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Le proteste in Iran procedono dal 16 settembre, hanno portato all’uccisione di diverse persone — alcune anche vittime di condanne a morte ordinate dal regime per i gravissimi crimini di cui sono stati accusati alcuni manifestanti — e hanno un simbolo: la vicenda della 22enne iraniana di origine curda Jîna Amini (iranianizzata Mahsa), morta mentre era in custodia in una caserma di Teheran, tre giorni dopo il suo arresto da parte della polizia morale perché non indossava correttamente il velo.

Le manifestanti hanno bruciato il copricapo obbligatorio hijab e gridato slogan antigovernativi e, dopo la morte di Amini, un numero crescente di donne non ha più indossato l’hijab, soprattutto in alcune zone di Teheran, venendo meno alle volontà con cui la teocrazia ne ha reso un elemento fondamentale, esistenziale, simbolico. Un modo per rafforzare il peso della religione — e dunque della teocrazia stessa — nella quotidianità degli iraniani.

Ma ora le proteste potrebbero anche avere un primo, altrettanto simbolico, risultato. “La polizia morale non ha nulla a che fare con la magistratura ed è stata abolita”, ha dichiarato il procuratore generale Mohammad Jafar Montazeri all’agenzia di stampa ISNA. Il suo commento è arrivato durante una conferenza religiosa, dove ha risposto a un partecipante che chiedeva “perché la polizia morale è stata chiusa”.

Non c’è stato un annuncio pubblico sulla chiusura della polizia morale, che tuttavia si per sé non significherebbe la fine della legge sul velo. La domanda è stata posta a proposito del ridimensionamento delle attività: una dato di fatto che ha seguito le proteste e che potrebbe essere stato anche un assestamento tattico e momentaneo del regime davanti alla rabbia sociale.

Dalla Rivoluzione islamica del 1979, che ha rovesciato la monarchia iraniana sostenuta dagli Stati Uniti, esiste una sorta di monitoraggio ufficiale del rigido codice di abbigliamento per uomini e donne. Ma sotto il presidente integralista Mahmoud Ahmadinejad, la polizia morale — nota formalmente come Gasht-e Ershad o “Pattuglia di guida” — è stata istituita per “diffondere la cultura della modestia e dell’hijab”.

L’hijab è diventato obbligatorio nel 1983. Gli agenti della polizia morale hanno inizialmente lanciato degli avvertimenti prima di iniziare a fare dei controlli e ad arrestare le donne 15 anni fa. Le squadre erano solitamente composte da uomini in uniforme verde e donne vestite con chador neri.

Le unità sono state istituite dal Consiglio supremo della rivoluzione culturale iraniana, oggi guidato dal presidente Ebrahim Raisi. Hanno iniziato i loro pattugliamenti nel 2006 per far rispettare il codice di abbigliamento che impone alle donne di indossare abiti lunghi e vieta pantaloncini, jeans strappati e altri vestiti considerati immodesti.

L’annuncio sulle unità è arrivato un giorno dopo che Montazeri aveva dichiarato che “sia il Parlamento che la magistratura stanno lavorando” anche sulla questione della necessità di modificare la legge che impone alle donne di coprirsi il capo.

Raisi ha detto a sua volta, sabato in televisione, parlando in occasione della Giornata della Costituzione iraniana, che le basi repubblicane e islamiche dell’Iran sono costituzionalmente radicate “ma ci sono metodi di attuazione della Costituzione che possono essere flessibili” e possibilità di modificare la carta.

Il ruolo delle unità morali si è evoluto, ma è sempre stato controverso anche tra i candidati alla presidenza. Le norme di abbigliamento erano gradualmente cambiate, soprattutto sotto l’ex presidente moderato Hassan Rouhani, considerato un pragmatico-riformista, quando è diventato comune vedere donne in jeans stretti con foulard larghi e colorati.

Tuttavia a luglio di quest’anno il suo successore, l’ultraconservatore Raisi, ha chiesto la mobilitazione di “tutte le istituzioni statali per far rispettare la legge sul velo”. In quell’occasione Raisi ha affermato che “i nemici dell’Iran e dell’Islam hanno preso di mira i valori culturali e religiosi della società diffondendo la corruzione”.

A settembre, il Partito dell’Unione del Popolo Islamico dell’Iran, il principale partito riformista del Paese, aveva chiesto l’abrogazione della legge sull’hijab. Il partito, creato dai parenti dell’ex presidente riformista Mohammad Khatami, chiede alle autorità di “preparare gli elementi legali che aprano la strada alla cancellazione della legge sull’hijab obbligatorio”.

Il regime potrebbe essere portato a dover  accettare i primi compromessi perché la dimensione delle proteste è ormai fuori controllo. Durano da tre mesi, sono estese in tutto il Paese, hanno dimostrato quanto il dissenso contro la leadership iraniana sia diffuso. L’annuncio sulla polizia morale potrebbe essere stato volutamente ambiguo, funzionale a evitare ulteriori smottamenti. Per essere operativo dovrà essere seguito da una dichiarazione più completa.

Inoltre sarebbe comunque una vittoria simbolica. Chi protesta chiede molto di più che l’abolizione delle regole religiose di costume: vuole libertà e riforme profonde che il regime potrebbe non essere affatto pronto a concedere. Soprattutto i Pasdaran, il corpo militare teocratico, che hanno già aperto i contatti con la Russia per ricevere assistenza nel sopprimere le proteste (e Mosca, che riceve sostegno da Teheran nell’invasione ucraina, di soppressione del dissenso se ne intende).

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