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Il prossimo 2 giugno la nostra Repubblica compie ottant’anni. Si è trattato di un periodo non certo facile, per un Paese che usciva da una sconfitta rovinosa, malgrado il sacrificio di molti italiani – militari e civili – con conseguenti devastazioni del nostro territorio, crollo di numerose abitazioni, perdita di stabilimenti industriali e danneggiamento di alcuni tra i monumenti più belli di cui il nostro Paese è ricco.

Tra un violento scossone interno e l’altro, e malgrado le pressioni contrastanti da parte delle Grandi potenze, siamo riusciti a raggiungere un livello di benessere mai così diffuso in passato, anche se non ancora pari a quello raggiunto da alcuni Paesi, e non solo in Occidente, come la Germania, i Paesi scandinavi e il Giappone. Il bilancio, quindi, non può essere del tutto negativo, anzi!

A questo sviluppo ha corrisposto una linea di condotta, in politica estera, che ci ha conferito un ruolo di rilievo e un livello di stima notevole, come ponte tra opposte visioni del mondo, una considerazione ben superiore a quella di cui godiamo in altri settori, come in quello delle finanze pubbliche. Certo, ancor oggi forti pressioni vengono esercitate su di noi, ma siamo in grado di gestirle con pazienza ed efficacia, senza danneggiare irreparabilmente i nostri interessi principali.

In questa crescita tumultuosa e un po’ caotica del Paese, le nostre Forze armate hanno subito una serie progressiva di trasformazioni, non esenti da traumi, per adeguarsi ai tempi che mutavano. All’inizio, e per lunghi anni, abbiamo mantenuto una postura puramente difensiva del nostro territorio, con la principale enfasi sul nostro confine orientale, privilegiando quindi le componenti aeroterrestri su quella marittima.

Ma, mentre eravamo pronti a respingere eventuali attacchi provenienti dall’allora famoso “Lubiana Gap”, il nostro Paese adottava uno sviluppo economico basato sulla trasformazione di materie prime – che non avevamo – in prodotti da esportazione. Il commercio marittimo, che ha contribuito a una crescita economica così veloce, ha richiesto una protezione che è diventata possibile solo negli anni 1970, grazie alle leggi promozionali che hanno, soprattutto, consentito all’Italia di dotarsi di uno strumento navale adeguato.

Dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, i nostri uomini e donne in uniforme hanno contribuito ai tentativi di stabilizzare le aree più critiche, dimostrandosi le più efficaci al mondo, sia pure al prezzo di dolorose perdite umane.

Ora siamo in piena anarchia internazionale: le Grandi potenze hanno il fiato corto, e lo si vede nella scarsa efficacia dei loro tentativi di imporre la propria volontà mediante l’uso della forza, Nazioni un tempo satelliti obbedienti o costrette a subire prevaricazioni dai più grandi di loro oggi riescono a reggere il confronto con tutti, e tentano di risolvere a proprio favore contese plurisecolari. Non mancano, in tutto questo, Paesi che ancora si sfasciano, piombando nel caos più assoluto.

Le nostre Forze armate, dopo un trentennio nel quale si erano dedicate, quasi esclusivamente, a contenere e stabilizzare il mondo intorno a noi, facendolo – bisogna dirlo – in modo egregio, hanno dovuto compiere l’ennesimo passo in avanti verso la costruzione, decenni dopo la fine della Guerra Fredda, di uno strumento operativo ad alta tecnologia e potenza distruttiva, pronto a dissuadere e, se del caso, contrastare, attori statali e non statuali che cerchino di danneggiarci.

Lo si nota sia nell’Esercito – che si sta riconvertendo dotandosi di armamenti e mezzi da guerra aperta – sia nella Marina, che sta modificando radicalmente il proprio strumento, riducendo le componenti da gestione delle crisi, fino a poco fa maggioritarie, a vantaggio di quelle da guerra ad alta intensità. L’Aeronautica, invece, gode della scelta, fatta a suo tempo, di privilegiare le funzioni “combat”, sia pure a svantaggio dei numeri complessivi, e si sforza di mantenere il passo con gli altri, sul piano dell’eccellenza tecnologica.

Questa trasformazione è decisamente rapida: infatti, il tempo stringe e le minacce si fanno sempre più serie. Ma siamo ancora agli inizi, i suoi risultati sono ancora lontani e quindi questi ultimi non potranno essere del tutto percepibili a chi seguirà, quest’anno, la parata del 2 giugno: certo, qualcosa si vedrà ma, ad esempio, i nuovi mezzi navali potranno essere visibili solo qualche giorno dopo, alla Festa della Marina di Palermo.

Inoltre, i mezzi pesanti dell’Esercito sono ancora in fieri, visto che molti di loro non hanno ancora completato la fase di progetto. Anche l’Aeronautica non potrà mostrare tutto ciò che è in cantiere, specie il nuovo aereo da caccia di prossima generazione, che le nostre industrie stanno sviluppando insieme alla Gran Bretagna e al Giappone.

Ma allora, a cosa serve la parata del 2 giugno? Cosa devono osservare i nostri concittadini che la vedranno in loco oppure in televisione?

Negli ultimi mesi abbiamo visto parate celebrative di altre Nazioni, che hanno cercato di mostrare la propria potenza, ma sono finite per mettere in mostra solo automi in divise rutilanti, che assomigliano alla versione mortifera delle ballerine da teatro d’opera, e che cercano di distrarre l’attenzione da mezzi, all’apparenza giganteschi e potentissimi, ma che per gli esperti sono solo la dimostrazione dell’arretratezza tecnologica del Paese che li produce.

In definitiva, il 2 giugno, anche se non sarà possibile vedere gran parte degli sforzi di ammodernamento in atto, sarà possibile, anzitutto, guardare in faccia e osservare i comportamenti dei nostri uomini e donne in divisa, che sono persone speciali. Dobbiamo essere orgogliosi di loro, per la loro qualità e dedizione, che ci è riconosciuta universalmente, anche da parte dei nostri alleati. Altrettanto dicasi dei nostri giovani, appartenenti ai Corpi di Sicurezza e di Soccorso, che sfileranno insieme ai primi, con eguale fierezza.

Poi potremo vedere qualcosa dei nuovi mezzi, almeno quelli meno pesanti, avendo ben presente che questi ultimi sono solo la punta di un iceberg che le Ffaa stanno costruendo, sia pure al prezzo di sacrifici economici non secondari.

Infine, la parata ci mostrerà – guardando negli occhi i nostri giovani, militari e civili – quanto sia radicato in loro il modello italiano di gestione delle crisi, che coniuga la disciplina con l’iniziativa, insieme alla notevole umanità di approccio verso gli altri.

In definitiva, la parata del 2 giugno dovrà essere il  momento di unione e di fratellanza tra tutti gli Italiani, consapevoli che le nostre Forze armate e i Corpi di Sicurezza e Soccorso ci rappresentano molto bene nelle missioni in Patria e all’estero, e svolgono in modo efficace il loro ruolo di dissuasione nei confronti dei malintenzionati, siano essi appartenenti a gruppi criminali e terroristi o Nazioni estere, oltre a essere pronti a stabilizzare, prevenire, sorvegliare e proteggere i nostri connazionali e i nostri interessi, come fatto in questi ultimi decenni.

Il volto della Repubblica passa anche dalle sue uniformi. Scrive Monteforte

Di Ferdinando Sanfelice di Monteforte

A ottant’anni dalla nascita della Repubblica, il 2 giugno richiama insieme il percorso del Paese, l’evoluzione delle Forze armate e il significato che queste continuano ad avere oggi. La parata diventa così l’occasione per cogliere una trasformazione ancora in corso, che non si esaurisce nei mezzi esibiti ma si riconosce soprattutto nella qualità umana e professionale di chi serve l’Italia in uniforme. L’analisi dell’ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte

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