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Assumere l’impegno formale che la Nato si fermerà ai suoi confini attuali in cambio del ritiro totale delle truppe russe dall’Ucraina e tutelare i russi di Ucraina con uno status speciale che veda riconosciuti tutti i loro diritti. Questa una ipotesi di soluzione al conflitto russo ucraino, semplice, razionale, del tutto accettabile per le parti in causa. Vediamo perché, cercando al contempo di immaginare i verosimili impedimenti da parte di una comunità internazionale che sembra aver smarrito il buon senso e la volontà di porre fine a una guerra all’ultimo sangue.

Intanto, congelare la geografia della Nato significa probabilmente mantenere una “promessa” a suo tempo fatta a Gorbachev, in virtù della quale l’Alleanza non si sarebbe allargata di un pollice a est. Promessa da qualcuno oggi disconosciuta e comunque mai formalizzata.

Abbiamo visto poi come è andata a finire, una vera e propria migrazione di ormai tredici nuovi membri, dalla Polonia all’ultimo arrivato, il Montenegro, tutti con l’incoraggiamento e il plauso dell’Alleanza e la fissazione, tuttora condivisa e indiscussa, della politica della open door policy.

Lo stop formale all’espansione della Nato non incontrerebbe però l’entusiasmo – per usare un eufemismo – di un immaginabile gruppo di Paesi membri e, soprattutto, dell’azionista di maggioranza. Ma è altrettanto vero che quegli stessi Paesi dovrebbero spiegare con argomentazioni convincenti quale vantaggio ha l’Alleanza, tra l’altro alla ricerca di una identità in parte smarrita, a incorporare la Macedonia del Nord, la Bosnia, il Kossovo o perfino la Georgia, Paesi costituenti nel loro insieme a un vero e proprio campo minato sul cammino della distensione e della stabilità dell’area.

Per contro la Russia, che a più riprese e in tempi diversi aveva percepito, a torto o a ragione, l’allargamento della Nato come una minaccia, denunciandone l’immanenza, e rubricandolo come fattore dirimente per la propria sicurezza, dovrebbe ritenersi pienamente appagata con la chiusura delle porte ad altre candidature ai propri confini. E potrebbe, con buona ragione, portare a casa un risultato più che dignitoso agli occhi dei propri cittadini e della comunità internazionale.

Il vero problema rimarrebbe la condizione dei russi del Donbass e di Crimea, un problema che comunque vada a finire, rimarrà centrale. Prima o poi quindi, a prescindere dall’assetto finale in cui sfocerà il conflitto, le minoranze di etnia russa andranno messe al riparo dalle vecchie e dalle nuove contrapposizioni, dalle vendette per antichi e recenti rancori. Va in altre parole elaborato per loro uno status peculiare che recepisca ogni aspettativa e la tramuti in tutela, proteggendo così da discriminazioni, rivalse, persecuzioni o rappresaglie.

Non sarà agevole ma neppure difficile redigere un protocollo condiviso, garantito dalle Nazioni Unite e applicato sotto la sorveglianza di una forza multinazionale da dispiegare nell’area a cura dei Paesi meno implicati nella diatriba russo ucraina, sotto ogni profilo.

L’alternativa non è al momento in vista, tanto più che nessuno è stato in grado finora di immaginare o proporre uno end state per Russia e Ucraina. O meglio, se si vuole continuare compatti sulla linea indicata dal segretario alla Difesa statunitense, Loyd Austin il 26 aprile a Ramstein e mai smentita o modificata, secondo la quale l’obiettivo è quello di ridurre Putin all’impotenza militare, allora bisognerà che fin d’ora noi europei avviamo una accurata riflessione sulle possibili conseguenze di avere alle porte di casa una Russia in balìa di sviluppi imprevedibili e certamente difficilmente controllabili.

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