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Il Consiglio presidenziale di Tripoli è entrato in una fase di maggiore assertività per risolvere la crisi politica libica e ha chiesto alle istituzioni “politiche” del Paese di prendersi le proprio responsabilità sulla situazione e lavorare unite per la soluzione dello stallo istituzionale. L’organo tripartito, che rappresenta tutte le anime regionali della Libia e ha potere di presidenza della repubblica, ha inviato il Parlamento (la Camera dei Rappresentanti con sede a Tobruk, nota con l’acronimo HoR) e l’Alto consiglio di Stato (HSC, organo con sede a Tripoli assimilabile a un Senato) di partecipare al percorso negoziale lanciato per prendere per mano il Paese e portarlo verso il voto.

Il lavoro del Consiglio presidenziale va a braccetto con l’Onu, coordinato dal rappresenta speciale, Abdoulaye Bathily. Lo sforzo è quanto mai necessario perché il rischio è una deriva che potrebbe anche portarsi dietro di nuovo l’uso delle armi per regolare i conti interni, in un Paese che è di fatto diviso da oltre dieci anni. C’è da muoversi per risolvere l’incapacità di andare avanti dei due governi presenti – quello uscente, sostenuto dall’Onu e sfiduciato dall’HoR, e quello entrante, mai capace di implementare nei fatti l’avallo parlamentare.
La soluzione proposta da Consiglio e Bathily è quella di cercare una soluzione terza (e tersa) che possa dare la spinta verso il voto (nel raggio di un anno e mezzo al massimo) e verso la stabilizzazione. Per procedere con una forma concordata su questa traiettoria, i due attori hanno organizzato per l’11 gennaio un incontro inclusivo – che dovrebbe aver sede a Ghadames, al confine libico-tunisino/algerino (città/incrocio simbolica). Lunedì 2 gennaio l’HSC, dopo aver inizialmente accolto l’invito, ha comunicato al Consiglio presidenziale di non poter partecipare all’incontro.
Non ci sono ragioni ufficiali comunicate, ma il fatto che l’HSC abbia proposto di rilanciare un (proprio) dialogo con l’HoR, sembra dimostrare che l’organo tripolino intenda non perdere centralità davanti alla proposta del Consiglio. Senato e Parlamento non riescono a trovare nessun genere di intesa – né sul quadro costituzionale né su quello elettorale. Alla luce di questo stallo il Consiglio presidenziale ha provato a prendere in mano il gioco, bypassando i due organi legislativi. E dunque la reazione ostruzionistica è potenzialmente legata all’evitare marginalizzazioni da un processo che appare essere l’unico modo per superare lo stallo in corso.
Nei fatti, il destino della Libia è attualmente legato al successo dell’iniziativa del Consiglio e del rappresentante Bathily. Un governo snello, composto da figure di spessore che rappresentino tutte le anime della Libia, è l’unica via per appianare (in modo vigoroso) le complessità delle varie posizioni non solo tra Senato e Parlamento, ma anche quelle interne ai due blocchi. Anche perché è evidente che l’inerzia dello stallo porti verso un baratro, prima o poi. Da questa iniziativa, spinta dalle Nazioni Unite, passa la soluzione di uno dei grandi problemi del Mediterraneo, foriero di potenziali instabilità che potrebbero favorire dinamiche come quelle migratorie; ma anche l’interferenza e il vantaggio per attori competitivi e rivali dell’Unione Europea, e dunque dell’Italia; o la crescita di movimenti radicali dediti al terrorismo.

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