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L’Europa corre verso la transizione verde; lo fa appoggiandosi sempre più a tecnologie, componenti e capitali che però non controlla pienamente. Così, la Cina è entrata nelle reti, nei dispositivi e nei nodi decisionali del sistema energetico europeo. Prima come spettatore, poi come attore strutturale.

A fare chiarezza, analizzando lo stato dell’arte della transizione energetica europea, è l’Union Institute for Security Studies, secondo il quale Pechino, da fornitore competitivo della transizione verde, è oggi un attore in grado di generare dipendenze strategiche potenzialmente weaponizzabili.

Produrre dipendenza

La prima direttrice della penetrazione cinese è quella industriale. Nel fotovoltaico, la Cina domina l’intera catena del valore, dai wafer ai pannelli. Solamente nel 2024, la nuova capacità solare installata a livello globale ha sfiorato i 600 gigawatt, una cifra che supera di gran lunga l’intera capacità europea a gas. Una scala produttiva che consente a Pechino di orientare prezzi, standard tecnologici e tempi della transizione.

Lo stesso schema si ripete nell’eolico, nell’idrogeno verde e nei carburanti sostenibili per l’aviazione. Settori in cui l’Europa era partita in vantaggio e che oggi rischiano di seguire la traiettoria già vista nel solare. Leadership sì, ma è nelle fasi iniziali, poi seguita da un sorpasso cinese basato su integrazione verticale, politiche industriali aggressive e costi energetici inferiori.

La seconda direttrice è finanziaria e infrastrutturale. Negli ultimi anni, aziende statali cinesi hanno acquisito partecipazioni rilevanti in diversi operatori di rete europei. Anche dove nuovi ingressi sono stati bloccati per ragioni di sicurezza nazionale, il “legacy effect” resta grazie alla presenza nei consigli di amministrazione, all’accesso a informazioni sensibili e all’influenza sulle decisioni strategiche, proprio mentre Bruxelles prepara investimenti miliardari per l’ammodernamento delle reti.

La terza direttrice, forse la più delicata, riguarda poi i dispositivi connessi. In particolare, gli inverter solari, dominati da produttori cinesi. Secondo l’Euiss, qui il rischio va oltre la semplice dipendenza industriale e riguarda la cybersicurezza del sistema elettrico. Le preoccupazioni emerse nel 2025 su possibili componenti di comunicazione occulta hanno riacceso un dibattito che ricorda da vicino quello già visto sulle reti 5G.

Il punto

Il punto è la combinazione di fattori. Dipendenza tecnologica, obblighi legali delle aziende cinesi verso lo Stato e crescente sovrapposizione tra infrastrutture civili ed esigenze militari. In un contesto globale segnato dalla guerra in Ucraina e dall’uso geopolitico delle interdipendenze economiche, l’insieme dei fattori rende il rischio sistemico, che richiede a Bruxelles nuove strategie di de-risking. Un punto politico, energetico, che riguarda strettamente la sicurezza nazionale degli Stati membri, che dovranno conciliare transizione energetica e sicurezza strategica, mentre Pechino tiene nelle mani gli interruttori dell’energia europea, rimanendo dentro la rete e progettando modi per continuare ad espandersi ancora.

Pechino è dentro la rete energetica europea. Ecco come

Dalla manifattura del solare agli inverter connessi, fino alle partecipazioni nei gestori di rete, la Cina è ormai parte integrante dell’infrastruttura energetica europea. Un recente report dell’Euiss mette in guardia Bruxelles dai rischi strategici di una dipendenza che non è più solo economica, ma anche geopolitica e di sicurezza

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