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Porte aperte, sedute comode, ma il prezzo lo fa il Dragone. Nella nuova guerra globale formato materie prime, la Cina muove un’altra pedina. D’altronde, è ormai quasi una legge naturale, chi ha più minerali critici, chi possiede più terre rare, vince. E litio e nichel sono due elementi imprescindibili nella competitività del futuro, a cominciare dalla transizione energetica, arrivando fino alle batterie per le auto elettriche. Ecco allora la mossa della Cina, che oggi è monopolista, o quasi, delle miniere sparse per il globo: aprire il mercato dei futures legati alle materie prime agli investitori esteri. Con l’obiettivo, sotteso, di aumentare il proprio peso nei prezzi legati ai minerali. Di che si tratta?

Un future sulle materie prime è un contratto di compravendita a termine standardizzato, negoziato su un mercato regolamentato, che ha come sottostante una qualsiasi materia prima (commodity), come ad esempio metalli, prodotti agricoli, petrolio, gas, energia elettrica. In altre parole, tali contratti mostrano i prezzi dei beni in tempo reale. Ora, come detto, la Cina aprirà agli investitori stranieri i mercati dei futures per 14 materie prime, tra cui carbonato di litio e nichel.

Lo Shanghai Futures Exchange, la principale piazza cinese delle materie prime, d’altronde cerca da anni di lanciare futures denominati in yuan su materie prime chiave, tra cui gnl e nichel, per cercare di ottenere un ruolo per la Cina nella determinazione del prezzo globale delle principali importazioni cinesi di materie prime. Secondo Bloomberg, l’apertura dei mercati dei futures su litio e nichel ha lo stesso obiettivo: dare alla Cina un maggiore potere di determinazione del prezzo di queste materie prime chiave. E pensare che i due metalli sono già tra le materie prime più attivamente scambiate in Cina.

Ma c’è chi non sta a guardare. Gli Stati Uniti, per esempio, hanno da tempo intessuto una fitta rete di accordi strategici con alcuni Paesi ricchi di miniere (Ucraina, Brasile, Canada, gli ultimi casi) ma fuori dall’orbita cinese. Dietro le ambizioni americane sulla Groenlandia, d’altro canto, c’è anche questo aspetto, dal momento che l’isola ghiacciata conta non meno grossi giacimenti di ferro, piombo, zinco, nickel, uranio. Ora all’elenco si aggiunge anche l’Australia. Il gruppo americano dell’uranio statunitense Energy Fuels acquisirà alcune miniere di materiali strategici nella terra dei canguri per creare un campione mine-metal nella corsa per costruire una catena di approvvigionamento non cinese per le terre rare. Basterà?

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