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Il Fondo monetario Internazionale ha pubblicato il suo World economic outlook di aprile 2026 con un titolo che vale come diagnosi: L’economia globale nell’ombra della guerra. Il conflitto in Medio Oriente, cominciato il 28 febbraio con gli attacchi americani e israeliani contro l’Iran e complicato la domenica scorsa dal blocco navale dello Stretto di Hormuz, è al centro del documento. Ma la parte più utile per capire la situazione italiana non è nelle tavole di previsione. È in quello che i dati dicono sul perché certe economie resistono e altre no. Ed è in quello soprattutto che si intravvede il problema complesso che il governo dovrà fronteggiare, dopo aver navigato per tre lunghi anni, con cautela e un certo successo, le acque già pericolose del suo debito pubblico e della scarsa dinamicità dell’economia italiana. Queste acque minacciano di diventare tempestose e rendono drammatica la scelta di una strategia economica capace di andare al di là di una pur perspicace navigazione a vista.

La previsione del Fmi per l’Italia è una crescita dello 0,5% nel 2026, identica a quella del 2025 e del 2024. Non è una revisione dell’ultimo momento: era già quello che il Fondo si aspettava a gennaio. La guerra ha però aggiunto un taglio di 0,2 punti percentuali rispetto alle previsioni di gennaio per entrambi gli anni 2026 e 2027. Piccolo nel numero, significativo nel contesto: un’economia che cresce di mezzo punto non ha margine per assorbire revisioni al ribasso senza entrare in contrazione.

Il dato trimestrale è più esplicito. La variazione del Pil italiano tra il quarto trimestre del 2026 e il quarto trimestre del 2025 è stimata a meno 0,2%. Non una recessione, ma la prima variazione negativa dal 2020. Il rimbalzo atteso per il 2027, a quasi due punti percentuali, dipende dall’assunzione che il conflitto sia di breve durata e che le esportazioni energetiche del Golfo si normalizzino entro l’estate. Il blocco navale annunciato domenica sera non è tale da negare questa assunzione, ma getta delle ombre preoccupanti sul suo realismo. Nel confronto europeo, l’Italia non è la sola a frenare, ma è in compagnia scomoda. La media dell’area euro scende all’1,1% nel 2026. La Germania compensa con un’espansione fiscale per difesa e infrastrutture. La Spagna tiene grazie al turismo. L’Italia, costretta com’è in uno spazio fiscale angusto e un modello economico ancora dipendente dalle esportazioni, non ha né la capienza per espandere né la diversificazione per assorbire.

Tra le grandi economie europee, l’Italia è quella più esposta allo shock del gas. Circa il 45% dell’elettricità viene ancora dal metano. I gasdotti dall’Algeria e dalla Libia garantiscono una parte della fornitura, ma una quota rilevante del gas naturale liquefatto che alimenta i rigassificatori italiani, a Panigaglia, a Livorno, sulla Golar Tundra ormeggiata a Piombino, arriva da produttori del Golfo che oggi operano con infrastrutture colpite o bloccate. Per l’Italia, al di là dello stretto di Hormuz, questo è il danno più grave della reazione di Teheran all’attacco di Israele e degli Usa, perché crea una strozzatura nell’offerta la cui rimozione dipende sia dalla fine della guerra, sia dalla ricostituzione fisica della capacità produttiva corrispondente. Il Fmi stima che nello scenario più grave il gas europeo potrebbe raddoppiare di prezzo rispetto al baseline di gennaio. Non è un’ipotesi accademica: il mercato di Amsterdam ha già segnato un aumento di oltre il 60% dall’estate scorsa a marzo, e nella notte di domenica è salito di un altro diciotto per cento dopo l’annuncio del blocco navale americano.

Crescita zero virgola e shock energetico. Il dilemma strategico dell’Italia

Tra le grandi economie europee, l’Italia è quella più esposta allo shock del gas. E il fatto che il Fmi stimi che nello scenario più grave il metano europeo potrebbe raddoppiare di prezzo rispetto al baseline di gennaio è tutt’altro che un’ipotesi accademica. L’analisi di Pasquale Lucio Scandizzo

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