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Il Mediterraneo resta uno dei pochi teatri in cui gli Stati Uniti non possono permettersi un vero disimpegno. Tra competizione russo-cinese, instabilità nordafricana, e opportunità energetiche, la regione continua a rappresentare un nodo strategico. Il crescente desiderio statunitense di ridurre il proprio coinvolgimento nell’ombrello difensivo europeo, per concentrarsi sull’Indo-Pacifico e sulle Americhe, solleva la questione di quali partner bilaterali europei restino cruciali per la strategia americana.

Nonostante il disinteresse statunitense, gli stessi dovrebbero continuare a puntare sull’Italia come alleato strategico nel Mediterraneo. Roma rappresenta un àncora di stabilità regionale per Washington, soprattutto alla luce della crescente autonomia strategica e dell’ambiguità geopolitica della Turchia come partner Nato.

La Turchia non è sempre stata un alleato elusivo. Durante la Guerra Fredda, era considerata un partner strategico per la sua posizione vicino al Mar Nero, rafforzando il fianco sud-orientale della Nato contro l’Unione Sovietica e contribuendo a bloccare una possibile espansione comunista. Tuttavia, quel contesto strategico non esiste più. Oggi, con la Russia che utilizza la Turchia per aggirare le sanzioni occidentali, il valore di Ankara come baluardo antirusso è completamente evaporato. Con l’espansione della politica di Recep Tayyip Erdoğan – e del suo partito Adalet ve Kalkınma Partisi (AKP) – e la rinascita di un nazionalismo ottomano, il desiderio di ricreare una Turchia forte e dominante nel Mediterraneo sta portando implicazioni geopolitiche molto serie. 

Con l’invasione russa dell’Ucraina, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno applicato sanzioni sul petrolio russo, la Turchia dal canto suo si è prestata a diventare una base per raffinare il petrolio, rendendo difficile rintracciarne l’origine e permettendo così di evadere le sanzioni. Il Centre for Research on Energy and Clean Air ha dichiarato che nel 2024 la Turchia era la terza più grossa importatrice di petrolio russo grezzo. Le esportazioni turche dei derivati dalla lavorazione del petrolio russo verso i paesi del G7+, quantificate in 1,8 miliardi di euro, hanno fruttato circa 750 milioni di euro di entrate al Cremlino. Sebbene nel 2025 le importazioni di petrolio grezzo russo da parte della Turchia siano drasticamente diminuite a causa di nuove sanzioni, il modo d’agire turco crea il dubbio su quale fronte stia Ankara. 

L’azione turca di aiutare certi governi ad evadere le sanzioni continua con il supporto all’Iran, con un mercato commerciale turco che, con il permesso di Erdogan, aiuta l’Iran a vendere il suo petrolio sanzionato ed a ricevere prodotti e tecnologie americane. Questi ricavi vanno direttamente a finanziare il programma nucleare iraniano ed a finanziare i gruppi proxy iraniani che attaccano basi americane nel Medio Oriente. Nell’ottobre del 2025, la US Department of Commerce’s Bureau of Industry and Security ha gravato nove aziende turche con nuove sanzioni al fine di limitarne l’operato.  

Ancora più preoccupante è la scelta di aziende turche controllate dal governo di Erdogan, come Turkcell e Türk Telekom, di costruire l’intera infrastruttura 5G nazionale stabilendo accordi con l’azienda cinese Huawei. Questa decisione strategica di Ankara include l’utilizzo di tecnologia cinese, creando vulnerabilità nella condivisione dell’intelligence Nato e nell’interazione con i sistemi americani. 

La scelta della Turchia di Erdogan di continuare a stringere affari con la “Axis of Aggression” di Cina, Iran, Corea del Nord e Russia, (definita così dal Centro Studio statunitense American Enterprise Institute) crea gravi problemi per le relazioni con Washington. Supportata dalle tecnologie cinesi e russe, e con i collegamenti Iraniani, in un futuro vicino in cui la Turchia sarà più potente e meglio posizionata nell’area del Mediterraneo, Ankara si sentirà autorevole ed autorizzata a violare l’ordine internazionale collaborando con stati autoritari. 

Di fronte a questo avanzamento strategico turco, gli Stati Uniti hanno bisogno di un partner mediterraneo che condivida i loro valori ed obiettivi. L’Italia rappresenta esattamente questa alternativa. Il governo Meloni ha adottato una serie di mosse concrete che allineano Roma con gli interessi americani in tutte le regioni chiave.

Nel Mediterraneo e Medio Oriente l’Italia partecipa attivamente all’Operazione Aspides per proteggere le rotte commerciali nel Mar Rosso dagli attacchi Houthi sostenuti dall’Iran, e continua a fornire supporto militare all’Ucraina attraverso decreti armi e il “non-paper” del ministro della Difesa, Guido Crosetto, per contrastare le minacce ibride russe.

Guardando verso l’Indo-Pacifico, l’Italia ha silenziosamente abbandonato la Belt and Road Initiative cinese nel 2023, segnalando un netto distacco da Pechino. Contemporaneamente Roma ha intensificato i rapporti con gli alleati chiave degli Usa nella regione: partecipando al programma Gcap (Global Combat Air Programme) insieme al Giappone ed al Regno Unito per lo sviluppo di caccia di sesta generazione, ha inviato una delegazione a Taiwan per colloqui sui semiconduttori, e ha recentemente rafforzato le partnerships economiche con il Giappone e la Corea del Sud, specialmente nel settore delle terre rare.

Ed è proprio sulle terre rare che l’Italia sta posizionando la sua attenzione ed iniziativa al fine di diversificare le fonti di approvvigionamento e ridurre la dipendenza dal monopolio cinese, un obiettivo strategico condiviso con Washington. In sintesi, considerando le operazioni nel Mediterraneo, quelle nell’area Indo-Pacifico, analizzando il supporto all’Ucraina, e l’iniziativa contro il monopolio cinese in Africa, l’Italia si è posizionata come il partner mediterraneo più affidabile e meglio allineato alla strategia americana di contenimento delle minacce autoritarie.

Se le minacce del presidente Trump di ridurre drasticamente l’impegno americano in Europa si concretizzassero, Washington si troverebbe a dover comunque mantenere alcuni ancoraggi strategici nel Vecchio continente. Anche in uno scenario di ritiro parziale dalla Nato e di riallocazione delle risorse verso l’area Indo-Pacifico e le Americhe, gli Stati Uniti non potrebbero permettersi di abbandonare completamente il Mediterraneo – una regione troppo cruciale per la sicurezza energetica, la stabilità nordafricana, e il contenimento delle ambizioni russo-iraniane.

In questo contesto, la scelta dei partner strategici diventa ancora più critica. Gli Stati Uniti non possono più permettersi di affidarsi ad alleati ambigui che mantengono rapporti privilegiati anche con Mosca, Teheran e Pechino. La Turchia, con la sua deriva autoritaria e le sue alleanze con l’Axis of Aggression, rappresenta un rischio strategico crescente piuttosto che un asset affidabile.

L’Italia, al contrario, offre esattamente ciò che Washington cerca: un partner democratico, stabile, affidabile a lungo termine e pienamente allineato con gli interessi Atlantici. In un’era di scelte strategiche difficili e risorse limitate, l’Italia rappresenta per gli Stati Uniti l’investimento più sicuro nel Mediterraneo, come partner bilaterale privilegiato in una regione che Washington non può – e non deve -abbandonare.

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