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Torna il dibattito sull’obbligo di non accendere lo smartphone durante l’ora di lezione. O meglio di non usare (guardare, chattare, leggere) i contenuti che il piccolo strumento digitale veicola, se non in casi in cui lo si usi per scopi didattici. Ciò, dicono alcuni presidi illuminati, “per educare gli alunni ad un uso consapevole del dispositivo”.

E quando escono dall’aula? Nel pomeriggio? La notte, sotto/sopra le coperte? Il sabato e la domenica? Durante l’estate? Chi li educa “all’uso consapevole” del mezzo? Quando sono da soli o con gli amici? Scatta l’arrembaggio selvaggio ai contenuti? Diciamo che alcune lezioni di “psico-pedagogia del cellulare” e di diritto, a carico della scuola, sono necessarie per evitare di cadere nella dipendenza psicologica dello strumento e per non incappare in reati, quali bullismo o aggressione verbale, offesa, diffusione di materiale pornografico, diffamazione (chi scrive ne organizza da anni, a cura di esperti e di corpi di polizia, con dati statistici, filmati e tabelle, proiettati su grande schermo).

Premesso tutto ciò, il vietare la presenza del cellulare sul banco, mi lascia leggermente perplesso. Oramai il mezzo è una vera e propria estensione del nostro corpo. La vita quotidiana di noi tutti, non solo dei ragazzi e degli adolescenti, si “completa”, è inevitabile, inutile negarlo, agganciati al dispositivo cellulare. Lo siamo, “incollati” al mezzo, per informarci, per curiosare, per parlare. Per “sentire qualcuno”. Per dirsi “come stai?” a voce.

La studentessa e lo studente che vede in Tv parlamentari, ministri, giornalisti, magistrati, che decidono e commentano ogni giorno di avvenimenti nazionali o locali, di ecosistema, dell’Antropocene, insomma persone serie di cui il giovane si fida, modelli di adulto di “successo” da imitare, ma con in mano lo strumento, perché non dovrebbero averlo anche loro, i ragazzi, poggiato su un angolino del banco, buono buono, zitto zitto?

La maturità si acquisisce tramite la comparazione. Sbagliando e correggendosi. Non con divieti inefficaci. Il mio prof sta spiegando? Libero di seguirlo o chattare. Non ho seguito, non ho capito? Me ne assumo le conseguenze. A casa studierò di più, fidando solo sui libri; andrò a ripetizione (paga paparino); trafficherò con i siti nei quali l’argomento è trattato. Dovrò recuperare il tempo perduto. La lezione ormai è andata. Conseguentemente dovrei ridurre il tempo libero o quello per lo sport, o quello per il sonno. Non lo faccio oggi? Dovrò farlo domani.

Non seguo in classe la lezione, rischiando di avere voti bassi, o di non esser promosso in quella materia? Di non esser ammesso alla classe successiva? Ne pago le conseguenze. Poi mi accorgo che altri, nella mia classe o in altre classi, seguono il docente, partecipano alla lezione, dentro una affascinante pedagogia performativa alla Pirandello, alla Brecht, alla Piscator (oggi la chiamano “classe capovolta”), e non guardano il cellulare. Lo hanno dimenticato per  50-55 minuti. Comprendo che ho sbagliato. Pago e imparo. Cresco.

Del resto i tempi dei nostri ragazzi non sono i nostri. A loro bastano 5 secondi per inviare un messaggio o leggerne uno ricevuto; sotto i 10 secondi per cercare delle info. E mentre il docente entra, saluta, si siede, apre il computer, inserisce le assenze, ogni ragazzo, pur rispondendo al saluto, osservando i movimenti del prof., ha già chattato o sta seguendo siti.

Per tacere del cambio dell’ora. Spesso passano dei lunghi minuti, come quelli in Mezzogiorno di fuoco (1952) di Fred Zinnemann, in cui si possono fare tante cose. Perché vietarmi di inviare un messaggio a mia madre, a un amico, alla ragazza, al fidanzato?

E se ho quindici anni o diciassette, e c’è una piccola emergenza in famiglia, perché non leggerla in tempo reale? “Ale, appena esci vai tu a prendere tua sorella, ho avuto un contrattempo. Grazie. Bacio”: scrive la madre alle ore 11.33, durante l’ora di matematica.

Per tacere di quegli adolescenti che vivono con un solo genitore, con una nonna malata, e debbono sbrigarsi a crescere. Può esser richiesto il loro aiuto da un momento all’altro, quando sono al lavoro, ossia a scuola. Gli facciamo lasciare il cellulare nella scatola sulla cattedra? Spento? Nonsense.

Poi ci sono i ragazzi super bravi o semplicemente quelli che studiano, finiti, “per legge”, in classi disomogenee. Costretti a sentire per la decima volta compagni (svogliati o non interessati alla materia) interrogati su argomenti cui il docente gli ha replicato più volte la lezione, argomenti sui quali, quelli che studiano, hanno già preso buoni/ottimi voti. Sarebbe bello andare avanti ma bisogna “aspettare tutti”, soprattutto coloro che “sono rimasti indietro”, come chiedono le famiglie, a mo’ di mantra, quotidianamente. Allora, mentre i compagni “ritardatari” esitano, si arrampicano, balbettano, improvvisano, aspettano il suggerimento, in questi interminabili minuti (anche tutta l’ora), i “bravi” non potrebbero approfondire argomenti delle altre materie della mattinata tramite siti dedicati? Invece d’esser costretti a fare da scomodi testimoni, o magari chiamati a intervenire per far capire all’interrogato che uno sa e l’altro no, che uno studia e l’altro no.

Non potrebbero dedicare quel tempo allungato a leggersi commenti sportivi cui tengono? O vedersi l’ultimo Tik Tok del rapper XY? Oppure chattare con gli amici per sistemare il pomeriggio? Perché negarglielo? In quei tempi morti una volta i “bravi” si giravano i pollici, scocciati di sentire per l’ennesima volta il docente che ri-spiegava agli interrogati la differenza tra forza elettrostatica e forza gravitazionale, tra un curato (Don Abbondio) e un conventuale, Fra Cristoforo.

Siamo in anni in cui trionfa una pseudo-democrazia del “tutti a scuola fino a diciotto anni”, in cui è vincente la finta pedagogia del “non uno di meno”, ossia del “vietato bocciare” (recentemente pure con l’appoggio di qualche Tar), “teorie didattiche progressiste”, responsabili, a mio giudizio, di quella che chiamo “scuola a groviera”. Un ambiente formativo in cui domina un’anti-pedagogia che costringe i bravi a stare inchiodati al banco ad apprezzare sintesi di letteratura italiana del tipo: “Leopardi? Purtroppo era bruttino, va detto che era pure sfortunato in amore e depresso, ma studioso. Ha scritto molte poesie”.

 

Il cellulare sul banco. Perché no? La risposta del preside Ciccotti

Vietare lo smartphone in classe non risolverebbe il problema. La maturità si raggiunge con la comparazione, sbagliando e crescendo, non con divieti inefficaci. Gli adulti hanno dimenticato i tempi morti della lezione, quelli tra lezione e lezione, in cui il cellulare può aver un suo ruolo utile. Il parere del preside Eusebio Ciccotti

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