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L’esecutivo di centrodestra ha ufficialmente raggiunto e superato il record del secondo governo Berlusconi, diventando il governo più longevo della storia dell’Italia repubblicana. Un primato politico di assoluto rilievo, che premia la tenuta della maggioranza e la determinazione dell’attuale leadership. Eppure, nel celebrare questo storico traguardo, la narrazione contemporanea sembra spesso soffrire di una selettiva amnesia. C’è un debito storico e intellettuale da saldare, un merito da riconoscere a chiare lettere: questa formula vincente non è nata per caso dopo le elezioni politiche del 2022, ma è frutto dell’intuizione geniale di un uomo: Silvio Berlusconi.

Se oggi l’Italia è governata da una coalizione di centrodestra solida e strutturata, una parte decisiva del merito va riconosciuta a lui. È stato il Cavaliere, nel fatidico 1994, a costruire un’alleanza che fino a quel momento sembrava pura fantapolitica. Con una mossa audace e visionaria, Berlusconi ha sdoganato la destra italiana, portandola per la prima volta nell’area della piena legittimazione politica e di governo e unendola alle forze moderate, cattoliche, riformiste, liberali e autonomiste.

Fu una svolta destinata a cambiare profondamente il panorama politico italiano. Berlusconi seppe compiere un’operazione politica che allora appariva quasi impossibile: mettere sotto lo stesso tetto culture politiche diverse e, fino ad allora, distanti per storia, identità e tradizione. Quella intuizione contribuì in modo decisivo alla nascita del bipolarismo della Seconda Repubblica e cambiò il modo stesso di concepire la competizione politica: non più soltanto partiti chiamati a contendersi singolarmente il consenso, ma schieramenti alternativi e riconoscibili, coalizioni chiamate a presentarsi agli elettori come possibili forze di governo.

Non solo. Berlusconi ha fatto molto più che mettere insieme delle forze politiche eterogenee per storia e valori e vincere delle tornate elettorali: ha forgiato una nuova grammatica della Repubblica. Ha costruito, mattone dopo mattone, la casa comune nella quale oggi abitano tutte le anime della coalizione. L’attuale maggioranza, che governa il Paese e ha conquistato questo straordinario record di longevità, non è altro che la filiazione diretta, l’evoluzione naturale di quel progetto originario. La stessa idea di un centrodestra capace di presentarsi unito agli elettori, di aggregare culture politiche differenti e di proporsi come alternativa organica alla sinistra affonda le proprie radici proprio in quella svolta del 1994 targata Silvio Berlusconi. Sostenere il contrario significherebbe ignorare una continuità politica e storica difficilmente contestabile.

In politica, ma non solo, i meriti sopravvivono, o perlomeno dovrebbero sopravvivere, a chi li ha generati. I trionfi di oggi sono inevitabilmente i frutti maturi di un seme piantato oltre trent’anni fa, dopo il rovinoso crollo della Prima Repubblica, con un coraggio e una visione fuori dal comune.

Va benissimo, dunque, applaudire a questa inusuale stabilità. È giusto riconoscere le indubbie capacità di chi oggi siede a Palazzo Chigi nel mantenere compatta la squadra di governo, in un momento storico estremamente complesso come quello attuale. Ma nessuno può e deve dimenticare che chiunque governi oggi il Paese con questa formula lo fa abitando in una casa progettata dalle fondamenta da Silvio Berlusconi, mentre una tempesta giudiziaria travolgeva i partiti storici e i loro leader. Riconoscere al Cavaliere i suoi immensi meriti, anche e soprattutto postumi, non è dunque un mero esercizio di nostalgia, ma un doveroso atto di riconoscenza e di onestà intellettuale. Per cui, diamo pure a Meloni quel che è di Meloni, ma se il centrodestra oggi governa stabilmente e macina record su record, il merito è innegabilmente anche di Silvio Berlusconi.

A Meloni quel che è di Meloni, al Cav quel che è del Cav. Il commento di Di Bartolo

Di Salvatore Di Bartolo

In politica, ma non solo, i meriti sopravvivono, o perlomeno dovrebbero sopravvivere, a chi li ha generati. I trionfi di oggi sono inevitabilmente i frutti maturi di un seme piantato oltre trent’anni fa, dopo il rovinoso crollo della Prima Repubblica, con un coraggio e una visione fuori dal comune

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