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In queste ultime due settimane l’Indo-Pacifico ha mostrato contemporaneamente quasi tutte le proprie complessità. Nel giro di pochi giorni, i leader di Stati Uniti e Cina si sono incontrati a Pechino cercando di costruire una nuova forma di dialogo strategico dentro quello che Donald Trump continua implicitamente a immaginare come una sorta di “G2”: un rapporto tra pari, pragmatico, transazionale e potenzialmente cooperativo, capace di gestire la competizione globale attraverso una relazione diretta tra Washington e Pechino. Per Xi Jinping, però, questo schema è meno conveniente di quanto possa apparire.

La leadership cinese non ama il concetto di G2: considera i sistemi “G” strutturalmente escludenti e incompatibili con la narrativa attraverso cui Pechino cerca di presentarsi come guida inclusiva di un ordine internazionale alternativo, formalmente multipolare, sebbene nei fatti sempre più centrato sugli interessi strategici cinesi. Eppure, proprio il summit Trump-Xi ha finito per accelerare quasi tutte le altre dinamiche regionali.

A partire da Taiwan, diventata esplicitamente oggetto di linguaggio negoziale, come analizzato dal Prof. Stefano Pelaggi. Ma anche dal Giappone, ormai entrato in una nuova fase strategica e che Xi avrebbe criticato proprio parlando con Trump. E naturalmente la Russia. Appena partito Trump, a Pechino è arrivato Vladimir Putin. La sequenza è stata altamente simbolica. Xi ha mostrato contemporaneamente di essere disposto a dialogare con Washington ma anche di non voler apparire intrappolato dentro una logica di gestione bipolare del sistema internazionale. La partnership con Mosca continua dunque a svolgere una funzione politica importante, soprattutto sul piano narrativo: dimostra che la Cina dispone di alternative strategiche all’Occidente e, soprattutto, sebbene implicitamente, che può gestire da una posizione di forza una Russia sempre più dipendente economicamente e politicamente da Pechino.

Negli stessi giorni, a New Delhi, i ministri degli Esteri di India, Giappone, Australia e Stati Uniti si sono riuniti per rilanciare il Quad attraverso iniziative operative su infrastrutture, sicurezza marittima, energia e minerali critici. Un passaggio importante per un formato che aveva vissuto una forte istituzionalizzazione durante il primo mandato Trump e che oggi prova a ridefinire il proprio ruolo dentro le ambiguità strategiche del secondo. L’India è stata protagonista anche di un’altra dinamica fondamentale, apparentemente più distante ma in realtà pienamente integrata nel discorso strategico indo-pacifico.

Durante la visita di Narendra Modi a Roma, Italia e India hanno inserito ufficialmente il concetto di “Indo-Mediterraneo” nella propria grammatica istituzionale. Significa riconoscere apertamente che Mediterraneo, Golfo, Oceano Indiano e Indo-Pacifico fanno ormai parte dello stesso spazio strategico continuo. In altre parole: l’Italia è già dentro la competizione geopolitica dell’Indo-Pacifico. La geografia lo rendeva inevitabile. Ora anche il linguaggio strategico lo formalizza.

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