Skip to main content

C’è chi gli consiglia di restare, come sua moglie, chi ingrossa le fila dei moltissimi compagni di partito che ne chiedono il passo indietro. È crisi politica a Londra, dove il primo ministro Keir Starmer è a un passo dall’addio: non è certo se già nelle prossime ore, dopo la vittoria dell’ex sindaco di Manchester di Andy Burnham nelle elezioni suppletive di Makerfield, oppure se dopo la pausa estiva. Sicuramente la situazione politica si complica, sia perché i Laburisti si scoprono molto fragili a meno di due anni dalla vittoria alle elezioni politiche, sia perché le destre si stanno riorganizzando e con Nick Farage e Kemi Badenoch puntano a cambiare il quadro.

Da Manchester a Londra?

La vittoria di Burnham nelle elezioni suppletive è stata schiacciante, segno che nel partito la fronda interventista (quella, per intenderci, che vorrebbe subito il cambio a Donwnings street) non è minoritaria, semplicemente non tutti si sono esposti in modo diretto come hanno già fatto alcuni ministri di peso, guidati dal deus ex machina Ed Miliband. Nonostante il collegio in questione sia un feudo storico del Labour, la vittoria non era scontata, dal momento che alle recenti amministrative Reform UK ha dominato. Ragion per cui tra i laburisti ora guida la tesi che Burnham sarebbe l’unico in grado di tenere testa a Farage, anche se i numeri del leader di Reform UK non lasciano al momento molti margini di speranze.

Nel Labour, dunque, il terremoto è iniziato. Secondo uno dei deputati più ascoltati, Fabian Hamilton, nei prossimi giorni il Primo ministro dovrebbe “illustrare i suoi piani per farsi da parte e permettere ad Andy Burnham di realizzare il cambiamento per cui siamo stati eletti”. Sulla stessa linea Jo White, presidente del Red Wall Group dei parlamentari laburisti, e Luke Charters, stretto alleato di Burnham, che si sono dissociati dal partito per esortare Starmer al passo indietro e permettere una rapida transizione, che nelle intenzioni non si riveli un ulteriore acceleratore di consensi per Farage.

Il re del nord

Membro del Parlamento a soli 31 anni, è diventato senza clamore uno dei politici più popolari dell’isola. Ha servito sia nei governi di Tony Blair che in quelli di Gordon Brown, arrivando a ricoprire la carica di ministro della Sanità prima di candidarsi due volte, senza successo, alla leadership del Partito Laburista, nel 2010 e nel 2015, quando fu sconfitto da Corbyn. Di qui l’idea che un laburista non troppo al centro, così come Starmer è percepito, possa fare da contraltare a Farage, ma al momento è una tesi solo sulla carta.

Da sindaco di Manchester Burnham ha puntato molto sulla quotidianità della vita degli elettori: ha promesso di porre fine al problema dei senzatetto a Manchester entro il 2020, circostanza in cui non ha brillato, dal momento che la questione resta ancora irrisolta, ma comunque quella presa in carico del problema ha fatto breccia. Anche per questa ragione i suoi critici lo hanno ribattezzato ‘camaleonte’, perché è passato idall’essere blairiano ad essere browniano, fino a diventare corbyniano. Oggi è dato dai bookmakers come l’unico erede di Starmer.

Le destre inglesi

Cosa faranno Farage e Badenoch? Procedono, ognuno sulla propria traccia politica, nella consapevolezza che il momento dei laburisti è parecchio complesso, e nessuno sa se potrà risolversi esclusivamente con un cambio di cavallo a Downing street, mentre nel Paese riparte il dibattito sul fatto che gli elettori desiderano effettivamente o no un altro referendum sul rientro nell’Ue, dopo la brexit.

I Tories sono euforici, perché per la prima volta in mezzo secolo hanno vinto un’elezione suppletiva in Scozia, strappando Aberdeen South al Partito Nazionale Scozzese e regalando a Kemi Badenoch uno dei successi più significativi della sua carriera come leader del partito. L’affermazione di Douglas Lumsden ha fatto lievitare del 15% i voti dei conservatori, così la leader del partito ha per le mani la garanzia che la sua decisione di abbandonare l’impegno del partito per le emissioni zero entro il 2050 sta dando i suoi frutti. Un segnale, seppur locale, del movimentismo di Badenoch, che nel dicembre scorso è stata a Roma in occasione dell’assegnazione a Giorgia Meloni del premio Margareth Thatcher, occasione preziosa per allacciare relazioni con Fratelli d’Italia e il gruppo di Ecr. La prima donna nera a guidare il partito è un elemento che potrebbe giocare a suo favore, anche se Farage è al momento molto avanti e (in apparenza) irraggiungibile per tutti.

Ancora pochi giorni fa il leader di Reform UK ha affermato che il suo è l’unico in grado di sfidare la sinistra, mentre non mancano gli analisti secondo cui la perdita di voti a favore del nuovo partito di destra a Makerfield sarà un problema di non poco conto per l’uomo che si dipinge come riformatore.

Sfida a Starmer. Perché il sindaco di Manchester accelera su Downing street

Altra destabilizzazione a Londra, con il cambio di cavallo ormai alle porte. Le suppletive però sono uno spartiacque anche per le opposizioni. I Tories sono euforici, perché per la prima volta in mezzo secolo hanno vinto un’elezione suppletiva in Scozia, strappando Aberdeen South al Partito Nazionale Scozzese e regalando a Badenoch uno dei successi più significativi della sua carriera come leader del partito

Tutti i nodi da sciogliere per il ritorno in politica dei cattolici. Il commento di Salzano

Di Gennaro Salzano

Nell’ipotesi di un nuovo centro che si sta delineando, siano presenti i cattolici in modo organizzato, consapevoli però della loro alterità e della loro originalità, ritrovando la dignità delle proprie ragioni e della propria missione nel mondo

Vi racconto il welfare community come risposta ai bisogni delle persone e della famiglia. Scrive Fumarola

Di Daniela Fumarola

La riflessione del segretario generale della Cisl, Daniela Fumarola, sui bisogni della famiglia, che come soggetto deve tornare al centro, con una precisazione fondamentale: non come slogan, ma come criterio concreto di valutazione delle politiche pubbliche e contrattuali

Debito comune europeo, la questione centrale è la costituzione economica dell’Unione

Di Carlo Lombardi

Il dibattito alla Camera in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno ha riportato in superficie una questione che continuiamo a trattare come finanziaria, mentre è costituzionale. Senza chiarire mandato della Bce, regole fiscali e modello di crescita, il debito comune (“eurobond” più o meno esplicito) rischia di essere l’ennesima tappa del “failing forward”. L’opinione di Carlo Lombardi

Libano, nel ginepraio dei non-cessate-il-fuoco. L'analisi di Cristiano

Il Libano esiste se è il Paese del vivere insieme, messaggio regionale fortissimo. Difficile, ancor di più se si continua a parlare in termini di comunità religiose chiuse e non di persone con proposte, visioni, che ci sono. Forse per questo molti vedono nel piccolo Libano un grande pericolo. L’analisi di Riccardo Cristiano

Gli Usa scommettono sul dialogo in Venezuela

Libertà di espressione, rafforzamento delle istituzioni e garanzie per la partecipazione politica libera. Il Dipartimento di Stato americano ha confermato le condizioni necessarie per sostenere lo svolgimento di elezioni nel Paese sudamericano

Stabilità politica, banche e Pnrr. Così l'Italia è diventata resiliente secondo Moody's

L’agenzia di rating, che lo scorso anno dopo 23 anni ha migliorato il giudizio sull’Italia, promuove la capacità di adattamento del Paese. Ma avverte, guai a mollare la presa sugli investimenti dopo la fine del Pnrr

L'arroganza di Trump è inaccettabile, difendiamo l'Italia. Parla Sensi

Il parlamentare del Pd, Filippo Sensi, interpreta lo scontro Meloni–Trump come il segnale di un equilibrio internazionale sempre più instabile e personalizzato. Sul G7 evidenzia qualche risultato diplomatico ma anche la fragilità dell’Europa nel contesto globale. In vista dei prossimi vertici, richiama alla prudenza su crisi come Hormuz e alla necessità di una linea europea più coesa

Verso Ankara, tutti i nodi irrisolti della difesa europea. Scrive Caruso

Quattro giorni e quattro passaggi, tra il Pentagono, il G7 di Evian, il question time alla Camera e la ministeriale Difesa della Nato a Bruxelles, hanno riportato allo scoperto lo stesso nodo. Alla vigilia del summit di Ankara, i dossier su spese Nato, adesione al Purl e ricorso a Safe mostrano tutta la difficoltà europea nel trasformare l’autonomia strategica da formula politica a capacità reale. L’analisi del generale Caruso, consigliere militare della Sioi

Dalla Cina all’Iran, fino alla Nato. Missiroli spiega perché cresce la pressione sugli alleati europei

Crisi a Hormuz: “Se questo è un accordo che indica una sconfitta dell’Iran saremmo credo tutti sorpresi. Gli attacchi di Trump all’Italia? Credo che faccia parte della personalità e del suo modo di operare che addirittura deride i propri alleati e si mostra come un bullo”. L’analisi di Missiroli, già direttore dell’European Union Institute of Security Studies e segretario generale aggiunto della Nato per le emerging security challenges

×

Iscriviti alla newsletter