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Il leader del M5S Giuseppe Conte è corso a chiedere le primarie per il candidato premier del centro sinistra. Sente odore di sangue e pensa che tornerà per la terza volta a fare il presidente del Consiglio. Ma si sbaglia l’odore che sente nell’aria è molto più complicato di quanto non voglia credere.

Il referendum non l’ha vinto una persona, ma un programma: la difesa della Costituzione con la difesa della magistratura. Il governo lo ha perso perché ha cercato di modificare la Costituzione a spallate e l’Italia ha ritrovato quattro milioni di elettori che da anni avevano disertato le urne e che in maggioranza hanno votato a difesa delle istituzioni.

Quindi ha vinto un programma, non una persona o un partito. Ha perso sì una persona, il premier Giorgia Meloni che vedendo qualche mese fa un vantaggio nei sondaggi voleva trovare nel voto un bagno di popolarità. Ma alla fine nelle urne si è scelto gli argomenti forti, la difesa della magistratura contro chi si scagliava contro le istituzioni senza chiari obiettivi e forse per motivi personali.

Ha perso chi si è messo contro il programma. Quindi: Conte, o il leader del Pd Elly Schlein o altri non hanno vinto, e hanno poco e nulla a pretendere. Per vincere domani devono pensare un programma vero e sulla base del programma scegliere la squadra che può applicarlo.

In ciò Conte è strutturalmente fuori gioco. La sua posizione quanto meno ambigua con la Russia in altri tempi lo avrebbe allontanato da qualunque ruolo di governo, oggi gli possono forse dare un ministero delle infrastrutture, come al suo antico sodale Matteo Salvini, leader della Lega.

Serve un programma per l’Italia, chi lo farà, governo o opposizione, vince le prossime elezioni.

Da ciò derivano una serie di conseguenze. Meloni non è fuori da Palazzo Chigi ma tutti gli allarmi del ponte hanno squillato, sta per crollare e c’è pochissimo tempo. Quando un ponte frana può essere all’improvviso e per reggerlo bisogna rifarlo quasi daccapo, non ci sono sconti.

Quindi l’alternativa per Meloni è secca. Deve andare dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e consultarsi per un rimpasto, un Meloni 2 o qualcosa del genere, che traghetti il Paese nell’anno e mezzo che manca al voto.

Oppure può scegliere l’antico supplizio dei mille tagli, lasciare che i mesi passino mentre si aggrappa all’ultimo straccio di potere per tornare al suo antico 3-4%. Oppure ancora può andare al voto, ma con la certezza di uscirne malamente.

Infatti, ha perso il referendum nonostante avesse dietro tutta la destra, una parte della sinistra e avesse un quasi monopolio dell’informazione. Ha sponde deboli in Europa, perché non è mai stata europeista; con il nuovo Papa (importante nell’alchimia politica italiana) non c’è feeling; e con gli Usa, dove era stata la più trumpista d’Europa, non c’è il calore di una volta (non si è precipitata ad aiutare in Iran).

I prossimi giorni saranno cruciali. Sono da seguire:
– l’andamento dello spread con Bund tedesco (che porta uno stress sul debito pubblico italiano);
– la possibile pace in Iran (che comporta uno stress sul costo energia Italia).

Per recuperare, Meloni dovrebbe riuscire a porsi al di là dell’onda, essere presidenziale, pensare per il Paese. Le serve poi ricostruire praticamente da zero i rapporti con Europa, Vaticano e Usa. Lei o il ministro degli Esteri Antonio Tajani non possono farcela.

Poi alla fine ma più importante, l’Italia è in guerra, per quanto non possa piacere. Questo nodo va affrontato di petto prima che travolga il Paese, insieme a qualunque governo lo guidi.

Meloni è già 2. Ora serve un programma per l'Italia, chi lo farà vince

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