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La mini-crisi che sta colpendo in queste ore il governo inglese dopo le dimissioni di due importanti collaboratori di Keir Starmer (che ha da poco visitato la Cina in pompa magna) e le turbolenze politiche che da mesi attanagliano Emmanuel Macron si intrecciano con le decisioni che l’Unione europea dovrà prendere per il proprio futuro. Al netto della Brexit, che nelle intenzioni di Londra e Bruxelles potrà essere stemperata con un percorso ad hoc di avvicinamento burocratico, ecco che Regno Unito, Italia, Francia e Germania stanno provando a immaginare l’architrave europea che dovrà gestire le emergenze note (Ucraina), i dossier che stanno impattando su strategie e alleanze (terre rare) e le relazioni con ovest (Usa) e est (Cina).

Due le scuole di pensiero che si confronteranno giovedì 12 febbraio all’incontro informale dei leader dell’Ue presso il Castello di Alden Biesen in Belgio, alla presenza di Giorgia Meloni. Una è spinta dall’Eliseo, con un maggiore debito europeo condito da una sorta di euro-protezionismo, di fatto in antitesi al pragmatismo di Merz-Meloni, che pensano più a risolvere la grande e ancora irrisolta questione dell’automotive che a voli pindarici (i numeri sono impietosi: meno 16% di vendite e occupati giù). Senza dimenticare la forte apertura caldeggiata da Roma e Berlino a investimenti stranieri di alleati (e non concorrenti, come la Cina con cui Macron flirta non poco) e al link costate e mai in discussione con la Casa Bianca. 

Il numero uno dell’Eliseo, anche nelle ore che precedono il vertice, ha continuato a chiedere l’emissione di eurobond per sfidare il dollaro. Una posizione quantomeno rischiosa, per una serie di ragioni, ma che si scontra anche con lo scetticismo di Merz e Meloni che non valutano una chiusura intra-europea come la strada corretta da percorrere, soprattutto in questa fase in cui l’Ue ha relazioni incoraggianti con il Golfo e l’Indopacifico. Prezioso, quanto silenzioso, e’ stato in questo senso il lavoro preparatorio del viceministro degli esteri Edmondo Cirielli, che la scorsa settimana ha incontrato a Berlino la ministra di Stato agli Affari Esteri Serap Güler e il Sottosegretario di Stato alla Cooperazione Internazionale Niels Annen.

Il nodo sarà anche capire quanto gli altri partner europei (e i vertici della commissione) abbiano intenzione di seguire Macron, oppure se saranno più inclini a vedere nella coppia Meloni-Merz il nuovo zoccolo duro dell’Ue di domani. Entrambi sono pragmatici e non guidati da politiche ideologiche (come il green deal); entrambi hanno compreso la gravità del momento e non fanno mistero della volontà di lavorare per saldare le relazioni euroatlantiche senza cavalcare altre strade; entrambi si poggiano su una maggioranza solida che garantisce, anche all’esterno, stabilità e credibilità.

Non va dimenticato, inoltre, che fra Parigi e Berlino si inserisce la questione legata al comparto della difesa, dopo che il quotidiano economico tedesco Handelsblatt aveva scritto di un possibile abbandono dei piani per il jet da combattimento congiunto franco-tedesco, a seguito delle pressioni di alcuni parlamentari di Cdu e SPD, con la Germania interessata a virare sul programma GCAP anglo-italo-giapponese. Macron però oggi ha smentito ufficialmente in occasione di alcune interviste.

Nel mezzo c’è anche il delicato tema del disaccoppiamento tecnologico dagli Stati Uniti che, pur non essendo un obiettivo realistico né strategico per l’Europa, è stato messo sul tavolo delle discussioni da chi forse vede di buon occhio un ulteriore fronte di frizioni con Washington. Ad esempio, già la Francia ha vietato ai funzionari di utilizzare strumenti video statunitensi come Microsoft Teams e Zoom, spostando l’attività sulla piattaforma francese Visio, dimenticando che nei Paesi baltici, a maggior ragione in questa precisa fase geopolitica, il supporto americano è assolutamente vitale.

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