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La prima riunione dei ministri del Commercio del G7 sotto presidenza francese ha segnato l’avvio di un anno negoziale che si preannuncia decisivo per la governance economica internazionale. Dietro le formule diplomatiche su resilienza e cooperazione, emerge una realtà più complessa: il commercio è ormai uno strumento di sicurezza nazionale e di competizione strategica tra blocchi. E i minerali critici sono diventati il terreno decisivo di questa competizione, leva industriale e geopolitica da cui dipendono transizione energetica, supremazia tecnologica e autonomia strategica – dunque architrave della cooperazione nel Gruppo dei 7.

L’incontro, convocato in videoconferenza dal ministro francese delegato al Commercio estero Nicolas Forissier con la partecipazione dei principali partner industrializzati e del commissario europeo al Commercio, ha posto al centro quattro priorità: contrasto alle capacità industriali eccessive e alle pratiche non di mercato, rafforzamento delle catene del valore, modernizzazione del sistema multilaterale e sviluppo di un commercio digitale più sicuro e sostenibile.

Il riferimento alle capacità industriali eccessive rimanda implicitamente alla competizione sistemica con economie caratterizzate da forte intervento statale e sussidi pubblici, in particolare nei settori dell’acciaio, delle tecnologie verdi e della manifattura avanzata. Convitato di pietra, anche se non esplicitamente citato nel communiqué post-riunione, è la Cina. In questo contesto, il G7 mira a coordinare strumenti difensivi – dai controlli sugli investimenti agli strumenti anti‑coercizione – senza rinunciare formalmente alla retorica del libero scambio.

Tuttavia, il vero tema emerso nel confronto tra i ministri riguarda la stabilità del sistema commerciale occidentale dopo la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha bloccato i dazi annunciati dall’amministrazione Trump, aprendo una fase di forte incertezza politica e commerciale. La reazione della Casa Bianca, con la minaccia di misure tariffarie ancora più aggressive e il richiamo a poteri presidenziali già esistenti per aggirare eventuali ostacoli istituzionali, ha accentuato i timori di una nuova escalation protezionistica.

La necessità di evitare shock normativi per le imprese e garantire una transizione ordinata verso un nuovo quadro tariffario è stata indicata come condizione essenziale per preservare la fiducia degli operatori economici e la coesione transatlantica. In questa prospettiva, la cooperazione con Washington resta il pilastro imprescindibile per assicurare prevedibilità ai mercati e sostenere la crescita.

In questo contesto, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottolineato che dagli Stati Uniti sono arrivate rassicurazioni sulla volontà di non creare instabilità per le imprese europee, evidenziando l’importanza di proseguire un lavoro costruttivo con Washington per una rapida transizione verso il nuovo sistema. Tajani ha inoltre richiamato l’esistenza di un obiettivo condiviso su entrambe le sponde dell’Atlantico: garantire prevedibilità alle imprese, rafforzare il partenariato economico e sostenere la crescita. In questa prospettiva, la cooperazione con Washington resta il pilastro imprescindibile per assicurare prevedibilità ai mercati e sostenere la crescita.

L’attenzione si è concentrata anche – “soprattutto”, precisa una fonte informata delle discussioni – sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento di minerali e metalli critici, considerati l’architrave della transizione energetica, della digitalizzazione e delle industrie della difesa. L’idea di costruire un’alleanza politica e industriale tra paesi affini per ridurre la dipendenza da fornitori dominanti – anche qui, leggasi: Cina – rappresenta “uno dei dossier più sensibili dell’agenda economica occidentale”, aggiunge la fonte. E quello dei minerali critici, come emerso durante la maxi riunione di Washington del mese scorso, sta diventando uno dei principali legami tra Usa e Ue.

In questa cornice, si sta delineando un asse transatlantico rafforzato che punta a estendersi oltre i confini tradizionali del G7, coinvolgendo partner in Africa, Asia e America Latina. L’obiettivo è duplice: diversificare le fonti di approvvigionamento e offrire alternative economiche ai paesi emergenti, integrando sviluppo infrastrutturale, investimenti e cooperazione industriale.

La riunione di oggi ha inoltre preparato il terreno per la 14ª Conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio, prevista a Yaoundé a fine marzo. Il rilancio del WTO appare tuttavia subordinato alla capacità delle principali economie di conciliare politiche industriali nazionali sempre più assertive con regole multilaterali condivise.

Il calendario proseguirà con un nuovo incontro dei ministri del Commercio a Parigi a maggio, in vista del vertice dei leader a Évian a giugno. La presidenza francese punta a presentare il G7 come un blocco capace di definire standard economici globali in un’epoca di frammentazione.

Più che un semplice incontro tecnico, l’appuntamento ha mostrato come il commercio internazionale stia entrando in una fase post‑globalizzazione, in cui apertura dei mercati, sicurezza economica e competizione geopolitica sono sempre più intrecciate. Per l’Europa, e per i paesi mediterranei in particolare, la sfida sarà tradurre questa agenda in opportunità industriali e strategiche senza restare schiacciati tra le grandi potenze.

(Foto: X, @MarosSefcovic)

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Il G7 avvia sotto la presidenza francese un’agenda commerciale segnata da sicurezza economica, dazi Usa e competizione sistemica con la Cina, con focus su catene di approvvigionamento e minerali critici. L’obiettivo è preservare la coesione transatlantica e definire nuove regole in una fase di post‑globalizzazione e crescente protezionismo

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