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Gli attacchi coordinati di Stati Uniti e Israele all’interno dell’Iran segnano una significativa escalation, non perché siano state segnalate esplosioni a Teheran, ma perché Washington ha superato una soglia strategica.
Questo non è l’inizio di una nuova guerra. È la fase successiva di un conflitto che si sta sviluppando gradualmente dall’ottobre 2023, un conflitto che è passato da scambi per procura e operazioni ombra a un confronto diretto tra stati.
Il 28 febbraio, gli Stati Uniti sono passati da un ruolo di supporto strategico a un ruolo di visibile attore cinetico al fianco di Israele. Questa decisione cambia l’equazione geopolitica. Quello che era principalmente uno scontro tra Israele e Iran ora porta con sé una dinamica di escalation diretta tra Stati Uniti e Iran.
Per i decisori politici a Washington e nelle capitali europee, le implicazioni sono immediate e strutturali.
Dal 2024, il confronto tra Israele e Iran si è evoluto in più fasi: scambi di missili e droni, attacchi israeliani all’interno del territorio iraniano, una campagna aerea prolungata nel 2025 contro infrastrutture nucleari e un crescente coinvolgimento operativo americano. Ogni round ha abbassato la soglia. Ogni scambio ha normalizzato azioni che, solo due anni fa, sarebbero state considerate straordinarie.
Il tabù di lunga data contro gli attacchi diretti tra stati tra questi attori si è di fatto eroso.
Non si tratta di un singolo fallimento della deterrenza. È un affaticamento della deterrenza.
Le linee rosse non sono scomparse; sono diventate flessibili. L’escalation viene ora gestita attraverso cicli di ritorsioni calibrate e segnalazioni di rischio, piuttosto che con una rigida elusione.
Ciò rende più probabili errori di calcolo.
Per Washington, l’attacco coinvolge gli Stati Uniti più direttamente nel confronto, in un momento in cui la loro capacità strategica è già al limite: sostenere l’Ucraina, gestire le tensioni nell’Indo-Pacifico e gestire le pressioni politiche interne. Un’escalation prolungata con l’Iran complicherebbe le decisioni sulla postura di forza in diversi teatri.
Per l’Europa, i rischi sono più immediati ed economici.
I mercati energetici rimangono sensibili all’instabilità nel Golfo. Anche una limitata interruzione marittima nei pressi dello Stretto di Hormuz può trasmettere volatilità ai prezzi dell’energia europea, ai costi assicurativi e alla stabilità della catena di approvvigionamento.
Sebbene l’Europa abbia ridotto la dipendenza dall’energia russa, rimane esposta alle dinamiche di approvvigionamento e alle rotte marittime mediorientali.
Inoltre, l’escalation rischia di mettere alla prova la coesione della Nato. I governi europei saranno sottoposti a pressioni per calibrare attentamente le loro risposte, bilanciando la solidarietà dell’alleanza con le realtà economiche e politiche interne.
La questione strutturale più ampia è che questo confronto si sta svolgendo non in un sistema multipolare stabile, ma in uno frammentato e multicentrico.
Gli stati nazionali rimangono attori principali, ma l’escalation è amplificata da proxy, attori informatici, milizie non statali, punti di strozzatura marittimi e mercati finanziari.
In un simile contesto, l’escalation raramente si sposta verticalmente in una guerra immediata su larga scala. Si diffonde prima orizzontalmente, attraverso fronti di delega, operazioni informatiche, segnalazioni marittime e volatilità del mercato.
Ci si aspetta che l’Iran risponda in modo calibrato: sufficientemente visibile da riaffermare la credibilità della deterrenza, sufficientemente contenuta da evitare un’escalation che minacci il regime. Teheran ha storicamente fatto affidamento su risposte stratificate: azioni indirette attraverso milizie allineate, attività informatiche e pressione nei pressi dei corridoi di transito energetico.
Il rischio maggiore è la normalizzazione cumulativa.
Il vero pericolo non è un singolo attacco.
È il graduale abbassamento delle soglie di escalation, perché nel sistema frammentato di oggi, le guerre raramente iniziano con dichiarazioni formali. Evolvono gradualmente, radicandosi prima che i leader politici ne assorbano pienamente le conseguenze.
Per i decisori politici statunitensi ed europei, la sfida non è semplicemente gestire i cicli di ritorsione. È impedire che la normalizzazione dello scontro diretto diventi una caratteristica duratura dell’ordine regionale.
Se l’escalation diventa routine, ripristinare una deterrenza credibile diventa più difficile. Se si prevede una ritorsione, le vie di fuga diplomatiche si restringono.
Le prossime settimane determineranno se questo episodio rimarrà contenuto o segnerà una fase più prolungata della tensione tra Stati Uniti e Iran. Entrambi gli esiti comportano implicazioni per il coordinamento transatlantico, i mercati energetici e la stabilità globale in generale.
Sia per Washington che per Bruxelles, il compito strategico è chiaro: mantenere la coesione dell’alleanza, proteggere la stabilità economica e impedire che l’escalation si estenda oltre l’intento originario di deterrenza.
In un mondo in cui il potere è diffuso e le soglie sono elastiche, gestire l’escalation potrebbe rivelarsi più difficile che innescarla.

Usa-Israele, fino a dove arriverà l’escalation in corso

Di Marco Vicenzino

Gli attacchi coordinati di Usa e Israele in Iran segnano il superamento di una soglia strategica: non l’inizio di una nuova guerra, ma l’evoluzione di un conflitto che dal 2023 erode deterrenza e tabù. Washington entra in prima linea, con effetti su mercati energetici, coesione atlantica e postura globale. Il rischio vero è la normalizzazione dell’escalation in un sistema frammentato, dove le soglie diventano elastiche e gli errori più probabili. Il commento di Marco Vicenzino 

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