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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato lunedì che lavorerà per far approvare la vendita degli F-35 all’Arabia Saudita, rendendo il Regno il primo Paese del Medio Oriente – oltre a Israele – a ottenere i caccia di quinta generazione. L’annuncio arriva alla vigilia della visita del principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) alla Casa Bianca, prevista per oggi.

La decisione segna un potenziale cambio negli equilibri di sicurezza regionali e inaugura una nuova fase della relazione strategica tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Sul tavolo della visita di MbS a Washington ci sono tre dossier intrecciati: l’accordo di sicurezza bilaterale, la possibile normalizzazione con Israele e, appunto, l’accesso saudita ai sistemi d’arma avanzati. L’annuncio di Trump è anche un’iniezione di fiducia sui colloqui, probabilmente con l’obiettivo di ottenere qualcosa in più da Riad in merito alla normalizzazione con Israele – parte degli obiettivi strategici anche del regno, su cui dopo la guerra a Gaza “si è tornati indietro dieci anni”, come dice riservatamente un diplomatico regionale.

Gli Stati Uniti hanno finora riservato l’F-35 ai propri alleati formali (Nato, Giappone, Australia). Israele resta l’unico Paese mediorientale dotato del velivolo, un elemento centrale per preservare il suo Qualitative Military Edge (QME), che dal 2008 il Congresso ha codificato per legge l’impegno a mantenerlo. Un’eventuale vendita ai sauditi dovrebbe dunque passare attraverso un processo di revisione congressuale, con margini concreti di opposizione e iter ben più complesso dell’annuncio trumpiano.

Tuttavia, Israele non si oppone in linea di principio alla fornitura a Riad, ma avrebbe chiesto all’amministrazione Trump di condizionare l’operazione a una normalizzazione formale tra l’Arabia Sauditla. Per il governo di Benjamin Netanyahu, concedere gli aerei senza ottenere contropartite diplomatiche sarebbe significherebbe sprecare un’occasione per raggiungere un risultato altamente strategico, segnante per il futuro dello stato ebraico – una dimostrazione che nonostante la guerra, e le migliaia di vittime civili palestinesi, il suo Paese resta altamente attraente, al punto di riuscire nella normalizzazione storica con il regno che custodisce i luoghi sacri dell’Islam.

C’è poi un elemento meno politico che riguarda le garanzie operative: Tel Aviv chiederà che gli F-35 sauditi non vengano schierati nelle basi occidentali del Regno, data la prossimità geográfica a Israele. È una garanzia tecnicamente superflua, visto le qualità operative anche a lunga gittata dei cacciabombardieri della Lockheed Martin, ma è significativa del clima generale di fiducia condizionata (al di là delle retorica sulla normalizzazione).

La posta in gioco nella visita di MbS 

La visita di Mohammed bin Salman a Washington si inserisce in una fase in cui Riad vuole consolidare una relazione strategica di lungo periodo con gli Stati Uniti. Come spiega l’analista saudita Ahmed al-Shihri, esperto di relazioni internazionali saudita, questo viaggio “non è una visita di cortesia, ma una visita di lavoro” destinata a produrre risultati concreti su più piani: politico, militare, economico e tecnologico.

Al-Shihri insiste sul valore strutturale del rapporto bilaterale: “La visita del Principe Ereditario negli Stati Uniti e il suo incontro con il Presidente Donald Trump riconfermano la solidità e la profondità delle relazioni saudita-americane, che durano da oltre novant’anni”. Riflettendo sulla copertura mediatica data negli Usa al viaggio, aggiunge: “Ho seguito sia i media democratici che quelli repubblicani, e sappiamo quanto siano diversi, a volte opposti: ho letto la stampa occidentale in tutte le sue sfumature. L’unica cosa che accomuna tutti, nonostante le divergenze ideologiche, è il riconoscimento unanime dell’importanza straordinaria di questa visita”. Per lo studioso, quello che rende unica la relazione saudo-americana è il modo in cui viene gestita: si lavora intensamente sui punti di convergenza, mentre le divergenze vengono rinviate al dialogo continuo. Questo ha garantito una durata di oltre ottant’anni”.

Un punto che al-Shihri considera particolarmente significativo è la crescente centralità internazionale del Regno. Lo esprime con una formula diretta: “Pochi giorni fa si è tenuta la riunione del G7 in Canada e l’Arabia Saudita è stata invitata. Prima ancora, è stata invitata al summit Brics. Perché invitare il Regno?”. E offre la sua risposta: “Le potenze del G7 hanno implicitamente ammesso: ‘Noi non siamo riusciti a gestire certi dossier cruciali, mentre il Regno ci è riuscito‘. Pensiamo alla crisi del Covid-19, alla guerra russo-ucraina, alla sicurezza della navigazione marittima, alla stabilità del mercato energetico dopo il taglio delle forniture russe all’Europa. L’Arabia Saudita è diventata il vero valvola di sicurezza della politica globale, dell’economia mondiale e della sicurezza energetica”.

Il messaggio che Riyadh vuole trasmettere a Washington passa anche dalla dimensione economica e tecnologica. Secondo al-Shihri, “tra i temi centrali ci sarà sicuramente l’intelligenza artificiale, la produzione di chip e semiconduttori”. Ricorda inoltre che con la Vision 2030 il Regno ha fissato un principio chiaro: “almeno il 50% del valore di ogni contratto deve rimanere nel Regno”. Questa linea, nell’intenzione dei sauditi, deve accompagnare una nuova ondata di investimenti industriali con partner americani.

“Gli accordi che verranno firmati, politici, militari, di investimento, commerciali, di partenariato tecnologico – spiega — genereranno milioni di posti di lavoro diretti e indiretti negli Stati Uniti e in Arabia Saudita, toccando tutte le fasce sociali e tutti i partiti. Ecco perché tutti i media americani e occidentali applaudono”.

Sul piano geopolitico più ampio, al-Shihri sostiene che il Regno si sia affermato come “mediatore affidabile e imparziale”. Secondo lui, la capacità saudita di mantenere “la stessa distanza da tutti i contendenti” spiega perché Riyadh venga considerata – anche da Washington – un attore utile nelle crisi internazionali. Questa percezione è uno degli asset che il Regno porta al tavolo del negoziato sull’accordo di sicurezza.

La dimensione simbolica della visita non è marginale. L’esperto la descrive come un’accoglienza che ha comportato la rottura di molti protocolli alla Casa Bianca per onorare questo grande ospite. “Abbiamo visto la Casa Bianca illuminata con la bandiera saudita, abbiamo sentito l’orchestra suonare musiche saudite alla presenza del presidente statunitense: un’immagine potente”. La lettura saudita è che si tratti di un messaggio sulla rilevanza del Regno in un Medio Oriente instabile, in cui gli Stati Uniti cercano partner affidabili.

Nel complesso, la visita offre l’occasione per rilanciare la cooperazione strategica tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Per Riyadh significa consolidare un percorso di trasformazione economica e industriale; per Washington significa assicurarsi un alleato centrale su energia, sicurezza regionale e tecnologia. E per entrambi rappresenta un momento per definire la cornice della relazione non solo fino al 2030, ma verso il 2050 e oltre. “È una relazione strategica che non dipende da chi siede alla Casa Bianca – democratico o repubblicano – perché gli Stati Uniti sono un Paese di istituzioni, e le istituzioni mantengono contratti e progetti per decenni. I presidenti cambiano, le grandi intese restano”, chiosa al-Shihri, che considera il rapporto pronto a “entrare in una nuova fase di integrazione strategica ancora più profonda e ambiziosa, verso un futuro che guarda al 2050 e oltre”.

Vi spiego la posta in gioco tra Trump e MbS. Parla al-Shihri

Di Emanuele Rossi e Massimiliano Boccolini

La visita di Mohammed bin Salman a Washington segna il tentativo di rilanciare la partnership strategica con gli Stati Uniti, in un momento cruciale per sicurezza, energia e tecnologia. Come osserva l’esperto saudita al-Shihri, è una trasferta pensata per produrre risultati concreti e confermare il ruolo crescente del Regno sulla scena globale da qui al 2050

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