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Come nel gioco dell’oca, a volte si va avanti, a volte si va indietro. Esattamente quello che succede nei dintorni del canale di Panama, dove si sta giocando una partita sempre meno industriale e più geoeconomica. La sequenza degli eventi è nota: da quanto il governo panamense ha tolto dalle mani di Ck Hutchinson, fino a poche settimane fa in trattativa per la cessione degli scali di Cristobal e Balboa alla cordata americana guidata da BlackRock e fortemente sponsorizzata da Donald Trump, il Dragone ha reagito in modo rabbioso. Prima perorando la causa del colosso cinese dinnanzi a un arbitrato internazionale, poi paventando una prima richiesta di risarcimento da 2 miliardi di dollari.

Di più. Da quando le concessioni sono state strappate di mano alla Cina dai giudici della Corte suprema panamense, una delle più grandi compagnie di navigazione del mondo, la cinese Cosco, ha fermato le operazioni lungo il canale. Naturalmente, una rappresaglia, in attesa che i tribunali si pronuncino a favore o contro Ck Hutcinson (nel frattempo, però, potrebbero partire le nuove gare per l’affidamento ufficiale delle concessioni, favorendo l’ingresso dei nuovi operatori, a cominciare dall’armatore Aponte, in cordata con BlackRock e forse Maersk, visto che il deal per la vendita degli scali sembra comunque tramontata).

Eppure, nonostante il disimpegno di Cosco, il governo panamense ha chiesto alla compagnia cinese di riconsiderare la sospensione delle operazioni in un porto del Canale di Panama. Lo stesso ministro per gli Affari del Canale, José Ramón Icaza, ha dichiarato ai giornalisti che “la questione Cosco ci ha colto un po’ di sorpresa”. Tuttavia, “il carico di Cosco è certamente importante per Panama e speriamo che riconsiderino la decisione di non utilizzare il porto di Balboa”, ha affermato Icaza, chiarendo come Cosco “rappresenta il 4% del traffico del porto; si tratta di un volume significativo e speriamo che alla fine ritorni”.

Di sicuro la partita per il controllo del canale si sta arricchendo di un particolate, se così lo si può chiamare. Il conflitto, che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele, ha provocato forti tensioni nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici per il mercato energetico globale. Attraverso questo stretto, situato tra Iran e Oman, transita normalmente circa il 20% del petrolio mondiale. Le minacce e le operazioni militari nella zona hanno però reso il traffico navale più rischioso e costoso. L’aumento dell’instabilità ha contribuito a far salire i prezzi dell’energia e del carburante marittimo. In questo contesto, il Canale di Panama potrebbe diventare una soluzione più conveniente per molte rotte commerciali.

Contrordine ai cinesi. Ora Panama richiama Cosco

Dopo la rappresaglia del Dragone, che ha sospeso la navigazione della sua principale compagnia all’indomani dell’esproprio delle concessioni, ora le autorità centro-americane chiedono al colosso dei cargo un ripensamento. Ma di riaffidare le licenze non se ne parla. E c’è l’effetto Hormuz

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