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Durante le festività del Natale 2025 Papa Leone XIV ha dato plurime indicazioni per comprendere questo cambiamento d’epoca, dalle caratteristiche anche drammatiche, che stiamo vivendo e agire in esso con quella piena consapevolezza che la Chiesa non si mette semplicemente a camminare insieme – anche due ubriachi senza meta lo fanno – ma sa indicare una direzione rifacendosi al suo essere Madre e Maestra.

Questa benedetta Europa ha un enorme bisogno di ritrovare la sua bussola nel mondo e nella storia che non è finita ma presenta uno dei suoi tortuosi tornanti: infatti necessita, innanzitutto, di non essere definita dall’esterno come avviene dalla fine della seconda guerra mondiale con l’estensione ad essa della definizione occidentalista, che appartiene storicamente alla dottrina politica statunitense se si approfondiscono i vari aspetti dell’evoluzione della Dottrina Monroe che progressivamente spinge l’Europa, che non si è mai considerata prima di ottant’anni fa “occidente”, verso una idea di “vecchio” continente che perde progressivamente la sua centralità fino all’assorbimento in un emisfero che assume “vecchie” caratteristiche imperiali oggi in preoccupante evoluzione col ritorno allo scontro tra imperi.

Dunque serve, in premessa, comprendere le indicazioni del Santo Padre abbandonando ogni subalternità politica e ideologica, che è un po’ la radice dell’occidentalismo sempre in cerca di improbabili cappellani, che comporta una semplificazione che impedisce il superamento delle polarizzazioni le quali, come sono negative in ambito ecclesiale, lo sono anche in politica e nella geopolitica e questo serve per avere a che fare con la complessità della realtà che necessita di identità chiare. Su questa linea i cattolici dovrebbero ritrovare la strada e l’unità possibile di un protagonismo perso da tempo a causa della diaspora, pur con segnali di interesse di molti giovani e giovanissimi per il loro migliore e autonomo pensiero politico, il popolarismo che ha formulato il sogno europeo di De Gasperi, Adenauer e Schuman, di cui c’è bisogno sia come frangiflutti anti-ideologico sia come messa a terra laica delle indicazioni che altrimenti si perdono in buoni sentimenti che, alla prova dei fatti, riducono una ispirazione a questione antica e da preti dovendo prima rispondere ai poli di appartenenza e agli equilibrismi in essi insiti che più che laici vogliono “cattolicisti”, “cristianisti” e fin anche laicisti.

La via indicata dal Pontefice, che parlando di Dio ci ricorda che nel resto del mondo esso ha un ruolo fondamentale che l’Europa deve tornare a capire riscoprendo le sue radici per ritrovare il suo ruolo, è chiara e se si mettono in fila le sue indicazioni, ben percorribile: innanzitutto, rifacendosi all’esempio di Dorothy Day ha detto che “Gesù è venuto a portare il fuoco: il fuoco dell’amore di Dio sulla terra e il fuoco del desiderio nei nostri cuori. In un certo modo, Gesù ci toglie la pace, se pensiamo la pace come una calma inerte. Questa, però, non è la vera pace. A volte vorremmo essere “lasciati in pace”: che nessuno ci disturbi, che gli altri non esistano più. Non è la pace di Dio. La pace che Gesù porta è come un fuoco e chiede molto. Ci chiede, soprattutto, di prendere posizione. Davanti alle ingiustizie, alle diseguaglianze, dove la dignità umana è calpestata, dove ai fragili è tolta la parola: prendere posizione. Sperare è prendere posizione. Sperare è capire nel cuore e mostrare nei fatti che le cose non devono continuare come prima. Anche questo è fuoco buono del Vangelo”.

C’è una evidente dimensione educante in questa indicazione, una spinta ad una alleanza educativa per riconnettere popolo ed istituzioni, capace di sorreggere politica ed economia e dunque la diplomazia considerando queste ultime anche alla luce dell’aumento dei cattolici europei, circa 740.000 dai dati ultimi e che vede lo stupore di una enorme crescita esponenziale decennale dei sacramenti a cui tornano i giovani, si pensi ai numeri ad esempio francesi,+ 160% di battesimi per adulti e adolescenti, ma si potrebbero registrare i picchi in Austria e nel Regno Unito, dove la spinta ideologica che da decenni è stata come una cappa, desiderosa di “rifare” una Chiesa dipinta morente e indietro di duecento anni, si è finalmente incrinata.

Dunque se la buona politica torna a Sperare deve prendere posizione anche per dare rappresentanza al popolo che non merita semplificazioni ma risposte alla complessità e all’identità, altrimenti sarebbe una sterile discussione su una generica partecipazione sempre più ristretta e calante che inceppa una democrazia che non si può non volere integrale e dinamica come insegnava Aldo Moro.

Chiaro è quindi Leone XIV nel suo messaggio per la LIX Giornata mondiale per la pace che deve essere una realtà sperimentata e di cui l’Europa deve farsi memoria e promemoria sullo scacchiere internazionale anche di fronte ad un riarmo senza precedenti che esula dalla legittima difesa che bisogna tornare a considerare secondo i padri fondatori democratici cristiani, tutt’altro che subalterni culturalmente, quando discussero di Nato e soprattutto di CED, “Comunità europea di difesa”, che avevano la preoccupazione per le giovani generazioni: “… oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e sicurezza. Tuttavia “chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace”. Così Sant’Agostino raccomandava di non distruggere i ponti e di non insistere col registro del rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui”.

L’originalità del pensiero papale, nel suo sguardo complessivo  potrebbe essere ulteriormente approfondita attraverso un parallelo sia con Papa Leone XIII, Chesterton e il “distributismo” sia con il pensiero di don Luigi Sturzo: la conclusione va però collegata ad un aspetto importante che il Santo Padre sottolinea confermando una posizione cattolica su cui, tra l’altro, il processo europeo è stato fondato, ovvero la lotta al nazionalismo (che, come già scritto nella seconda puntata di “Benedetta Europa”, potrebbe ritrovarsi in una sorta di internazionale nazional-conservatrice) che da sempre si illude, illude, divide e nella storia ha spesso pensato alla scorciatoia del riarmo: “purtroppo fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata, I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio”.

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