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La fatica del confronto. È questo che è mancato, secondo il senatore Filippo Sensi, tra maggioranza e opposizione dopo le comunicazioni di ieri della presidente del Consiglio a Camera e Senato. La premier ha lanciato un appello all’unità preparato male, sostiene il parlamentare del Partito democratico che ci parla proprio dall’aula del Senato, che poi non è stato accolto dalle opposizioni, ma da questo mancato dialogo escono sconfitte entrambe le parti, e quindi l’Italia.

Perché?

Perché io penso che sulla politica estera, tanto più in un momento così delicato nel quadro internazionale, sia doveroso un confronto, uno scambio tra maggioranza e opposizione, tra governo e minoranza. Avviene così in tutti i Paesi del mondo, avviene così nei Paesi europei e penso che sia normale e naturale. È avvenuto così anche in passato. Credo che al netto delle differenze che ci sono, di valutazione, di analisi, di orientamento, ci mancherebbe anche irriducibili, una democrazia forte, una democrazia salda trova sempre il modo per confrontarsi. Penso che sia un’occasione persa per tutte e due le parti e temo che su questa mancata occasione pesi e gravi il macigno del referendum a pochi giorni. Cioè che entrambe le parti preferiscono, invece di confrontarsi, invece di trovarsi, mettere in scena i disaccordi, i contrasti, le asperità, piuttosto che non una sincera intenzione di dialogo di confronto.

Ha citato il referendum, sarebbe stato possibile un dialogo tra maggioranza opposizione sui temi della riforma della Giustizia, prima di arrivare all’approvazione e quindi al quesito referendario? Dopo tutto anche una parte del Pd ha espresso una posizione diversa da quella della segreteria e più vicina al governo.

No, io questo non lo penso, francamente. Io penso che sia stata una campagna referendaria pessima, con testimonial poco credibili e totalmente privi di capacità di dialogo, di confronto, di ascolto. Secondo me questo referendum è nato male. Nasce, per il mio modo di vedere, su una riforma che in realtà era dentro uno scambio politico interno ai tre partiti della maggioranza.

Cosa intende?

A Forza Italia spettava il referendum, diciamo così, alla memoria di Silvio Berlusconi. Questo è l’unico che è andato a dama delle riforme che si erano promessi i tre partiti di maggioranza. E quindi ci troviamo davanti a un referendum tutto politico e tutto interno a questo patto, non c’è niente altro, io non vedo nulla dal punto di vista dell’ambito della giustizia. Anche il fatto di ridurlo a uno scontro tra magistrati e avvocati penalizza e mortifica questo voto. Quindi no, io penso che fosse un voto politico ab ovo, dall’inizio, e che quindi su questo fronte è difficile se non impossibile trovare convergenza o confronto che invece andrebbero trovati sulla politica internazionale.

Ecco, a tal proposito pensa che dopo il voto questa possibilità di convergenza potrebbe essere possibile?

Non lo so. Credo che ieri abbiamo perso un’occasione che andava preparata meglio dalla destra e dalla maggioranza che aveva l’onere di fare un primo passo. Un primo passo che nelle ore che abbiamo alle spalle non è stato fatto, cioè ieri Meloni è arrivata in aula con un appello all’unità, alla coesione, al confronto che non era stato minimamente preparato da parte della maggioranza. E questo secondo me era già un segnale non incoraggiante.

E le opposizioni?

Se la presidente del Consiglio viene in aula e dice “sono pronta ad aprire un tavolo, sono pronta anche questo pomeriggio alla Camera a lavorare su astensioni incrociate”, io credo che sia dovere dell’opposizione andare a vedere quella disponibilità. E purtroppo non l’abbiamo fatto neanche noi. Ci siamo trincerati sul fallo di reazione, che cosa ha detto nella replica, ma lì ci ha offeso. Insomma tutta una serie di scuse e pretesti da una parte e dall’altra per far saltare la possibilità di un confronto che – ripeto – non ha nulla a che vedere, non dovrebbe avere nulla a che vedere col clima referendario e dal quale avremmo tutti quanti da guadagnare. Quindi è possibile dopo il referendum? Io non lo so, non lo vedo, bisogna vedere qual è il risultato, le conseguenze del referendum, ma se il clima era così di fronte a quello che sta succedendo, di fronte ai bombardamenti, di fronte alla guerra, niente mi fa pensare che dopo il referendum si possa ritrovare la calma, la moderazione, perché poi scatterà la corsa elettorale.

La politica estera è fondamentale, e l’attualità lo mostra con sempre maggiore evidenza. Il campo largo in questo ambito ha posizioni molto diverse. Sarà capace di trovare una sintesi in previsione delle prossime politiche?

Auspicando il confronto e il dialogo tra maggioranza e opposizione, figurarsi se non lo auspico all’interno delle forze di opposizione. Su temi di politica estera siamo molto divisi e ci sono delle linee rosse che per noi sono invalicabili, penso ad esempio alla questione dell’Ucraina. Quindi il mio auspicio è che ci possa essere un confronto serio, ma dico no a manovre di rapina come quella che ha tentato Conte l’altro giorno proponendo una mozione comune in cui l’Ucraina a malapena era menzionata. Come a dire se noi mettiamo la polvere sotto il tappeto allora possiamo trovare una quadra.

Insomma, dialogo…

Esatto, è proprio da un confronto autentico, fuori dai denti, che si può provare a mettere insieme posizioni che sono al momento inconciliabili. Quindi abbiamo il dovere di provarci, dobbiamo costruire un’alternativa, sapendo che siamo molto diversi, che abbiamo orientamenti molto diversi. Niente mi accomuna personalmente con il Movimento 5 Stelle. Detto questo sono pronto alla fatica del confronto e anche alla pazienza del compromesso. Non però a furbate e non però a non affrontare i nodi. I nodi vanno affrontati e tagliati e sull’Ucraina nessuno può neanche lontanamente immaginare che possa prevalere una linea di appeasement, una linea filorussa o una linea di finta pacificazione rispetto alla eroica resistenza che sta facendo l’Ucraina per i nostri valori.

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