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È impossibile parlare di papa Francesco senza partire dalla misericordia. Ricordo benissimo il giorno in cui, dopo la recita dell’Angelus, fece distribuire in Piazza San Pietro da un nutrito numero di senzatetto la “misericordina”, la medicina più importanti per curarci dai mali della vita. E chi è stato il papa della misericordia, quella che raccontava della proverbiale vecchina che una volta gli disse che Dio perdona tutto, altrimenti il mondo sarebbe già finito da tanto tempo?

Nella sua autobiografia, “Spera”, Bergoglio spiega che mentre si preparava per affacciarsi al balcone delle benedizioni subito dopo la sua elezione, rispose a chi gli faceva presente che doveva indossare i pantaloni bianchi che non aveva mai desiderato di fare il gelataio. Non ricordo  in quel libro tante citazioni di grandi nomi della patristica o della teologia, ricordo molto bene invece normali cittadini e cittadine, ex prostitute, grandi calciatori, poeti, maestri di seminario, amici di famiglia e vicini di casa, cartoneros e molti altri così. È un tratto tra i molti della sua personalità che ci spiega perché non sia andato a vivere nell’appartamento pontificio: perché anche papa Francesco, come Jorge Mario Bergoglio, aveva bisogno della gente attorno a sé per vivere. Un tratto irrinunciabile. La gente è la gente vera, quella che incontrava per le strade di Buenos Aires, nelle messe che diceva nei quartieri della sconfinata periferia di Buenos Aires, dove arrivava in metropolitana, e che sperava di seguitare, almeno un po’, a incontrare anche a Santa Marta. Lì si racconta che una volta fu sorpreso a giocare a pallone nell’androne con un bambino.

Questo, a mio avviso, ci porta al punto cardine del suo pontificato, che è stato un pontificato romantico. Vuol dire che prima ancora del cervello comanda il cuore. Ovviamente anche lui sapeva che il rapporto tra fede e ragione è fondamentale, un cardine. Ma partendo di qui ha fatto un salto di paradigma che ha indicato nella sua Esortazione Apostolica programmatica, Evangelii Gaudium: “La realtà è superiore all’idea”. Viene prima l’esperienza, poi vengono le formule. Questo si coglie anche in un neologismo che gli era molto caro: il “balconear”, con cui sollecitava a non vivere la vita come uno spettacolo che si osserva dal balcone della propria abitazione, appunto con il “balconear”. Ma stando nella vita, nella realtà, quella superiore all’idea.

Questo bisogno fisico della realtà, dell’uomo, dell’umanità, è un dato che emerge non solo dal suo modo di vivere e di agire, sempre autentico, raramente “comunicativo” perché “naturale” (e quindi per noi molto comunicativo proprio perché non costruito, vero, autentico) ma anche dall’approccio con cui ha vissuto la sua fede. La parola “gioia”, ha giustamente fatto notare il professor Massimo Borghesi,  è la più frequente nei titoli dei suoi documenti pontificali. Il cuore probabilmente era per lui  un luogo dove si viveva la verità, quella incarnata, quindi con le sue problematicità. È molto importante quanto ha scritto al riguardo padre Antonio Spadaro: “In questo senso, Francesco inserisce nella riflessione cattolica una componente spesso trascurata: la dinamica del desiderio. La sua lettura della politica, ad esempio, non è mai stata freddamente tecnocratica. Sapeva che il potere si esercita non solo nei meccanismi istituzionali, ma nel simbolico, nell’affettivo, nel subconscio collettivo. Per questo ha riconosciuto nella religione una risposta viva e popolare a bisogni profondi: senso, protezione, appartenenza. E populismi, nazionalismi, ideologie identitarie erano per lui tutte realtà che legge non solo in chiave ideologica, ma come sintomi di un desiderio disorientato, dolente, talvolta manipolato”.

Per tutti questi motivi sommariamente indicati, e tanti altri, Bergoglio ha guardato all’umanità senza frontiere di appartenenza e credo che l’umanità lo abbia ricambiato nell’affetto senza frontiere, al di là della possibile non appartenenza alla sua fede. Era questo tratto un derivato logico, naturale, per chi come lui credeva che la realtà fosse superiore all’idea. E la realtà, che parte dalla certezza che Dio perdona tutto, altrimenti il mondo sarebbe già finito, gli impediva di sentire la sua Chiesa come un giudice infallibile che siede al di sopra e al di là della storia. Ma come un amico che cammina con noi, i nostri limiti e le nostre mancanze, nella storia. I sacramenti così per lui sono sempre stati balsamo per le ferite più che un premio per i giusti. Ma siccome aveva un fiuto innato per la realtà aveva capito già all’inizio del suo pontificato che eravamo nel tempo della guerra mondiale combattuta a pezzi, e quindi la sua Chiesa la vedeva come un ospedale da campo, dove si operano feriti con armi da fuoco; più in là ci sarebbe stato modo di occuparsi anche di misurare i trigliceridi.

Parte di qui il filo che unisce i documenti più importanti del suo pontificato: Laudato si’ e Fratelli tutti. È una sola risposta alla stessa questione, tutela della casa comune e riscoperta della fraternità universale.

 

 

Francesco: il papa della realtà, superiore all’idea. La riflessione di Cristiano

Bergoglio ha guardato all’umanità senza frontiere di appartenenza e credo che l’umanità lo abbia ricambiato nell’affetto senza frontiere, al di là della possibile non appartenenza alla sua fede. Era questo tratto un derivato logico, naturale, per chi come lui credeva che la realtà fosse superiore all’idea. E la realtà, che parte dalla certezza che Dio perdona tutto, gli impediva di sentire la sua Chiesa come un giudice infallibile che siede al di sopra e al di là della storia. La riflessione di Riccardo Cristiano a un anno dalla scomparsa di papa Francesco

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