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La geografia della connettività globale è in gran parte invisibile. Non passa per porti o rotte commerciali tradizionali, ma per migliaia di chilometri di fibra ottica posati sui fondali marini – un’infrastruttura silenziosa da cui dipende oltre il 95% del traffico dati intercontinentale e, con esso, il funzionamento dell’economia globale.

È in questo contesto che, durante la plenaria dell’International Cable Protection Committee (ICPC) di Atene, Fabrizio Bozzato ha articolato una lettura che va oltre la dimensione tecnica e si colloca pienamente nel dominio strategico. Il punto di partenza è netto: il futuro della connettività globale non sarà deciso principalmente dall’innovazione tecnologica, ma dalla capacità di governarla.

“Abbiamo raggiunto un livello di maturità tecnologica tale per cui il vero differenziale non è più l’infrastruttura in sé, ma il modo in cui viene gestita”, perché “il rischio non è più soltanto fisico o accidentale. È sistemico. E richiede strumenti di governance che oggi sono ancora incompleti o disallineati”.

In una conversazione con Formiche.net, Bozzato insiste su un elemento chiave: i cavi sottomarini stanno cambiando natura. Non sono più soltanto asset commerciali, ma infrastrutture strategiche esposte a dinamiche geopolitiche sempre più evidenti.

“Per anni li abbiamo trattati come infrastrutture invisibili, quasi neutre”, spiega. “Oggi non lo sono più. Sono nodi critici di un sistema globale interdipendente, e come tali diventano oggetto di pressione, di competizione e, in alcuni casi, di interferenza”.

Il rischio non è più teorico. Nel settembre 2025, nel Mar Rosso, una nave che trascinava l’ancora avrebbe reciso due dei principali cavi tra Europa e Asia, causando un calo della connettività fino al 60% per alcuni servizi cloud e interruzioni complete in diversi Paesi. L’impatto economico è stato stimato in circa 3,5 miliardi di dollari. Episodi simili — tra 150 e 200 ogni anno a livello globale – sono spesso gestibili su scala regionale, ma diventano sistemici quando colpiscono nodi ad alta densità. In Europa, dove oltre il 90% delle imprese dipende dalla connettività internet, un’interruzione comparabile avrebbe effetti significativamente più ampi, amplificati dalla crescente dipendenza da cloud, dati e intelligenza artificiale.

È proprio questa dinamica – il passaggio da vulnerabilità tecnica a rischio sistemico – che trova nel Mediterraneo la sua espressione più evidente. Regione ad altissima densità di cavi, crocevia tra Europa, Africa e Indo-Pacifico, il bacino si configura come un laboratorio avanzato delle tensioni che attraversano la connettività globale.

Bozzato descrive un ambiente in cui i rischi si stratificano. Da un lato, le minacce tradizionali – attività sismica, frane sottomarine, pesca e ancoraggio. Dall’altro, un livello crescente di complessità legato a dinamiche ibride e attività “grigie”.

“Non si tratta più solo di cavi che si rompono: il problema è che sempre più spesso non è chiaro perché si rompano. Il confine tra incidente e azione intenzionale è diventato opaco. E questo complica enormemente la risposta, sia sul piano operativo sia su quello politico”.

Questa ambiguità, spiega l’esperto della Sasakawa, mette sotto pressione strumenti giuridici e meccanismi di coordinamento concepiti per un contesto diverso, meno competitivo e meno interconnesso.

È in questo quadro che l’Italia emerge come un caso di studio significativo. La sua posizione geografica – e in particolare il ruolo della Sicilia – la colloca al centro dei flussi di dati tra continenti. Ma, come osserva Bozzato, la risposta italiana non si è limitata a riconoscere una vulnerabilità.

“Il punto non è solo proteggere ciò che si ha. È trasformare una posizione geografica in un vantaggio strategico. L’Italia ha iniziato a farlo adottando un approccio sistemico, che mette insieme attori che tradizionalmente operavano in modo separato”.

Il riferimento è al cosiddetto approccio “whole-of-nation”, che integra difesa, marina, intelligence, autorità regolatorie e industria privata in un quadro coordinato. Non si tratta, però, semplicemente di coordinamento.

“Il salto vero è l’integrazione”, precisa Bozzato: “Coordinare significa mettere attori allo stesso tavolo. Integrare significa farli lavorare su una base informativa condivisa, con obiettivi operativi comuni e con la capacità di reagire in tempo reale”.

Al centro di questa architettura si colloca il Polo Nazionale della Dimensione Subacquea di La Spezia. Bozzato lo descrive come un hub capace di connettere domini diversi – militare, industriale e scientifico – e di costruire una visione unificata dell’ambiente subacqueo.

“Il Polo funziona come un moltiplicatore di capacità”, perché “permette di trasformare dati dispersi in conoscenza operativa, e questa conoscenza in decisione. È questo passaggio che consente di passare da una postura reattiva a una proattiva”.

Questo cambio di paradigma si concretizza nell’Undersea Domain Awareness (Uda), che introduce capacità di allerta precoce, rilevamento dei guasti e protezione delle rotte.

“Stiamo passando da un modello in cui interveniamo dopo l’incidente a uno in cui cerchiamo di anticiparlo. È una trasformazione profonda: da infrastrutture passive a sistemi strategici gestiti attivamente”.

Eppure, anche questo modello incontra limiti strutturali. Durante le discussioni ad Atene, uno dei nodi più evidenti riguarda la disponibilità delle navi di riparazione nel Mediterraneo.

“Non è tanto una questione di numeri assoluti”, chiarisce Bozzato. “È una questione di simultaneità e distribuzione. In un ambiente ad alta densità, basta che si verifichino più incidenti nello stesso arco temporale per mettere sotto pressione l’intero sistema”.

Il risultato sono ritardi nei ripristini, con effetti che non sono solo economici ma anche di sicurezza. A questo si aggiunge un altro elemento critico: la frammentazione normativa. Procedure divergenti, tempi di autorizzazione lunghi, sovrapposizioni di giurisdizioni.

“Il problema è l’eterogeneità delle regole, non la loro assenza. Quando un cavo attraversa più giurisdizioni, le differenze nei processi diventano un fattore di rischio. E il tempo, in questi casi, è una variabile strategica”.

È su questo punto che Bozzato sposta il discorso dal piano diagnostico a quello prescrittivo. Il vero gap, sostiene, è di policy. “La prima cosa da fare è sorprendentemente semplice. Designare i cavi come infrastrutture critiche. Senza questo passaggio, tutto il resto resta parziale”.

La designazione come infrastruttura critica, spiega, non è un atto simbolico. Attiva conseguenze operative concrete: priorità nelle riparazioni, procedure accelerate, maggiore chiarezza normativa e coordinamento più efficace tra Stati. “È una misura abilitante. Crea le condizioni per fare tutto il resto”.

Ma la designazione, da sola, non basta. L’esperto basato Tokyo delinea un quadro più ampio che include il rafforzamento degli strumenti esistenti – come l’Unclos – lo sviluppo di un dialogo regolatorio tra regioni e, soprattutto, la costruzione di meccanismi di condivisione operativa delle informazioni tra pubblico e privato.

È in questo contesto che Bozzato introduce il concetto di diplomazia delle infrastrutture. “Le infrastrutture critiche possono diventare piattaforme di cooperazione. In un contesto geopolitico frammentato, sono uno dei pochi ambiti in cui la collaborazione resta possibile, perché è nel interesse di tutti”.

Il punto, tuttavia, non è raggiungere una armonizzazione normativa completa – un obiettivo considerato irrealistico. “Non serve che tutti abbiano le stesse regole. Serve che i sistemi siano in grado di lavorare insieme”. È qui che entra in gioco il concetto di interoperabilità, inteso in senso operativo.

“Interoperabilità significa poter condividere informazioni, coordinare le risposte e agire con tempi compatibili,” spiega. “Non richiede uniformità, ma compatibilità. È una logica molto più pragmatica”. In questo processo, organismi come l’International Cable Protection Committee svolgono un ruolo cruciale, favorendo convergenza operativa senza imporre standard rigidi.

Sotto la superficie della discussione tecnica, emerge infine una trasformazione più profonda. I cavi sottomarini sono diventati parte integrante della competizione tra potenze.

“Le decisioni su dove passano i cavi, chi li possiede e come vengono protetti hanno ormai implicazioni geopolitiche dirette”, osserva Bozzato. “Non possiamo più separare la dimensione economica da quella strategica.”

Eppure, questa infrastruttura resta in gran parte invisibile al grande pubblico. Ed è proprio questa invisibilità, suggerisce, a rappresentare una vulnerabilità.

“La connettività globale si regge su un sistema che pochi vedono e ancora meno comprendono. Ma la sua resilienza dipende da qualcosa di molto visibile: la fiducia tra gli attori che lo governano”.

Cavi sottomarini, il nuovo equilibrio del potere globale. Conversazione con Bozzato

La connettività globale dipende da infrastrutture invisibili sempre più esposte a rischi sistemici. Fabrizio Bozzato, Senior Research Fellow alla Sasakawa Peace Foundation di Tokyo e diplomatico dell’Ordine di Malta, spiega a Formiche.net perché la vera sfida non è tecnologica, ma di governance

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