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Una forza presente, credibile e dominante a livello regionale: questa è l’immagine trasmessa nei primi giorni dello scorso maggio dalla marina militare indiana, quando la portaerei Vikrant ha guidato una flottiglia di navi di Nuova Delhi verso le acque pakistane, all’interno della cornice dell’escalation militare in corso tra i due Paesi del subcontinente indiano, senza ricevere ordini di ingaggio. E il fatto che il Pakistan abbia evitato qualsiasi confronto navale è stata un’ulteriore conferma di come la flotta indiana sia rispettata e temuta a livello regionale.

Negli ultimi anni New Delhi ha iniziato a riequilibrare una postura militare storicamente incentrata su terra e aria. Probabilmente anche per la consapevolezza è che, con Pakistan a ovest e Cina a nord, l’unico vero spazio di espansione strategica sia quello marittimo. Da qui la decisione di investire circa 40 miliardi di dollari in oltre un decennio per modernizzare la flotta, rafforzando capacità di superficie, subacquee e aeronavali.

L’obiettivo dichiarato è la costruzione di una marina d’altura in grado di proiettare potenza in tutto l’Oceano Indiano, una regione vitale non solo per l’India (che vi fa transitare il 95 per cento del proprio commercio) ma anche per la Cina, rivale naturale della potenza indiana, la cui economia dipende in modo cruciale dalle stesse rotte. È proprio questa sovrapposizione di interessi a rendere la dimensione navale centrale nella competizione strategica tra New Delhi e Pechino.

Tuttavia, il percorso di modernizzazione indiano procede con lentezza. Il caso dei sottomarini è emblematico: a fronte di un piano varato nel 1999 per costruirne 24 in trent’anni, solo sei sono entrati in servizio. Gran parte della flotta convenzionale è ormai obsoleta e i programmi di sostituzione hanno accumulato ritardi di decenni. Anche se l’India dispone di due sottomarini nucleari e ne ha altri in costruzione, il divario con la Cina resta significativo.

Sul piano quantitativo e industriale, il confronto è sfavorevole. Pechino dispone della marina più grande al mondo, sostenuta da una capacità produttiva che nessun altro Paese è in grado di eguagliare. L’India sta costruendo decine di unità e punta a una terza portaerei, ma molte delle navi oggi in consegna derivano da contratti firmati oltre dieci anni fa, mentre una parte consistente del bilancio della difesa continua a essere assorbita da salari e pensioni.

Per compensare questi limiti, Delhi punta sulla geografia. L’espansione delle basi nelle isole Andamane e Nicobare, affacciate sullo stretto di Malacca, e lo sviluppo discreto di infrastrutture militari in Mauritius e Seychelles ampliano la capacità di sorveglianza e interdizione dell’India lungo rotte critiche per il commercio cinese. Secondo i pianificatori indiani, la Cina difficilmente potrebbe concentrare più di un terzo delle proprie forze navali nell’Oceano Indiano senza scoprire altri fronti sensibili. Resta però un nodo politico.

La tradizionale autonomia strategica indiana continua a limitare l’impiego della marina in contesti di escalation, come dimostrato anche nel Mar Rosso, dove New Delhi ha scelto di proteggere il traffico mercantile evitando un coinvolgimento diretto nelle operazioni militari. Un approccio che alimenta perplessità tra i partner occidentali, pur a fronte di una crescente cooperazione in ambito di intelligence marittima.

La marina indiana si trova quindi in una fase di transizione: più centrale nella dottrina strategica, più ambiziosa nelle sue finalità, ma ancora frenata da ritardi industriali e da una cautela politica strutturale.

La competizione con la Cina nell’Oceano Indiano non dipenderà solo dal numero di navi varate, ma dalla capacità di New Delhi di sostenere nel tempo una modernizzazione coerente con le proprie ambizioni geopolitiche.

La scommessa navale di New Delhi per contenere Pechino (e Islamabad)

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