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Lo stato di salute delle Università in Italia rappresenta un tema che emerge spesso nel dibattito pubblico, specialistico e non.
Un interesse che al di là delle dimensioni prettamente scientifiche coinvolge inevitabilmente argomenti densi ed eterogenei, che spaziano dal livello qualitativo dell’offerta accademica alla continuità professionale dei laureati, passando per attrattività economica del territorio, demografia, trasferimenti ministeriali ai singoli atenei, e, più in generale, il futuro delle “giovani generazioni” attuali e future.

Del resto, trattare il tema delle Università senza tener conto di tutte le dimensioni che vengono direttamente o indirettamente coinvolte da tali istituzioni, sarebbe come trattare un organo senza tener conto delle interazioni che tale organo ha costantemente con il resto del corpo umano.

È proprio in virtù di tali interconnessioni che una riflessione strategica sulle Università del nostro Paese risulta tanto necessaria quanto complessa, così come è proprio in virtù di tali interconnessioni che probabilmente parte delle soluzioni delle criticità che oggi presenta l’impianto accademico del nostro Paese vanno paradossalmente trovate “fuori” dall’Università stessa.

Andando più nel dettaglio, una delle problematiche oggi più frequentemente citate riguarda un tendenziale decremento degli iscritti negli atenei del meridione del Paese. Un problema che oggi viene trattato come inedito, ma che è invece un fenomeno ben noto da tempo.

Mariani e Torrini, ad esempio, ne scrivevano su La Voce già nel 2022, che identificavano nei flussi migratori interni e nella minore capacità contributiva degli studenti come alcune delle variabili con maggiore incidenza sullo stato di salute delle Università del Sud.

In pratica, sostenevano gli autori, da un lato c’è un fattore demografico (i ragazzi in età universitaria al sud sono numericamente meno di quelli al centro e al nord), nelle migrazioni interne (i tanti ragazzi che si spostano dal sud al nord o dal sud all’estero), e nella capacità reddituale degli abitanti delle regioni meridionali, tendenzialmente più bassa rispetto alla capacità reddituale media espressa nelle regioni del settentrione d’Italia.

In questo contesto, appare chiaro che anche i trasferimenti economici hanno una propria valenza nel determinare la qualità di funzioni che le future matricole valutano molto attentamente prima di decidere il luogo in cui intraprendere il proprio percorso di studi: qualità dell’insegnamento, qualità della ricerca, rilevanza internazionale dei docenti.

Si tratta di temi che hanno una dimensione fondativa, perché i fondi a disposizione di ciascun ateneo determinano in modo piuttosto significativo anche la qualità delle risorse coinvolte: si pensi alla ricerca in ambito fisico, o anche la ricerca in ambito archeologico: c’è sicuramente una dimensione teorica fortissima, ma sono necessari investimenti per acquistare attrezzature, o per sviluppare una dimensione di ricerca attiva (esperimenti, scavi).

A maggiore dotazione, è naturale immaginare corrisponda, in linea generale, una maggiore attrattività nei riguardi di ricercatori e personale docente. Che a sua volta significa maggiore influenza accademica, migliore posizionamento nei ranking universitari, e via discorrendo.

Tuttavia, la dotazione finanziaria dei singoli atenei non ne determina, da sola, l’attrattività: nella scelta dell’ateneo influiscono anche quei fattori che sono fortemente legati al livello di attrattività del territorio. Un territorio con uno scarso tessuto imprenditoriale, ad esempio, implica anche una minore qualità e quantità delle opportunità lavorative post-lauream o di qualunque altra forma di collaborazione tra studente e imprese durante o subito dopo il proprio percorso di studio. Allo stesso modo, un territorio con un’offerta culturale scarsa, potrà risultare meno attrattivo per potenziali matricole, che in ogni caso identificano il percorso universitario non solo come un periodo di educazione formale, ma anche, e giustamente, come un processo di crescita personale.

Tenendo conto delle specificità del nostro territorio, però, potrebbe essere corretto iniziare ad immaginare lo scenario universitario nazionale nella sua interezza, e definire delle linee di governo in grado di equilibrare le attuali disparità, siano esse endogene o esogene, con l’obiettivo di migliorare la qualità complessiva totale della nostra offerta.

Sviluppare una logica che favorisca la specializzazione di differenti cluster di atenei, potrebbe ad esempio ridurre i flussi migratori netti, favorendo una tendenziale migrazione verso sud che in qualche modo assorba parte dei flussi migratori storicamente orientati verso il settentrione del Paese.

Negli ultimi anni, il meridione del nostro Paese ha mostrato importanti segnali di sviluppo, anche trainati dal protagonismo dei flussi turistici. Ulteriori sviluppi saranno sicuramente raggiunti, nel medio termine, anche grazie agli investimenti infrastrutturali finanziati attraverso il Pnrr.

In questo contesto, la dimensione universitaria potrà concorrere allo sviluppo di ulteriori aree di specializzazione, che tuttavia è importante riflettano delle peculiarità del territorio, e non si propongano di competere con strutture già presenti in altre aree del Paese, dissipando risorse che invece potrebbero essere destinate più efficacemente ad altri centri di specializzazione.

Orientare un territorio verso una specializzazione significa far convergere investimenti diversi tra loro: quello delle imprese, quello delle università, quello delle infrastrutture, e quello delle cosiddette amenities.

Far convergere tutti questi investimenti in una visione unitaria è probabilmente l’unica reale possibilità di costruire dei centri di specializzazione distribuiti sull’intero territorio nazionale, e dare modo ai giovani del nord di immaginare e sognare il proprio futuro in città come Napoli, Bari, Cagliari, Palermo, Catania, e non pensare a tali luoghi semplicemente come mete di vacanza.

Per migliorare l'Università bisogna guardare anche fuori dagli Atenei. Il commento di Monti

Tenendo conto delle specificità del nostro territorio potrebbe essere corretto iniziare ad immaginare lo scenario universitario nazionale nella sua interezza, e definire delle linee di governo in grado di equilibrare le attuali disparità, siano esse endogene o esogene, con l’obiettivo di migliorare la qualità complessiva totale della nostra offerta. Il commento di Stefano Monti

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