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Il Vertice Nato di Ankara non sarà ricordato soltanto per l’impegno ad aumentare gli investimenti nella difesa. Segna, piuttosto, l’avvio di una nuova fase strategica dell’Alleanza: una Nato 3.0, nella quale il tradizionale burden sharing evolve in un vero e proprio burden shifting. Gli Alleati europei e il Canada assumono progressivamente la responsabilità della sicurezza convenzionale del continente, mentre gli Stati Uniti continuano a garantire la deterrenza strategica, nucleare e gli assetti ad alta valenza operativa. È un riequilibrio delle responsabilità, non della solidarietà transatlantica.

Ankara conferma soprattutto una realtà spesso sottovalutata: la Nato rimane l’unico foro di sicurezza transatlantico capace di trasformare interessi nazionali, talvolta differenti, in decisioni collettive credibili. Nessun’altra organizzazione internazionale dispone oggi della medesima capacità di consultazione, mediazione e coordinamento strategico. Non è un caso che il Comunicato finale riaffermi fin dal primo paragrafo l’ironclad commitment all’articolo 5. Non si tratta soltanto di una riaffermazione giuridica, ma del primo e più forte messaggio strategico rivolto a Mosca: la difesa collettiva e il principio del “tutti per uno, uno per tutti” restano il fondamento della sicurezza euro-atlantica.

Altrettanto significativa è la riscoperta di un autentico approccio a 360 gradi, sostenuto con costanza dall’Italia. Alla “minaccia di lungo periodo” rappresentata dalla Russia si affiancano infatti le sfide provenienti dal fianco meridionale, il terrorismo, la sicurezza marittima e, per la prima volta in un Comunicato Nato, un esplicito richiamo all’Iran affinché non acquisisca capacità nucleari militari e sia garantita la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. La sicurezza dell’Alleanza torna così a essere realmente indivisibile.

In questo quadro si inserisce anche l’Ucraina, ormai riconosciuta non soltanto come destinataria del sostegno alleato – confermato con oltre 70 miliardi di euro di assistenza, equipaggiamenti e addestramento per il 2026 e il 2027 – ma come autentico contributore alla sicurezza transatlantica. L’esperienza maturata sul campo di battaglia e la straordinaria capacità di adattamento tecnologico fanno oggi di Kyiv uno dei principali laboratori di innovazione militare dell’intera comunità euro-atlantica.

Il vero cuore del Summit è stato tuttavia il Defence industry forum. Per la prima volta l’industria non viene considerata un semplice supporto della difesa, ma una componente essenziale della deterrenza. Innovazione, ricerca, intelligenza artificiale, cloud sicuro, cyber, spazio, tecnologie quantistiche, resilienza delle supply chain e capacità produttiva, diventano veri moltiplicatori di potenza strategica. Come ha ricordato l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, “money does not deter, capability deters”: la deterrenza non dipende dalla quantità di risorse stanziate, ma dalla capacità di trasformarle rapidamente in capacità operative.

Nasce così il concetto di Made in Nato. Non uno slogan, ma una strategia diretta a trasformare investimenti finanziari in innovazione tecnologica, interoperabilità, produzione industriale e superiorità operativa. La nuova strategia Nato per la cooperazione con l’industria (Sync), il Front door for industry, la digitalizzazione, il rafforzamento dell’ecosistema dell’innovazione e il coinvolgimento del settore finanziario delineano una nuova architettura di sicurezza nella quale la competitività industriale diventa essa stessa uno strumento di deterrenza.

Resta tuttavia aperta una questione strategica. Made in Nato non significa automaticamente Made in Usa. Se Washington auspica che il massiccio incremento della spesa europea rafforzi anche l’industria americana, l’Europa intende consolidare la propria base tecnologica e industriale della difesa. I programmi annunciati ad Ankara dimostrano una realtà più equilibrata: accanto alle grandi aziende statunitensi trovano spazio piattaforme europee come il GlobalEye svedese, l’Airbus A400M, i sommergibili U-212 tedeschi, velivoli italiani e numerosi programmi di coproduzione transatlantica. In questa prospettiva appare naturale che i governi europei, Italia compresa, valorizzino le rispettive industrie nazionali, conciliando il rafforzamento della base industriale europea con una stretta cooperazione tecnologica e produttiva con gli Stati Uniti. Made in Nato non significa dunque acquistare americano, ma costruire una filiera industriale transatlantica integrata, innovativa e interoperabile, nella quale ciascun Alleato contribuisce con le proprie eccellenze alla sicurezza comune.

È probabilmente questo il principale lascito del Vertice di Ankara. La sicurezza collettiva non si misura più soltanto in percentuale di Pil, ma nella capacità di trasformare investimenti in innovazione, tecnologie avanzate, capacità industriali e strumenti militari disponibili nei tempi richiesti dalla competizione strategica.

Nel 1952 Lord Ismay sintetizzò la missione della Nato con una formula destinata a entrare nella storia: to keep the Americans in, the Russians out and the Germans down. Oggi Ankara sembra suggerirne una aggiornata: mantenere l’America pienamente impegnata, dissuadere la Russia e costruire un’Europa finalmente capace di assumersi la responsabilità della propria sicurezza. Non accanto alla Nato, ma dentro una Nato più forte, più innovativa e con un legame transatlantico rinnovato.

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