Skip to main content

La fragile tregua tra Washington e Teheran ha fatto poco per ridurre la pressione strategica sull’Europa. Se possibile, ha chiarito i termini di un dilemma che le capitali europee non possono più rinviare: contribuire alla stabilità in Medio Oriente senza essere trascinate in una strategia americana che non hanno né definito né pienamente condiviso.

Nel breve periodo, la questione è operativa. Lo Stretto di Hormuz – attraverso cui transita una quota significativa dell’energia diretta in Europa – resta instabile, con l’Iran che mantiene un controllo di fatto sull’accesso e segnala la propria capacità di leva. Il presidente Donald Trump ha da sempre chiarito che qualsiasi accordo di cessate il fuoco dovrà includere la piena riapertura del passaggio. Ma ha anche alzato la pressione sugli alleati, chiedendo contributi militari concreti entro pochi giorni e mettendo apertamente in discussione il valore della Nato.

“La Nato non c’era quando ne avevamo bisogno, e non ci saranno se ne avremo di nuovo bisogno”, ha scritto ieri sul suo social Truth, sintetizzando uno slittamento più ampio: da una frustrazione di tipo transazionale a una diffidenza strategica. Il messaggio arriva dopo settimane di critiche, minacce di ridislocazione delle forze statunitensi e nuove tensioni su dossier come la Groenlandia – tutti segnali di un rapporto transatlantico sempre più condizionato.

La pressione viene canalizzata attraverso l’Alleanza. Mark Rutte ha trasmesso alle capitali europee le richieste di Washington, sollecitando impegni rapidi per la sicurezza di Hormuz. Diversi Paesi hanno indicato una disponibilità di principio, ma a condizioni precise: una tregua duratura, un mandato giuridico chiaro e garanzie sulla sicurezza degli asset europei.

Questo scarto tra urgenza americana, e fattuale (vista la situazione), e cautela europea riflette più di una divergenza procedurale. Segnala una differenza di fondo sull’approccio al Medio Oriente. L’intervento statunitense contro l’Iran – condotto insieme a Israele ma fuori da un quadro Nato – ha rafforzato in Europa il timore di essere coinvolti in impegni militari aperti senza un adeguato coordinamento politico.

Le risposte delle capitali europee sono quindi calibrate. Da Roma, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha per esempio inquadrato la priorità in termini giuridici ed economici: ristabilire la libertà di navigazione come bene pubblico globale, essenziale per stabilizzare mercati energetici e catene di approvvigionamento. L’Italia lavora all’interno della coalizione guidata dal Regno Unito per la sicurezza marittima, ma con un approccio prevalentemente diplomatico. Anche la Commissione europea ha ribadito che il diritto internazionale non consente pedaggi o restrizioni sul transito nello Stretto.

I margini di manovra europei sono però limitati non solo dall’esterno, ma anche dall’interno. Un recente sondaggio condotto da Politico in sei grandi Paesi Ue mostra un cambiamento significativo nelle percezioni: gli Stati Uniti sono oggi considerati una minaccia da una quota di cittadini superiore rispetto alla Cina. Allo stesso tempo, esiste un ampio consenso sulla necessità di rafforzare le capacità di difesa europee e di approfondire l’integrazione militare. Tuttavia, questo consenso si indebolisce quando implica costi concreti. Gli europei sostengono la sicurezza, ma senza sacrifici personali o fiscali – una contraddizione che complica qualsiasi accelerazione dell’impegno militare.

Questa tensione è già evidente nel dibattito sull’Ucraina e sulla spesa per la difesa, e si riflette ora anche sul Medio Oriente. I governi sono chiamati a rispondere alle richieste americane in un contesto dunque di gestione di un consenso interno fragile e disomogeneo. In Italia, ad esempio, una quota significativa dell’opinione pubblica ritiene già eccessiva la spesa militare, pur a fronte di un contributo relativamente contenuto al sostegno a Kyiv. Come sarebbe vista una nuova missione a Hormuz?

In questo contesto, la traiettoria più probabile è quella di un coinvolgimento selettivo. L’Europa cercherà di giocare un ruolo stabilizzatore nel Golfo, ma attraverso coalizioni, strumenti giuridici e impegni graduali, piuttosto che con un intervento militare diretto e strutturato. L’obiettivo è garantire la sicurezza delle rotte senza alimentare dinamiche di escalation.

Ne risulta una postura che da Washington può apparire esitante, ma che riflette vincoli strutturali. L’Europa non si sta disimpegnando dal Medio Oriente. Sta ridefinendo i termini della propria presenza, bilanciando obblighi di alleanza e autonomia strategica, pressioni esterne e limiti interni.

Come osserva Arturo Varvelli, direttore dell’ufficio di Roma dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), molto dipenderà anche dall’evoluzione della fase post-tregua e, in particolare, dal nodo centrale dello Stretto di Hormuz: “Per capire cosa può fare l’Europa dobbiamo capire come va avanti la situazione. E su tutto, va compreso se agli iraniani verrà effettivamente concesso di controllare con un pedaggio lo Stretto, un precedente importante su cui gli europei mi sembra abbiano perplessità e preoccupazioni abbastanza compatte”.

Allo stesso tempo, sottolinea il think tanker paneruopeo, l’inazione non rappresenta una soluzione: “Va però detto che sebbene tutte le criticità del caso, compattarsi nel non fare nulla porti a nessun risultato. C’è per esempio la possibilità di potenziare il perimetro di una missione navale che già opera in quel contesto, e questo potrebbe essere l’occasione per essere presenti, magari operando in modo indipendenti dalle strutture di comando americane”.

Una prospettiva che però apre interrogativi politici e operativi: come reagirebbero gli Usa? “Sì, c’è lo scoglio dell’integrazione e dell’interoperabilità”, osserva, indicando anche un’alternativa più flessibile: “Un’altra via, più soft, potrebbe essere la creazione di quella coalizione di volonterosi in cui si muovono piccoli gruppi, per esempio Francia, Italia, Germania e Regno Unito, che hanno la capacità di proiettare una forza navale di monitoraggio e deterrenza. Ma anche qui, c’è da capire quale mission potrebbero avere”.

Nel medio periodo, la questione si sposta su un piano più ampio. “Credo che comunque l’Europa debba e possa tornare ad avere un ruolo, una volta finita la guerra e con una nuova fase di dialogo con l’Iran che può partire, ma serve una forza politica”, sottolinea Varvelli, indicando la necessità di distinguere tra dimensione militare e diplomatica. “Qui però credo anche che serva tenere separata la missione di sicurezza marittima lungo Hormuz da quella di carattere politico che può per esempio tornare a negoziare sul nucleare, come già fatto in passato”.

In uno scenario di distensione, aggiunge, si aprirebbe uno spazio negoziale concreto: “Se si crea un clima di distensione, l’Europa, che sia in forma di Ue o di coalizione di volonterosi, può negoziare con Teheran accordi di passaggio marittimo, magari offrendo in cambio la riduzione della pressione sanzionatorie in settori potabili, perché le ipotesi sono davvero poche e l’interruzione a tempo indeterminato dello Stretto di Hormuz, che per ora non sta ripartendo a livello di flussi commerciali, è un grosso grosso problema per l’Europa”.

Il dilemma europeo in Medio Oriente dopo la tregua Iran-Usa. Conversazione con Varvelli

L’Europa si trova di fronte a un dilemma strategico in Medio Oriente dopo la tregua tra Iran e Stati Uniti, tra pressioni americane, limiti interni e un coinvolgimento selettivo. Come osserva Arturo Varvelli, tutto dipenderà da Hormuz e dalla capacità europea di unire sicurezza marittima e ritorno al dialogo con Teheran

Rodriguez tenta la difficile rinascita economica del Venezuela

La leader del regime venezuelano ha annunciato un “aumento responsabile” degli stipendi per “correggere gli errori del passato”. Ma il recupero della produzione petrolifera non può ancora sostenere la ristrutturazione di un’economia devastata per quasi 30 anni. Il piano illusorio e le cifre reali

Chi è Francesco Macrì nuovo presidente di Leonardo

La nomina di Francesco Macrì alla presidenza di Leonardo segna un passaggio rilevante per il gruppo in una fase di forte dinamismo dell’industria europea della difesa. Il suo profilo, maturato tra utilities, servizi pubblici e incarichi di governance, unito alla conoscenza già acquisita nel consiglio di amministrazione della società, accompagna Leonardo in un momento in cui pesano sempre di più visione strategica, tenuta industriale e capacità di presidiare le grandi partite continentali

Sicurezza, connettività e transizione nel Mediterraneo allargato. Scrive Melani

Di Maurizio Melani

Per l’Europa è oggi più che mai importante avere una strategia olistica che unisca impegno e alleanze su connettività ed energia ad una politica di prevenzione, gestione e soluzione di crisi secondo i principi del diritto internazionale. Tutti aspetti che corrispondono ad interessi europei e dell’Italia in un mondo i cui equilibri e rischi per la sicurezza globale sono in piena evoluzione. L’intervento di Maurizio Melani, già ambasciatore italiano in Iraq, tratto dal volume “Una bussola per l’Europa” a cura di Luigi Paganetto

Dal furto alla spedizione in Cina. Come operava la rete criminale del rame in Cile

Con l’operazione “Alto Voltaje”, le autorità del Paese sudamericano hanno abbattuto un’importante organizzazione internazionale che rubava il ricercato minerale per successivamente decomporlo e introdurlo in maniera illegale nel mercato cinese

Vi spiego perché JP Morgan ha puntato su Magnaghi Aerospace. Parla Graziano

Una financing facility fino a 157 milioni di euro per sostenere crescita organica, acquisizioni e struttura finanziaria, ma senza aprire il capitale. L’accordo tra Magnaghi Aerospace (MAGroup) e JP Morgan è anche il segnale di un cambio di stagione. La finanza sta tornando a guardare alla difesa e premia chi ha programmi di lungo periodo e capacità industriali difficili da replicare. L’intervista di Airpress a Paolo Graziano, ceo della società

Il Premio Guido Carli celebra Roma, i suoi talenti e l’etica del bene comune

Tutti i protagonisti della XVII Edizione del Premio Guido Carli, in programma l’8 maggio 2026 alle ore 17.30 all’Auditorium Parco della Musica. Un appuntamento per rendere omaggio allo statista che fu Governatore della Banca d’Italia, ministro del Tesoro e Senatore della Repubblica, nel 33° anniversario dalla sua scomparsa, che ricorre il 23 aprile

Banche, renminbi e pagamenti. L'impronta cinese in Caucaso continua ad espandersi

Dalla Georgia all’Azerbaigian, fino all’Armenia, Pechino sta ampliando la propria presenza nel Caucaso meridionale attraverso banche, sistemi di pagamento e investimenti in renminbi. Una penetrazione silenziosa che ha implicazioni economiche, ma soprattutto strategiche

Mediobanca, una storia italiana lunga 80 anni

L’istituto nato nel 1946 ha attraversato un intero secolo, cambiando pelle ma mantenendo un’anima di banca al servizio dell’economia. Dalla ricostruzione post-bellica, al boom, passando per la grande finanza e i mercati internazionali, il racconto di un’idea che si è fatta eccellenza

Chi è Lorenzo Mariani, il nuovo amministratore delegato di Leonardo

La nomina di Lorenzo Mariani alla guida di Leonardo apre una fase nuova per il gruppo in un passaggio delicato per l’industria europea della difesa. Manager cresciuto all’interno della galassia Finmeccanica-Leonardo e con una lunga esperienza anche in Mbda, Mariani porta al vertice un profilo che unisce continuità industriale, conoscenza dei mercati internazionali e familiarità con i grandi programmi della cooperazione europea

×

Iscriviti alla newsletter