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Il direttore generale dell’Agenzia per l’Italia Digitale, Mario Nobile, ha partecipato a Shanghai alla World Artificial Intelligence Conference (Waic), il grande appuntamento promosso da Xi Jinping per consolidare una coalizione internazionale favorevole alla visione “con caratteristiche cinesi” della governance dell’intelligenza artificiale.

Presa isolatamente, potrebbe sembrare una normale missione istituzionale. Non lo è.

Appena due settimane fa, infatti, l’Italia aveva firmato il Joint Statement on AI Opportunity, la dichiarazione politica che accompagna Pax Silica, l’iniziativa americana che punta a costruire un ecosistema dell’intelligenza artificiale tra Stati Uniti e Paesi alleati, fondato su standard comuni, filiere tecnologiche condivise e principi di governance compatibili con quelli delle democrazie. A siglare l’intesa era stato l’ambasciatore Armando Varricchio, inviato speciale del ministro degli Esteri Antonio Tajani per Innovazione e Nuove Tecnologie, presente al summit su Pax Silica negli Usa. Secondo diverse indicazioni, Roma potrebbe peraltro aderire formalmente all’iniziativa nelle prossime settimane, quando il sottosegretario di Stato Jacob Helberg, “l’architetto di Pax Silica”, sarà proprio in Italia – adesione che per colpa di quella presenza a Shanghai rischia di essere messa in discussione.

Sono due immagini non compatibili. Da una parte l’Italia sostiene un’iniziativa nata per rafforzare il fronte occidentale nella competizione tecnologica con la Cina. Dall’altra, il vertice della sua agenzia digitale partecipa alla principale piattaforma internazionale attraverso cui Pechino cerca di costruire consenso attorno ai propri standard e alla propria leadership sull’intelligenza artificiale.

Non è una contraddizione diplomatica, è una contraddizione strategica. Il punto è che la competizione sull’AI non riguarda soltanto la corsa ai modelli più avanzati o ai chip più potenti, ma tocca soprattutto chi scriverà le regole del sistema. Gli standard tecnologici definiscono interoperabilità, sicurezza, certificazioni, flussi di dati, supply chain, infrastrutture digitali e, in prospettiva, gli equilibri economici e strategici di interi settori industriali. Chi contribuisce a scriverli esercita una forma di potere molto più duratura della semplice superiorità tecnologica. Per questo Washington e Pechino stanno investendo enormi risorse nella costruzione di coalizioni internazionali.

Pax Silica nasce esattamente con questo obiettivo: creare una comunità di Paesi che sviluppi un’architettura condivisa dell’intelligenza artificiale, riducendo le dipendenze strategiche e costruendo un sistema tecnologico alternativo a quello cinese. La conferenza di Shanghai persegue l’obiettivo opposto. Pechino cerca di costruire un consenso internazionale attorno alla propria idea di governance dell’AI, presentandosi come il punto di riferimento di un ordine tecnologico alternativo a quello promosso dagli Stati Uniti.

Le due iniziative sono concorrenti, dunque l’ambiguità non è praticabile. Per anni molti Paesi hanno cercato di separare la competizione strategica dalle relazioni economiche, mantenendo margini di manovra tra Washington e Pechino. Ma l’intelligenza artificiale appartiene ormai al ristretto gruppo delle cutting-hedge technologies, insieme ai semiconduttori, al quantum e alle infrastrutture digitali. Su questo terreno la logica del doppio binario non regge più. Chi contribuisce a costruire un ecosistema non può, nello stesso tempo, legittimare quello concorrente.

Mentre il rapporto con gli Stati Uniti sull’intelligenza artificiale potrebbe diventare uno dei principali assi della cooperazione bilaterale, la presenza del direttore dell’Agid alla Waic alimenta un’ambiguità che Roma non può permettersi. Non perché lo chieda Washington, ma perché contraddice la linea strategica che il governo ha mantenuto con consistenza cancellando l’adesione alla Belt and Road Initiative, tenendo il punto sulle stazioni di polizia cinesi, lanciando iniziative come Buy Transatlantic.

Quella presenza a Shanghai appare incoerente con la linea politica generale dell’esecutivo, e per questo la risposta non può essere una semplice precisazione diplomatica, ma occorre prendere formalmente le distanze da quella partecipazione e valutare se chi guida l’Agenzia per l’Italia Digitale possa continuare a ricoprire il ruolo. È in ballo la credibilità strategica dell’Italia nel momento in cui si decide chi scriverà le regole dell’intelligenza artificiale: e in questa competizione, la più importante dei prossimi trent’anni, non si può stare contemporaneamente con Washington e con Xi.

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Non esiste una terza via nella competizione tra Stati Uniti e Cina sull’intelligenza artificiale. La presenza del direttore dell’Agenzia per l’Italia Digitale alla conferenza di Xi Jinping smentisce la linea strategica che l’Italia ha appena sottoscritto. Il rischio è creare una crepa con Washington più profonda del caso Sigonella/Iran, per questo la leadership dell’Agid dovrebbe dimettersi. L’editoriale di Formiche firmato da Emanuele Rossi

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