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Le elezioni da sempre producono, in realtà, più effetti del mero risultato che il conteggio dei voti naturalmente produce. Anzi, la cosa più importante – anche se spesso la meno evidente, perché si è accecati per giorni e giorni a commentare i numeri – è guardare oltre, a partire da quell’esito prima che dentro quel risultato numerico. E trarre appunto da quell’esito, come dentro un uovo di pasqua, la sorpresa che al fondo esso contiene. Perché lì c’è la prospettiva potenziale di un’intera legislatura. E che, non di rado, a prima vista non si vede.

In questo senso, questa legislatura ci offre già alcuni elementi – almeno a guardarli con l’occhio del costituzionalista – sui quali riflettere. Ne elenco tre, ma potrebbero essere molti di più. In primo luogo, il testo costituzionale ha raggiunto ormai livelli di stress sistemico nello iato tra testo e contesto, al punto tale che il solo pensare di lasciare inalterate alcune parti importanti della Costituzione – come il Titolo V, vieppiù dopo l’esperienza pandemica – non soltanto è miopia, ma è proprio una scelta fuori da ogni logica, in quanto si rischia di far deperire sempre di più una Carta che, invece, in moltissime parti ancora conserva forza prospettica e lungimiranza politica.

Basta saper distinguere. E questo pone un tema di merito riguardo alle riforme da proporre al Paese attraverso il nuovo Parlamento: un merito che però è anche innanzitutto un metodo, che non si può lasciare alla semplice propaganda, figlia delle “parole d’ordine” della campagna elettorale; ma che impone, invece, di affrontare fin da subito, come direbbero i latini, il quomodo delle riforme… altrimenti ogni ragionamento sull’an – pur opportuno, condiviso e auto-evidente, come detto, a partire dall’introduzione dell’elezione diretta del capo dello Stato – sarà fatto più da parole che, fuori dalla campagna elettorale, suoneranno ancor di più come parole al vento. Facendo del tutto, pur ben condito, il solito nulla che conosciamo da decenni.

Dunque andrà individuato il metodo delle riforme. Con una proposta – vuoi tramite le commissioni parlamentari degli Affari costituzionali, vuoi attraverso una bicamerale ad hoc, vuoi attraverso altro – che sia credibile in sé, perché lo sarebbe anche politicamente in virtù di un vero e duraturo patto di fiducia reciproca tra tutti i partiti politici. Le forze politiche, appena entrate in Parlamento, sono in grado al momento di garantirlo? Questo è il primo quesito sul quale interrogarsi, e interrogarle.

In secondo luogo vi sono le riforme che mancano, come conseguenza della riduzione del numero dei parlamentari e che ancora aspettano una risposta efficace. Non soltanto la riforma dei regolamenti parlamentari, per adeguarli appunto ai nuovi numeri, ma anche la ristrutturazione di una rappresentanza politica che valorizzi il ruolo del “nuovo” Parlamento anche in altri punti nevralgici quali il sistema delle fonti, il rapporto tra governo e Parlamento, la riforma del bicameralismo paritario in un senso che valorizzi innanzitutto la seduta comune per gli elementi strategici, come il voto di fiducia iniziale.

E allora, ancora una volta: le forze politiche appena entrate in Parlamento saranno in grado di chiudere intanto un accordo su questi elementi, che sono in qualche modo il portato della legislatura appena chiusa, e dunque politicamente dovrebbero essere meno difficili da istruire? Infine, in terzo luogo – ultimo ma non da ultimo – la dinamica europea. Che chiede – anzi, vorrei dire che impone – al pari dell’articolo 9 della Costituzione, la presenza esplicita ed evidente dell’Unione europea nella prima parte del testo costituzionale, cioè all’interno dei Principi fondamentali. Le forze politiche saranno capaci di dirsi autenticamente europeiste, inserendo l’Unione europea nei Principi fondamentali del nostro essere autenticamente italiani, come ci ricordava allora il presidente Carlo Azeglio Ciampi? E lo sapranno fare nonostante una legislatura che si apre con un forte euroscetticismo, basato su una visione introflessa dell’Unione fondata su interesse nazionalistico prima che nazionale?

Questa è una sfida nella sfida, naturalmente. Ma anche da questa – anzi, forse proprio da questa – si dovrebbe partire per tornare ad affrontare, in un dialogo aperto tra le forze politiche, la funzione delle riforme costituzionali nel nuovo Parlamento che sta per nascere. Altrimenti, ancora una volta, parlare di riforme costituzionali non sarà altro che un modo per “buttare la palla in tribuna”, evitando un confronto politico necessario, vero e stringente.

Articolo apparso sul numero 184 della rivista Formiche

Come affrontare la stagione delle riforme. La guida di Clementi

Di Francesco Clementi

Il nuovo Parlamento dovrà presto individuare il metodo delle riforme. Con una proposta – vuoi tramite le commissioni parlamentari degli Affari costituzionali, vuoi attraverso una bicamerale ad hoc, vuoi attraverso altro – che sia credibile in sé. Le forze politiche sono in grado al momento di garantirlo? È il primo quesito sul quale interrogarsi, e interrogarle. L’analisi di Francesco Clementi, ordinario di Diritto pubblico comparato presso l’Università La Sapienza

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