potrebbe dire semplicemente, si misura la capacità di governo di un partito e di una coalizione.

Ma, nello specifico, non possiamo non aggiungere con forza che nessuno si può inventare centrista. O riformista. O moderato. E, su questo versante, diventa centrale, soprattutto in questa fase politica ancora fortemente caratterizzata dalla radicalizzazione del conflitto politico e dalla polarizzazione ideologica, che chi appartiene storicamente a questa cultura politica non rimanga ai margini, politicamente irrilevante, culturalmente inconsistente e programmaticamente ininfluente. Detto con altre parole, chi si riconosce in questa cultura politica ha il dovere morale, prima ancora che politico, di assumere un’iniziativa politica conseguente.

Del resto, sarebbe anche disonesto a livello intellettuale delegare a chi è storicamente, politicamente, culturalmente e forse anche eticamente distinto, distante e alternativo a tutto ciò che è riconducibile alla cultura politica di centro la facoltà di declinare un progetto di centro nel nostro paese. E sarebbe disonesto a livello intellettuale anche perché non solo tutto ciò significherebbe abdicare al proprio ruolo ma anche, e soprattutto, contribuire direttamente a liquidare ed azzerare un patrimonio politico e culturale dalle dinamiche concrete che caratterizzano la vita pubblica italiana.

Ecco perché il Centro, o la politica di centro, né si inventano e né possono essere declinati da un personale politico che non è affatto riconducibile a quel filone di pensiero.

Ed è anche per queste ragioni che, adesso, è compito dei centristi italiani – a qualsiasi cultura politica appartengono – battere un colpo ed iniziare ad intraprendere un cammino di presenza politica, culturale, sociale e programmatica. Senza ulteriori giustificazioni o motivazioni che poi risultano inspiegabili se non addirittura misteriose

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