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Per mesi la strategia è stata quella dell’indifferenza. Non nominare l’avversario, non alimentarne la visibilità, non concedergli spazio. Ma quando un fenomeno politico continua a occupare il dibattito pubblico, raccoglie attenzione mediatica e trova sponde nei sondaggi, la tattica dell’ignorarlo rischia di diventare un boomerang. È il caso del generale Roberto Vannacci, la cui traiettoria politica continua a interrogare il centrodestra e, in particolare, la leadership di Giorgia Meloni. Secondo Luigi Di Gregorio, docente di Scienza Politica all’Università della Tuscia, la premier ha compreso che la fase dell’indifferenza è terminata e che ora la partita si gioca sul terreno della narrazione politica. Una sfida che riguarda non solo gli equilibri del centrodestra, ma anche le prospettive delle prossime elezioni politiche.

Professore, perché Vannacci continua a occupare il centro della scena politica. Come si spiega questa potenza di fuoco?

Perché dispone di un vantaggio che in politica è sempre molto rilevante: la novità. La novità cattura attenzione, genera curiosità e produce visibilità. Vannacci, inoltre, è una novità fortemente polarizzante. E la polarizzazione, nel sistema mediatico contemporaneo, amplifica ulteriormente la presenza pubblica di un leader. Altri protagonisti politici – penso a Pina Picierno, ad esempio – possono avere posizioni importanti, ma non generano lo stesso livello di attenzione perché non producono divisione e conflitto.

La strategia del centrodestra di ignorarlo è fallita?

All’inizio aveva una sua logica. Ignorare un fenomeno emergente può servire a non alimentarlo. Tuttavia, osservando anche le recenti dichiarazioni di Meloni, sembra evidente che la strategia sia cambiata. Oggi Vannacci è diventato un leader riconoscibile e consolidato. Media e sondaggi stanno contribuendo a rafforzarne la figura. A quel punto l’indifferenza non è più sufficiente.

Quale sarà allora la contromossa di Meloni?

Provare a collocarlo in una categoria che storicamente funziona molto bene nell’elettorato di destra: quella del traditore. È una dinamica che Silvio Berlusconi ha utilizzato spesso con successo. Nel mondo della destra la dicotomia tra lealtà e tradimento ha una forza particolare. Quando vieni percepito come colui che mette in difficoltà la propria comunità politica, il consenso può rapidamente ridursi.

In questo senso vanno lette le accuse di lavorare contro il governo?

Esattamente. Meloni sta cercando di rappresentarlo come qualcuno che, di fatto, favorisce gli avversari e lavora per indebolire l’esecutivo. È un modo per spostarlo simbolicamente dall’altra parte del campo. Del resto una parte della sinistra guarda a Vannacci come a un possibile elemento di destabilizzazione del centrodestra. La presidente del Consiglio sta cercando di neutralizzare questa dinamica.

Può funzionare?

Può funzionare nella misura in cui la fiducia personale nei confronti di Meloni resta elevata. Oggi tutti i principali indicatori mostrano che il suo consenso continua a essere molto robusto. Questo le consente di avere ancora una notevole capacità di orientare il proprio elettorato.

Da dove arrivano i consensi di Vannacci?

I sondaggi raccontano una realtà interessante. Non sta pescando soltanto nell’elettorato della destra tradizionale. Intercetta anche quote di astensionismo e segmenti provenienti dal Movimento Cinque Stelle. C’è una componente di voto di protesta e di rabbia che attraversa trasversalmente gli schieramenti. Se sul piano della classe dirigente i movimenti si registrano soprattutto nell’area leghista, sul piano dell’opinione pubblica il fenomeno è molto più ampio.

Questo rende inevitabile guardare alle prossime politiche. Come la vede?

Quando mancano pochi mesi a un appuntamento elettorale importante bisogna osservare con attenzione questi movimenti. Molto dipenderà anche dalla legge elettorale. Non è escluso che Vannacci possa decidere di correre autonomamente, anche se sarebbe una scelta rischiosa.

Quanto pesa il tema della politica estera e del rapporto con la Russia?

È uno dei temi decisivi. In tutti gli schieramenti esistono sensibilità più o meno vicine alle posizioni russe. Tuttavia, nel centrodestra la linea di Meloni ha sempre prevalso. Se Vannacci dovesse entrare stabilmente in una prospettiva di governo, molte delle sue posizioni dovrebbero inevitabilmente confrontarsi con esigenze di normalizzazione e di compatibilità con una coalizione di governo.

La Lega appare la forza più esposta a questa sfida.

Sì, perché paga problemi che vengono da lontano. Dal 2019 in avanti il partito ha progressivamente perso consenso. È venuta meno parte della credibilità di Matteo Salvini e si è aperta una crisi di leadership che non è mai stata affrontata davvero. Allo stesso tempo non è stato chiarito il posizionamento politico della Lega. Il risultato è che il partito continua a interrogarsi su cosa voglia essere in futuro.

L’operazione Vannacci alle Europee è stata un errore?

A mio giudizio sì. Candidarlo come capolista in tutte le circoscrizioni è stata un’operazione che ha finito per creare un alter ego politico. Invece di rafforzare la leadership esistente, si è contribuito a costruire una figura alternativa e competitiva.

Guardando alle prossime politiche, chi parte favorito?

Se dovesse passare la riforma istituzionale, entrambe le coalizioni sarebbero incentivate ad allargarsi. Ogni voto in più potrebbe risultare decisivo. Tuttavia continuo a ritenere che nel centrodestra sia più semplice trovare una sintesi che nel centrosinistra. Da una parte c’è una leadership riconosciuta e forte. Dall’altra manca non solo un leader condiviso, ma persino un metodo condiviso per sceglierlo.

Qual è allora la vera occasione del centrosinistra?

Trasformare la prossima competizione in un referendum su Giorgia Meloni. È probabilmente l’unico terreno sul quale può sperare di costruire una proposta competitiva. Per il centrodestra, al contrario, l’obiettivo sarà evitare questa narrazione e presentarsi come una coalizione che governa da anni in una fase complessa, contrapponendosi a un campo avversario che appare ancora privo di una chiara identità politica e programmatica.

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