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Comunque contro. La conferenza stampa di inizio anno del premier Giorgia Meloni si è mossa lungo un copione ormai riconoscibile: ritualità istituzionale, schermaglie controllate con i cronisti, messaggi destinati più ai rapporti di forza che alla contingenza. Ma mentre a Palazzo Chigi va in scena una politica sempre più centrata sulla leadership, fuori dai palazzi si addensano segnali di radicalizzazione: le manifestazioni pro Maduro, le piazze pro Palestina schierate per Hannoun, la convergenza di mondi ideologicamente diversi ma unificati dall’anti-occidentalismo e dall’anti-melonismo. In questo scenario, Claudio Velardi, direttore de Il Riformista, legge una dinamica più profonda: il rafforzamento della premier e, al tempo stesso, l’assenza strutturale di un’alternativa credibile, in Italia come in Europa.

Direttore Velardi, che conferenza stampa è stata quella di Meloni?

È stata la classica conferenza stampa di inizio anno. Dal punto di vista dell’impianto e anche della rispondenza sul piano mediatico non c’è una grande differenza rispetto agli anni scorsi. Però, con il passare del tempo, Meloni si rafforza. Gioca con i giornalisti come il gatto con il topo. Per la maggior parte del tempo è tranquilla, poi a un certo punto tira fuori gli artigli e si toglie qualche sassolino dalla scarpa. Anche ai giornalisti conviene essere parte di questo gioco: ognuno recita la propria parte. Alla fine è una commediola che serve a qualcuno per lamentarsi e per prendersela con Meloni.

Al netto della ritualità, quali elementi politici sono emersi davvero?

Alcune cose sono venute fuori. Una, significativa, riguarda i magistrati. Non perché abbia detto qualcosa di nuovo, ma perché si è esposta direttamente sul fronte del referendum sulla giustizia. È un’esposizione politica vera. Ora bisogna capire che reazioni produrrà nel fronte del no. È facile prevedere una radicalizzazione ulteriore degli animi.

Radicalizzazione che sembra andare oltre il tema della giustizia.

Sì, perché questo tema si incrocia con una tendenza più generale. Le radicalizzazioni oggi tendono a omogeneizzarsi, ad accorparsi. Succede nel mondo e succede anche in Italia. Prima della caduta del Muro avevamo due blocchi, oggi teoricamente sono tre, ma di fatto restano due: da una parte Cina e Russia, dall’altra gli Stati Uniti. In mezzo c’è l’Europa, che dovrebbe stare con l’America, ma lo fa da spettatore e non da protagonista.

In Italia questa dinamica come si traduce politicamente?

Nel fatto che il fronte delle radicalizzazioni tende a riunificarsi. Antisemiti, pro Palestina, pro Putin e ora i pro Maduro. Una convergenza chiaramente anti-americana. Il termine “Occidente” sta diventando sempre più retorico. I valori dell’Occidente oggi sono presidiati da Trump, che ne dà una versione molto particolare, lontana dalla nostra tradizione liberale e democratica europea. Ma in mancanza di altri presidi, visto che l’Europa non si vede, se lo scontro diventa tra Trump e Putin, io sto dalla parte di Trump.

Le piazze di questi giorni – da Maduro a Hannoun – rientrano in questo schema?

Assolutamente sì. Tutta la sinistra anti-occidentale, anti tutto, si unifica attorno a queste battaglie: pro Hamas, pro Maduro, pro Putin. È uno scenario triste, ma che ha una sua logica interna. Trovano il loro punto di unificazione nell’essere contro Meloni e contro il governo.

Sul piano elettorale questo fronte può diventare competitivo?

No, non c’è trippa per gatti. Le elezioni si giocano sulle leadership. E la leadership di Meloni oggi non è minimamente attaccabile. Possono fare tutte le aritmetiche che vogliono sul campo largo, ma la sua leadership non è in discussione. Anzi, Meloni sarà probabilmente il primo leader dell’Italia repubblicana moderna a portare a termine il mandato.

C’è uno scenario che potrebbe incrinare questo equilibrio?

Un problema potrebbe emergere solo in caso di sconfitta al referendum sulla giustizia. Lì potrebbero esserci degli strascichi, dei sentimenti negativi. Ma mi sembra un’ipotesi piuttosto remota.

Lei spesso paragona il campo largo all’Unione europea. Perché?

Perché condividono lo stesso difetto strutturale. Sia l’Ue sia il campo largo hanno un atteggiamento esclusivamente difensivo nei confronti degli avversari. Lavorano in negativo. Il campo largo non ha una leadership vera, non ha un programma, non ha un’idea progettuale. L’unico collante è l’anti-melonismo.

E questo cosa produce?

Produce somme di debolezze che non diventano una forza. Ci sono due problemi di fondo: la governance e il demos. Campo largo e Unione europea non hanno leadership e non hanno un popolo. Non esiste una proposta alternativa riconoscibile. Questa è la realtà. Prima o poi il campo largo dovrà dire cosa vuole fare davvero per vincere. Altrimenti resterà solo una coalizione contro qualcuno, non per qualcosa.

Dai pro Maduro ai pro Putin. La radicalizzazione della sinistra è una garanzia per Meloni. Parla Velardi

Il presidente del Consiglio alla conferenza stampa di inizio anno si espone sul referendum della Giustizia. Gli avversari si radicalizzano e utilizzano come unico collante l’essere anti-governativi, ma senza reali proposte alternative. L’Ue ha perso la bussola ed è in crisi di leadership. Le piazze pro Maduro, pro Putin e pro Hannoun sommano gli estremismi. Fra gli ayatollah e Trump? La scelta, difficile, è comunque l’America. Colloquio a tutto campo con il direttore del Riformista, Claudio Velardi

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