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Il Primo Maggio si ripresenta come una soglia simbolica e politica, un passaggio che richiama non soltanto la memoria del lavoro, ma soprattutto la responsabilità di orientarne il futuro. In un contesto nazionale attraversato da tensioni crescenti, in cui le piazze appaiono sempre più spesso segnate da intemperanze e recriminazioni esasperate, questa ricorrenza conserva tuttavia una sua peculiare capacità di equilibrio, forte di una tradizione di tolleranza e di una sostanziale, seppur imperfetta, unitarietà.

Eppure, sarebbe illusorio fermarsi alla dimensione celebrativa. Il vero nodo è altrove: nella necessità di andare oltre interventi parziali e letture contingenti. Le fragilità che oggi caratterizzano il lavoro e l’economia italiana non sono il frutto di una contingenza, ma l’esito di una lunga stagione segnata da carenze di visione. Governi succedutisi senza adeguata lungimiranza e una classe dirigente diffusa spesso incapace di cogliere la natura straordinaria dei cambiamenti hanno contribuito a consolidare ritardi strutturali, dentro una rete istituzionale ormai sproporzionata rispetto alle esigenze dell’era digitale e dell’intelligenza artificiale.

In questo scenario, la proposta di un nuovo patto sociale richiesto dalla Cisl,  può essere lo strumento per riallineare interessi e responsabilità, coinvolgendo lavoratori, imprese e istituzioni in un progetto condiviso. È su questo terreno — quello più comprensibile e concreto per i cittadini, che si gioca la vocazione unitaria delle organizzazioni del lavoro, la credibilità del sistema Paese, l’alternativa culturale a chi invoca “ben altro”, troppo spesso rivelatosi, negli ultimi decenni, un fattore di indebolimento.

Le misure varate dal governo in occasione del Primo Maggio vanno in tale direzione. Il sostegno all’occupazione giovanile e femminile, volto a migliorare un tasso di attività cronicamente insufficiente, così come l’alleggerimento fiscale sui salari legati alla produttività, rappresentano interventi coerenti. Analogamente, il contrasto al sottosalario, perseguito senza svilire la contrattazione collettiva ma escludendo dai benefici le imprese che non rispettano le soglie definite dalle organizzazioni rappresentative, si muove in una logica di equilibrio.

Tuttavia, la portata delle sfide impone uno sguardo ampio. La transizione energetica e la crescente instabilità delle catene globali di approvvigionamento, sempre più influenzate dalle grandi potenze, pongono interrogativi stringenti sulla tenuta delle nostre filiere. Il rischio è una progressiva perdita di competitività, aggravata dal declino del multilateralismo e dall’intreccio sempre più stretto tra potenza economica e forza politico-militare. In tale contesto, il tema dell’autonomia — italiana ed europea — assume i contorni di una vera e propria questione di libertà.

Ripensare il lavoro italiano significa allora affrontare efficienza produttiva, divari territoriali e valorizzazione delle eccellenze. È una sfida che chiama in causa in primo luogo le parti sociali, chiamate a incalzare governo e politica verso un approccio autenticamente repubblicano, fondato sulla collaborazione.

La storia, del resto, è chiara: le difficoltà affrontate con coesione si trasformano in opportunità, mentre le divisioni alimentano il declino. Il Primo Maggio, dunque, sia un’occasione per indicare ai lavoratori la direzione del futuro.

Perché il Primo Maggio non può più essere solo memoria. Scrive Bonanni

Il Primo Maggio non può fermarsi alla memoria. Tra fragilità strutturali, transizioni globali e nuove tensioni sociali, il lavoro chiede visione, responsabilità condivise e un patto capace di orientare il futuro, oltre misure contingenti e ritualità. Il commento di Raffaele Bonanni

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