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Forse, alla fine, la Cina non piace poi così tanto. Non all’Africa, almeno, che dal Dragone ha avuto più ceffoni che carezze. Il fiume di miliardi che ha inondato il continente si è rivelato, nel tempo, una trappola mortale, che ha finito per mettere sotto scacco intere economie in via di sviluppo. E chissà che non ci sia proprio questa percezione dietro la progressiva perdita di appeal degli investimenti cinesi in Africa. Proprio mentre l’Europa e l’Italia prendono sempre più coscienza della natura, quella vera, che si cela dietro gli immensi capitali cinesi. Ecco spiegato il senso di un recente report dell’istituto Brookings, dedicato proprio al senso dell’Africa per la Cina.

E proprio riguardo al Dragone, “la convinzione comune è che gli investimenti generino non solo ritorni economici, ma anche benevolenza nei confronti della potenza investitrice. Eppure, tale ricerca, mette in discussione tale presupposto. Se da un lato la vicinanza agli investimenti di una grande potenza ne accresce l’influenza percepita nelle comunità locali e mina quella dell’avversario, dall’altro diminuisce anche l’affinità con la potenza investitrice. È fondamentale sottolineare tale costo reputazionale per la Cina”, scrive il Brookings. “Le aspettative disattese in termini di posti di lavoro e benefici economici locali, la maggiore percezione di corruzione tra i funzionari locali e le preoccupazioni per l’influenza esterna erodono infatti i dividendi del soft power cinese”.

Nonostante la crisi del consenso, Pechino continua tuttavia a riversare capitali nelle regioni a basso reddito del mondo, specialmente africane. “La Belt and Road Initiative cinese ha destinato ben 61 miliardi di dollari di investimenti all’Africa solo nel 2025, quasi il triplo rispetto all’anno precedente”, ricorda l’istituto. “Oltre a soddisfare gli interessi geoeconomici della Cina, quest’ondata di investimenti serve anche a importanti obiettivi di soft power: finanziando strade, porti e fabbriche, le grandi potenze come la Cina cercano non solo ritorni commerciali, ma anche l’influenza politica e soprattutto, la benevolenza, che derivano dall’essere percepite come partner per lo sviluppo”.

Non è così. “Tuttavia, la nostra ricerca suggerisce che questa logica è fuorviante e incompleta. Sebbene gli investimenti provenienti da potenze straniere aumentino certamente la loro influenza percepita nelle comunità locali del Sud del mondo, non sempre generano il favore che Pechino si aspetta. Anzi, possono sortire l’effetto opposto. Nonostante il generale favore di cui gode la Cina in Africa, dunque, nelle comunità locali continuano a circolare voci scettiche sugli investimenti cinesi: merci di bassa qualità che inondano i mercati locali, lavoratori licenziati, volatilità dei prezzi, sfruttamento ambientale e accordi poco trasparenti tra aziende straniere e funzionari locali”.

Quale dunque la lezione per Pechino? In una parola, meno quantità ma più qualità. “Gli investimenti in Africa non devono essere abbandonati. Piuttosto, dovrebbero essere lucidi. L’approccio migliore è individuare opportunità di investimento che abbiano un senso commerciale e di sviluppo intrinseco: progetti che creino un autentico valore locale anziché fungere da mero strumento in una narrazione geopolitica. Oltre a trasparenza nelle trattative, rigorose misure anticorruzione e aspettative realistiche sui risultati che i progetti produrranno”. Il Dragone ne farà tesoro?

Dove (e come) il soft power cinese in Africa ha fatto cilecca. Report Brookings

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