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Il dibattito sorto dopo la proposta del vicepresidente della Commissione europea, Raffaele Fitto, sui fondi di coesione e la crisi energetica merita alcune considerazioni analitiche, tanto sul metodo quanto sul merito, al fine di fare chiarezza su una tematica nevralgica per le sorti non solo dell’Italia.

Cosa significa rivendicare il pragmatismo? Intanto non è il modo giusto di fare la cosa sbagliata, perché sento spesso descrivere il pragmatismo come una sorta di scorciatoia politica priva di ideali. Sì, il pragmatismo è stato dei padri fondatori dell’Unione europea, tant’è che non hanno scelto una via deduttiva per promuovere l’integrazione dei Paesi europei segnati dal conflitto. Hanno scelto una via pragmatica, per l’appunto quella di partire da un problema che, guarda caso, toccava le questioni di energia e critical materials dell’epoca, cioè carbone e acciaio.

Per strutturare un disegno politico, quindi, chi voglia guardare al tentativo che sta facendo il vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto come ad una soluzione di ripiego, a fronte di questioni di principio che non è possibile coniugare come il rigore nei bilanci, è lontano mille miglia dalla realtà. E ne spiego la ragione.

È infatti che in questa formulazione si salvaguarda, ancor prima del trovare una soluzione adeguata, il principio che fonda la dinamica del progetto europeo e il metodo che ne ha garantito il sempre maggiore successo: questo c’è di concettuale dietro il tentativo di Fitto.

Entrando, in seguito, nel merito delle questioni contingenti occorre una premessa. Cosa ha fatto sostanzialmente l’Italia attraverso la sua Presidente del Consiglio, ma anche con il suo ministro degli affari economici? Garantire risposte alle sfide derivate dal conflitto mediorientale. Ovvero l’Italia ha posto un problema che normalmente viene descritto dalle testate come una richiesta di maggiore flessibilità.

Su questo vorrei precisare che, come è stata usata questa espressione sul piano mediatico negli ultimi anni, noi potremmo chiamare richiesta di maggiore flessibilità tanto la richiesta fatta dal governo Renzi quando, in cambio del fatto di lasciare che la parte bassa del Mediterraneo diventasse pull factor per i movimenti di immigrati illegali, ottenne una maggiore flessibilità dei conti, quanto una richiesta di natura strategica: che è quella di avere maggiore flessibilità per investimenti strategici nel settore dell’energia. Cioè l’Italia, al pari di molti altri Paesi dell’Europa, si sta affrancando dalla dipendenza energetica nei confronti della Federazione Russa: ha fatto un suo piano che guarda a una proiezione naturale, vista la posizione nel Mediterraneo verso Medio Oriente ed Africa, per poter supportare, per l’appunto, sul piano strategico queste decisioni.

Mi riferisco, evidentemente, al piano Mattei per la cui integrazione serve avere maggiore agio nel promuovere investimenti strategici nel settore specifico degli investimenti energetici e degli impianti che abbiano capacità di proporre soluzioni, sia per l’estrazione che per lo stoccaggio, che per le rinnovabili, che per il nucleare. E ci sta, quindi, che l’Unione Europea supporti non semplicemente un cambio di definizioni sull’utilizzo dei fondi di coesione con lo scopo di alimentare la spesa corrente italiana per cercare di porre ristoro al tema delle bollette, ma piuttosto un dialogo promosso dal vicepresidente della Commissione per ottenere il riconoscimento di ciò che nella visione italiana si propone come strategica.

Questo mi sembra, dal punto di vista del merito, il passo avanti che il vicepresidente della Commissione è riuscito a far fare agli attori nazionali e agli attori europei su una questione di merito che, dal mio punto di vista, sarà suscettibile di ulteriori sviluppi. Sul modello di quello che la Commissione europea potrebbe concedere e al governo italiano, questo stesso modello potrebbe poi nel giro di poco tempo facilitare una riconversione degli investimenti europei in modo da garantire quell’affrancamento da terzi di cui ho parlato all’inizio della mia riflessione.

L’Unione europea ha un problema basilare: è molto relativamente un produttore di energia e ha un problema serio di energia, quindi da questo punto di vista necessita di costruzioni geopolitiche molto più degli Stati Uniti o della Federazione russa o della Cina. Quest’ultima ha una carenza oggettiva dal punto di vista dei prodotti fossili, ma uno strapotere altrettanto oggettivo sulla questione delle terre rare.

Per cui l’Europa deve fare di più su quella che è la questione strategica dell’energia. Ma per fare di più ha bisogno di una strategia più convincente. Credo che la riarticolazione dei fondi non sia che un primo passo per arrivare a questa strategia più convincente e, da questo punto di vista, il secondo passo è la discussione che gli Stati membri devono portare a compimento sul MMS, vale a dire il bilancio pluriennale dell’Unione.

Accanto a questo, ovviamente, quella capacità già citata dalla stessa Presidente del Consiglio in occasione della recente assemblea di Confindustria quando ha invitato l’Europa a fare meno cose ma più essenziali. La prima che viene alla mente è l’energia, la seconda la difesa e la terza la politica estera.

Infine aggiungerei la possibilità di realizzare in tempi brevissimi, come già alcuni Paesi membri hanno dichiarato, un mercato finanziario europeo unico e reale. Non dobbiamo dimenticare il ritornello pronunciato da un uomo attento come il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che insistentemente torna a ripetere che l’Europa è fatta di quasi 500 milioni di persone, quindi potenzialmente una realtà che, se più coesa, può garantire risultati maggiori degli stessi Stati Uniti.

 

Il lodo Fitto come garanzia strategica. Scrive Mauro

Chi voglia guardare al tentativo che sta facendo il vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto come ad una soluzione di ripiego, a fronte di questioni di principio che non è possibile coniugare come il rigore nei bilanci, è lontano mille miglia dalla realtà. E ne spiego la ragione. La riflessione di Mario Mauro, Coordinatore Ue per i corridoi di trasporto del Baltico, del Mar Nero e dell’Egeo

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