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L’11 settembre ha segnato una cesura nella storia strategica dell’occidente e nell’assetto geopolitico globale. Per la prima volta un attore terroristico non statale, dotato di risorse relativamente limitate, riuscì a colpire il centro della principale potenza militare mondiale, a chiamare in causa l’intera Alleanza atlantica e a produrre effetti sistemici sull’economia internazionale, dimostrando che una minaccia asimmetrica poteva incrinare, con mezzi ridotti, la capacità di tenuta politica, militare e finanziaria dell’occidente. L’errore compiuto negli anni successivi è stato considerare quella vulnerabilità come il prodotto eccezionale di una fase ormai conclusa, anziché come l’anticipazione di forme di conflitto destinate a ripresentarsi con strumenti, attori e modalità differenti.

Dal 2001 a oggi il jihadismo è cambiato profondamente, ma non per questo può essere considerato meno preoccupante. Al contrario, un atlante storico del fenomeno mostrerebbe che, prima del 2001, la sua presenza era limitata geograficamente a uno spazio piuttosto circoscritto. Da allora, nonostante la guerra che gli è stata condotta, il proselitismo jihadista si è allargato. È cresciuta l’estensione territoriale dei movimenti, si sono moltiplicate le sigle e non si è smarrita la minaccia nei luoghi nei quali il jihadismo era già radicato. In alcuni casi, anzi, quella presenza si è ulteriormente rafforzata, fino ad assumere caratteri quasi statuali. Una parte del fenomeno ha persino compiuto un passaggio politico. Evoluzione individuabile in Afghanistan, Siria e nel braccio politico di al Qaeda. O, ancora, nella galassia di nuove sigle provenienti dal Daesh, che ne hanno ampliato e complicato il quadro. Tanto che, se si ricostruisse oggi una storia quantitativa e geografica del jihadismo, si troverebbe una presenza dei movimenti jihadisti molto più estesa; il Sahel ne è una delle manifestazioni più evidenti, così come lo sono alcune parti dell’Asia.

La lezione, dunque, non è che la minaccia sia scomparsa o si sia ridotta, ma che abbia cambiato forma, articolandosi in realtà differenti e radicandosi in spazi nuovi. L’aspetto che suscita maggiore preoccupazione riguarda però la sinergia che si sta sviluppando fra terrorismo e criminalità organizzata. Questo fenomeno, particolarmente visibile nel Sahel, vede oggi una grande espansione territoriale e operativa. Vi è stata, da questo punto di vista, un’azione molto forte da parte dell’Iran e di altri soggetti affinché si consolidasse un rapporto tra il crimine organizzato – in particolare il narcotraffico, il traffico di armi e quello di esseri umani – e il terrorismo. Quest’ultimo si finanzia attraverso tali attività, le facilita e, progressivamente, finisce per ibridarsi con esse. Non si tratta soltanto di una vicinanza operativa o di un rapporto di convenienza. In alcuni casi, infatti, i confini tra criminalità comune e terrorismo diventano più difficili da distinguere: gruppi legati, in misura diversa, all’Iran e ad altri attori del jihadismo, impegnati nel narcotraffico, nel traffico di stupefacenti e in forme ordinarie di criminalità, ma che nello stesso tempo mantengono una parentela con il terrorismo.

Reti criminali che operano nel mercato illegale e che conservano collegamenti con soggetti o ambienti terroristici. Se occorre individuare il punto sul quale accendere il faro per il futuro, è dunque questa ibridazione. Essa può favorire ulteriormente la dimensione dell’attacco asimmetrico contro l’occidente e può farlo in una fase segnata dalle dinamiche di post-conflitto legate alla vicenda ucraina e a quella mediorientale. In tali contesti possono formarsi proseliti giovanili in numero rilevante. La combinazione fra criminalità, terrorismo e radicalizzazione rende più agevole il reclutamento, amplia gli strumenti di finanziamento e moltiplica le possibilità operative di soggetti che non si presentano più necessariamente nella forma tradizionale dell’organizzazione jihadista.

Per questa ragione, la prevenzione del jihadismo e delle sue espressioni terroristiche conserva intatta la propria centralità strategica. L’esigenza, riscontrata con Stefano Dambruoso, di una legge sul contrasto preventivo alla radicalizzazione nasceva dalla constatazione che vi erano giovani generazioni pronte a diventare simpatizzanti di Daesh. Oggi quella condizione non si è ridotta. Le vicende del Medio Oriente, al contrario, la stanno fortemente implementando, soprattutto tra i più giovani, come fenomeno di reazione a ciò che stanno vedendo. La prevenzione resta quindi un terreno centrale. Le organizzazioni jihadiste continuano a esistere e il loro messaggio può intercettare letture emotive dei conflitti e processi di radicalizzazione tra le nuove generazioni. La capacità di proselitismo non è scomparsa. Il fenomeno deve perciò essere considerato una priorità e non può essere valutato soltanto sulla base dell’assenza di attentati comparabili all’11 settembre.

L’errore più grave sarebbe infatti ritenere che, siccome non vi sono stati altri 11 settembre, il terrorismo jihadista sia oggi molto meno preoccupante. Il quadro reale indica il contrario. Dall’11 settembre a oggi il terrorismo è diventato più nascosto e più parcellizzato, ma anche più esteso. È presente in aree geografiche più ampie, ha assunto in alcuni casi una dimensione quasi statuale e politica, si è legato a fenomeni criminali che possono accrescerne la pericolosità. Da allora il terrorismo è diventato meno visibile, ma al tempo stesso più diffuso, più adattabile e più intrecciato con circuiti criminali capaci di ampliarne le risorse, le reti operative e, in ultima analisi, la pericolosità.

Formiche 227

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