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La verità è che 360 miliardi di disavanzo commerciale sono troppi. Anche per il mercato unico a cielo aperto più grande del mondo. E allora, per usare la formula che sintetizza il faccia a faccia tra il commissario al Commercio Maroš Šefčovič e il ministro del Commercio cinese Wang Wentao, va bene dialogare ma a patto che si arrivi a dei risultati. Entro quattro mesi. O l’Europa passerà a un altro livello. I rapporti tra Bruxelles e Pechino sono ancora dentro il perimetro del confronto diplomatico, ma ormai molto vicini alla soglia critica, proprio perché il Vecchio continente non ne può più di vedere le proprie imprese chiudere i battenti (la crisi, a tratti inimmaginabile, di Volkswagen è lì a dimostrarlo) solo perché Pechino vende di più e a prezzi più bassi. Infischiandosene della concorrenza.

Il dato che pesa su tutto è il deficit negli scambi di beni. Nel 2025 l’Ue ha esportato merci verso la Cina per 199,6 miliardi di euro e ne ha importate per 559,4 miliardi, accumulando un disavanzo di quasi 360 miliardi. Rispetto al 2024, le esportazioni europee sono diminuite del 6,5%, mentre le importazioni dalla Cina sono aumentate del 6,4%. In dieci anni, dal 2015 al 2025, l’export Ue verso Pechino è cresciuto del 37,1%, ma l’import dalla Cina è salito dell’89%. Per la prima volta, nessuno dei 27 Stati membri è riuscito a esportare in Cina più di quanto abbia importato. Numeri da capogiro, eppure, dice a Formiche.net l’economista e saggista Carlo Pelanda, succede qualcosa. Succede che per la prima volta, forse, la Cina ha paura.

“L’Ue ha indicato al termine del confronto con la delegazione cinese una serie di obiettivi da raggiungere entro ottobre, specialmente in ottica commerciale. E tutti da mettere sotto il cappello, anzi l’insegna, del de-risking. Lo scopo di Bruxelles è quello di riequilibrare i pesi, finora a tutto vantaggio della Cina. Il concetto di de-risking è però piuttosto morbido, perché si lega a una logica diciamo di contenimento. In questo senso, l’Europa è certamente più accomodante rispetto agli Stati Uniti, anche se poi la sostanza del discorso è un po’ la stessa: impedire che la Cina continui a godere di uno squilibrio commerciale non più sostenibile per l’Europa stessa”, spiega Pelanda.

“Penso che Pechino sia molto preoccupata di questa accelerazione, di questa voglia di equità. Per il Dragone, infatti, l’Ue continua a rappresentare un mercato assolutamente strategico. E il fatto che Bruxelles sia disposta a passare dalle parole ai fatti, mette una certa apprensione al governo cinese”, continua l’esperto. “L’attuale sbilanciamento non è più sostenibile per l’Ue. La Cina sa che Bruxelles può reagire in modo muscolare e per questo è disposta a dei compromessi. Lo dimostra il fatto che più volte il Dragone è apparso intimorito dinnanzi alle restrizioni e ai dazi. E lo stesso ora sta facendo con l’Europa, lo stesso timore di perdere terreno su un mercato strategico”. L’economista ricorda poi come “persino in Germania, Paese per tra i più dipendenti dalla Cina, sta prendendo piede una coscienza critica verso Pechino”.

Una Cina senza Europa, dove potrebbe concentrare la sua politica commerciale aggressiva e un po’ tossica? “Il Dragone è abile nel cercare alternative, penso all’America meridionale. Oggi il blocco euro-americano è piuttosto coeso, ma la Cina potrebbe a sua volta fare blocco con la Russia”. Tradotto, “voi fate blocco lì e io Cina lo faccio con la Russia, portando così il conflitto commerciale nel Sudamerica. Un contesto però su cui l’Occidente e gli Stati Uniti hanno un discreto vantaggio. Dunque, se mi chiede dove si sposterà lo scontro commerciale una volta che la Cina sarà orfana dell’Europa le rispondo così: in Sudamerica e con la variabile di un blocco sino-russo”.

La Cina non può permettersi di perdere l'Europa. Pelanda spiega perché

Il confronto tra il commissario al Commercio Maroš Šefčovič e il ministro del Commercio cinese Wang Wentao ha avvicinato le relazioni tra Bruxelles e Pechino al punto di rottura. L’Unione non può più permettersi un deficit da 360 miliardi e questo la Cina lo sa. E per questo ora trema. Conversazione con l’economista e saggista, Carlo Pelanda

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