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A prima vista potrebbe sembrare una sorta di transumanza finanziaria. Decine di imprese che si spostano da una parte all’altra, con un non trascurabile fardello di investimenti al seguito. Succede in Cina, ai tempi delle grandi riflessioni sul futuro della seconda economia globale. La frontiera per Pechino ora è il mantenimento del monopolio, mai così in discussione da quando Stati Uniti ed Europa hanno, finalmente, aperto gli occhi, delle terre rare. Il che fa rima con tecnologia e quindi Intelligenza Artificiale, il vero terreno di scontro negli anni avvenire. Il problema è però forse un altro: molte aziende cinesi, non si fidano più così tanto del loro stesso Paese. Troppe regole, troppe tasse e rischi geopolitici crescenti.

Tanto basta per molte imprese del Dragone a cambiare aria. Lo chiamano Singapore washing, ovvero lo spostamento di affari e investimenti nella città stato indipendente a Sud della Malesia, per sfuggire all’anemia dell’economia cinese. Che Singapore sia da decenni uno degli hub finanziari dell’Oriente è risaputo. Ma forse è meno risaputo come numerose realtà industriali della Repubblica popolare stiano progressivamente abbandonando la Cina in favore di lidi più sicuri. Il motivo è semplice: oggi Singapore vanta un ecosistema decisamente più favorevole rispetto a quello cinese, a cominciare da una minor ingerenza delle autorità.

La prova? Se nel 2024 le imprese cinesi esodate rappresentavano una quota poco sopra il 20% di quelle totali, oggi sono circa la metà. “Molte aziende cinesi stanno cercando di espandersi a livello internazionale in risposta a una crescita più lenta a livello nazionale”, ha spiegato il presidente del gestore di asset Edb Png Cheong Boon. “Negli ultimi anni, le aziende con sede in Cina hanno ampliato la loro impronta qui a Singapore”. Al punto che l’anno scorso, la Cina ha superato gli Stati Uniti come la più grande fonte di investimenti in immobilizzazioni a Singapore, rappresentando il 20,6% rispetto al 17,3% delle imprese americane.

Quella finanziaria, però, non è l’unica bolla cinese scoppiata. Anche sulle terre rare, come accennato poc’anzi, le cose stanno prendendo una piega diversa. Premesso che ad oggi Pechino è ancora proprietaria del 70% delle miniere, con annessa infrastruttura di raffinazione, dislocate per il globo, sia dall’Europa, sia dagli Stati Uniti arrivano i primi segnali di un cedimento della linea cinese.

Il Vecchio continente, tanto per cominciare, ha cominciato a stoccare minerali critici, tanto che l’Italia si è resa disponibile, e probabilmente ci riuscirà, a ospitare uno dei depositi dentro il quale ammassare scorte di materie prime strategiche. Una scelta in scia con quanto fatto fin qui dagli Stati Uniti, anche se Washington ha agito su due binari.

In primis, lo stesso Donald Trump ha lanciato il Project Vault, una iniziativa da 12 miliardi di dollari complessivi per creare una scorta di minerali strategici e mettere al sicuro le catene di approvvigionamento. C’è poi la fitta rete di accordi sottoscritti da Washington con alcuni Paesi terzi fuori dall’orbita cinese: Ucraina, Canada, Brasile, Australia. Obiettivo, aprire un canale di approvvigionamento che non sia quello riconducibile al Dragone.

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